domenica 11 novembre 2018

Non tutta la saggezza si trova in una sola scuola

C'era una volta uno con dei problemi esistenziali, uno con una ricerca di significato e di senso. E ad un certo punto trovò la 'spiritualità'. E trovò un maestro. Questo maestro prima lo convinse che questa non era realtà reale, che i suoi problemi erano di un tizio chiamato ego, e poi che questo ego non era reale, era un illusione come tutto il resto. Sebbene lui non fosse tanto convinto che questa fosse la risposta definitiva iniziò a dar retta a quello e ad altri maestri del passato perché ne aveva bisogno, e questi lo convincevano ogni giorno di più che niente era reale e che solo il Sè con la esse maiuscola era degno di essere considerato eterno, immutabile e dunque reale. E si mise a fare pratiche/non pratiche che lo portarono a riempirsi la bocca di parole come Self-inquiry, percorso diretto, illusione, maya, illuminazione, vuoto e a leggersi dieci volte i discorsi di Ramana Maharshi. Lo portarono anche a darsi delle arie: perché a tutti quelli che facevano qualcosa di diverso, a tutti coloro che ancora annaspavano nei problemucci della vita, i soldi, l'amore, il sesso, la sopravvivenza, dedicava sguardi sprezzanti di compatimento come per dirgli: ma di che ti preoccupi? Tutto questo non è reale, non esiste niente, è una pura illusione. Come sempre accade in questi casi però la vita cominciò a sfuggirgli di mano. Sebbene avesse esperienze meravigliose ed espansioni di coscienza che erano la prova che solo il Sè fosse reale, la sua vita 3d fatta di corpo, sensazioni ed emozioni, languiva sempre di più. Gli venne la depressione. Ma tanto non era reale. Le sue relazioni erano ambigue, inconcludenti e pesanti ma tanto non esisteva nessuno realmente, quindi chi se ne frega? Gli vennero dei disturbi fisici, ma tanto il Maharshi era morto di cancro quindi sticazzi. Si trovò spesso da solo in mezzo alla natura, con tutte le sue belle visioni, con delle Siddhi che tanto erano inutili perché il suo maestro gli diceva che l'unica realtà era il Sè infinito, immutabile e perfetto. Però gli venne un dubbio... e lui lasciò spazio a questo dubbio, quindi la coscienza si mise all'opera. E un giorno a causa di questo suo dubbio incontrò un altro maestro, che guardandolo lo apostrofò così: "se nulla di quello che esiste è reale, e se non ha nessun senso, allora perché tutto questo sembra esistere nel campo della tua attenzione?" E quella domanda divenne un'ossessione, gli frullò in testa per mesi... perché se il Sè era la realtà ultima e l'unico risultato degno di essere ottenuto (sebbene non ci fosse poi nulla da ottenere), era pur vero che in giro e nella sua vita c'era tanta miseria, tanta sofferenza, e tante situazioni che più cresceva il suo livello di coscienza e più sembravano chiedere la sua attenzione e il suo aiuto. Allora tornò dal primo maestro il quale perentoriamente gli disse: "L'altro maestro che hai incontrato è ancora nell'illusione e non ha realizzato il Sè, altrimenti non ti avrebbe detto una cosa del genere. Attieniti al percorso diretto e continua a chiederti 'chi sono io?' finché non saprai la risposta, questo è tutto quello che ti serve". Ma lui non era più convinto di tutto questo, e tutta questa storia del dissolversi nel Sè gli sembrava solo una gran presa per il culo, inadatta a tempi di accelerazione, di cambiamento, e sostanzialmente un egoistico atto di fuga dal mondo e dalle proprie responsabilità come essere umano. Crebbe la sua rabbia, la sua depressione e la sua tristezza, perché gli sembrava che se fosse stato tutto lì allora che cacchio di senso avrebbe avuto tutto questo? Perché darsi pena? Perché sbattersi? E ogni volta che gli venivano in mente le parole del suo primo maestro ora gli sorgeva in mente anche un altro dubbio: e se questo fosse solo un pezzetto di tutta la storia? E se trovare il Sè non fosse il punto di arrivo ma solo il punto di partenza? E se il mondo e la realtà invece avessero uno scopo? Così come sempre accade quando si pone una domanda vitale al centro della coscienza, arrivò un terzo maestro, un cinese, piccolo, magro e muscoloso che gli insegnò il Qigong. E il cinese era sempre contento, sempre felice, aiutava la gente a guarire dalle sue illusorie malattie e a mettere a posto le sue illusorie vite con i loro illusori disastri. E quindi si mise a studiare col cinese. E il cinese un giorno gli disse qualcosa che lo guarì per sempre: "Il Sè è senz'altro la meta definitiva. Ma tutto quello che vedi ti riguarda. Se hai capito che fra l'interno e l'esterno c'è un rapporto di reciproca influenza, avrai capito pure che c'è un solo modo per perfezionare se stessi, e cioè aiutare gli altri ad essere perfetti, nel corpo, nella mente, nello spirito. Senza questo lavori solo per te, e la società, il mondo, che sono una parte essenziale di ciò che sei, non ne avranno alcun beneficio. Questo impedirà il tuo sviluppo. Ricordati una cosa: l'Hunyuan Qi (l'energia universale) è omogenea, sempre presente e tende sempre all'evoluzione e al miglioramento. Se diventi come l'hunyuan qi, diventi infinito, eterno e utile agli altri che sono una parte di te, sono te". Il primo maestro si incazzò a morte, perché secondo lui erano discorsi insensati, perché anche il Qi era illusione e pura teoria. Ma adesso lui aveva imparato a giudicare una disciplina dai frutti e non solo dalle chiacchiere metafisiche. Se niente era importante e niente esisteva perché si stava incazzando così tanto? Tra un cinese felice che guariva le malattie e un maestro sempre serio e compassato che si incazzava per paura di aver preso un granchio con la sua pratica spirituale, decise che era tutto sommato meglio seguire il cinese. Sarebbe stato più utile, più reale e più divertente.


Da quel giorno guarì.
Da quel giorno diventò utile agli altri.
Da quel giorno capì che nessuno ha ragione, tutti hanno ragione, e non tutta la saggezza si trova in una sola scuola.

mercoledì 17 ottobre 2018

La malattia chiamata 'te stesso'

Soffri di una malattia chiamata 'te stesso'. E questa malattia ti fa credere che cambiare le circostanze esterne basterà a risolvere i tuoi problemi. Un altro lavoro, un'altra relazione, un'altra vita, un altrove che non arriva mai. E se arriva quel qualcosa che tanto desideri, la malattia di cui soffri non ti farà essere contento a lungo, perché l'insoddisfazione prima o poi verrà di nuovo a cercarti ricreando le cause che ti hanno spinto a fuggire da quel 'là fuori' che credevi separato da te. Questa malattia crea un ideale romantico e perfetto di come sarà la tua vita quando raggiungerai quell'eldorado che credi si trovi da qualche parte nel mondo, in qualche persona, in qualche ottenimento. Per raggiungere quell'ideale sei disposto a fare qualunque sforzo, a sopportare qualunque fatica pur di evitare di fare l'unica cosa che potrebbe salvarti. Restare immobile e fermare l'inerzia della tua sfocatura che continua a proiettare sempre lo stesso film. Ma questo significa anche sacrificare quell'ideale e il 'te stesso' che di quell'ideale ha fatto il simulacro del suo cercare. E alla fine forse la vita ti farà capire che non c'è niente che possa darti ristoro se non la luce che porti dentro di te, e niente che possa davvero cambiare il 'là fuori' che non passi per la demolizione di tutti i tuoi miti, di tutte le tue definizioni di come la vita dovrebbe essere, di tutti i tuoi 'io sono fatto così'. E ti sento già ribollire, come ribollivo io quando dovevo ammettere che ciò che credevo di volere non era che una fuga, una proiezione e al massimo un capriccio di un bambino che voleva il mondo a modo suo. E l'ego non è nient'altro che questo. Un bambino capriccioso, viziato. Un bambino che vuole tutto a suo piacimento, senza rendersi conto che il mondo riflette chiaramente i suoi stati emotivi, le sue ferite, le sue menzogne e le sue mezze verità. Quel bambino viziato e pigro che più che coccolato e amato andrebbe messo in riga, educato e istruito, non può e non vuole sentire la saggezza più vasta della vita che gli parla attraverso i suoi conflitti e le conseguenze disastrose dei suoi errori. Il bambino dice 'è colpa del mondo', la vita gli dice 'il mondo è una tua responsabilità: risponde dei tuoi stati'. Il bambino dice 'mi è capitato', la vita gli risponde 'lo hai fatto capitare'. E il bambino non fa che dire 'da qualche altra parte troverò la felicità', mentre la vita gli urla nelle orecchie 'dovunque vai troverai sempre e solo te stesso'. 'Te stesso' è l'unico vero problema che vale la pena di risolvere: i tuoi stati emotivi, le tue carenze, i tuoi pensieri distruttivi, i tuoi 'sono fatto così'. Sono quelli e solo quelli i semi della vita che stai vivendo e dalla quale cerchi invano di fuggire.


lunedì 1 ottobre 2018

La promessa

Non dubitare del senso di tutto questo. Prima ancora che tu possa capirlo razionalmente inizierai a sentire un senso profondo in quello che ti accade, una superficie bianca sulla quale inizierai a vedere brandelli di questo disegno per nulla casuale. Fino a qualche giorno fa era tutto un ma... io non vedo niente... è tutto un caso. E' sfortuna, ingiustizia, karma negativo. Dopo un po' però ti sarà chiaro un fatto. Ci sono eventi che spuntano dal vuoto e che accadono per portarti un preciso messaggio, che puoi sentire anche se non riesci a capirlo. E in fondo in fondo percepirai anche la tua grandezza che preme per farti superare tutto quel buio, quell'oscurità che ti porti dentro. La grandezza che ti mette dentro quella sofferenza così grande al solo scopo di fartela superare e di farti scoprire cosa sei davvero. Non lo vedrai per lunghi anni, non lo sentirai mentre attraversi milioni di strade, su milioni di rotaie, non lo percepirai nelle mille facce a cui vorrai cucire addosso tutte le tue proiezioni. Non vorrai vederlo nelle presenze e nelle assenze di quelli che dici di amare o di aver amato, né potrai fare a meno di credere che tutto dipendeva da loro. Poi un giorno accadrà. Una condensazione di pura presenza, premio degli sforzi e ricompensa di tutto il lavoro che pareva senza scopo. Si aprirà un piccolo spiraglio nelle mura della sfocatura millenaria e percepirai un po' di luce. Quel tanto che basta a raccontarti una verità che è per te e per te solo, e che non potrai vendere a nessuno. La tua grandezza e le sue opere si faranno vive attraverso di te in modi inaspettati, e nonostante tutto il penare della tua nigredo alla quale inevitabilmente ti dovevi arrendere. Sentirai che c'è qualcosa d'altro, un soffio, una bellezza e una energia vitale anche in ciò che era oscuro, cupo e detestabile. E a quel punto probabilmente anche tu lascerai perdere tutti i grandi maestri del passato, i libri voluminosi e le continue citazioni colte di cui ti riempivi la bocca e la testa, per assaporare invece qualcosa di nuovo. Un contatto diretto con il tuo spirito. Percepirai le sue parole direttamente e spesso queste contraddiranno selvaggiamente quello che era scritto sui tuoi libroni. Anzi. Quei libri per quanto saggi, rispettabili e profondi, per quanto esaltati e tenuti in considerazione dagli 'studiosi' e dagli 'esperti', inizieranno a sembrarti parziali, piccoli. Perché se è vero che la luce è in te non puoi e non potrai mai acquisirla da qualcun altro che non sia tu, e non potrai mai capirla facendo tue le astruse teorie del maestro di turno, per quanto grande sia o sia stato. E' un'epoca questa nella quale lo spirito chiede di essere riscoperto direttamente, di essere contattato in modo fresco e nuovo e, forse, senza intermediari. E' un tempo in cui probabilmente ci sarà bisogno di riscrivere tutti i testi e le tradizioni del passato, mettere in discussione tutto ciò che ti hanno insegnato, e provare a vedere con coraggio cos'è davvero e che senso ha questa esistenza. In questo atto di coraggio, nel credere in ciò che senti e non in ciò che ti hanno detto, nello sforzo di esserci completamente e di percepire ciò che lo spirito ha da dirti (e non il libro di turno) c'è la promessa di una grandezza, c'è il respiro del tuo vero sé, che si manifesterà finalmente nelle tue opere e nella tua realtà e non solo nelle chiacchiere non dualistiche, nei deliri mistici o nei curriculum esoterici.

venerdì 24 agosto 2018

Configurazioni

Ogni situazione di questa vita non è che una configurazione: una scena tenuta piedi da modelli subconsci in interazione fra loro. Ma noi non lo vediamo fin quando qualcuno o qualcosa non ci impone di stare 'fermi'. E per stare fermi intendo proprio quell'immobilità, quel silenzio interiore e quella disidentificazione che ho chiamato anche la sensazione di esistere a prescindere sulle 'istruzioni 2.0' che è probabilmente la risorsa più utile per un mago errante. Allora nell'immobilità si vedono dei particolari che prima non eravamo proprio capaci di vedere. Attori sulla scena sì, ma attori che rispondono a quel copione che era condiviso. C'ero io e c'eri anche tu, ma quella storia in qualche modo era già scritta dalle nostre firme vibrazionali, e l'avevamo ereditata e sottoscritta inconsciamente, immersi in un turbinio di eventi, di prima e dopo, di presente e passato che non faceva che ipnotizzarci nel credere che tutto stesse avvenendo 'a noi' e non 'attraverso di noi'. A un certo punto però la realtà e la storia che ce ne raccontavamo non andavano più d'accordo, siamo entrati in stallo. La sensazione di non sapere più dove andare e cosa fare era un buon segnale, ma anche quella terribile voce che ci diceva "perché continua a succedermi questo?" E' allora che ci dobbiamo fermare. Dobbiamo smetterla di credere di sapere dove stiamo andando, perché non solo non lo sappiamo, ma tutta la vita ci chiede di smettere di andare da qualche parte. Ci dobbiamo fermare perchèénon sappiamo più chi siamo, cosa sentiamo e quale sia la direzione. Dobbiamo fermare piani, progetti e pensieri con i quali credevamo di predire qualcosa ma che non hanno fatto che raccontarci ciò che ci volevamo raccontare. Ogni configurazione ci chiede di integrare un messaggio che non sarà comprensibile con la mente, il pensiero non ci arriverà mai se non costruendo delle storie. Dobbiamo invece diventare capaci di 'sentire' quel messaggio, la vibrazione energetica che da sola può darci le informazioni che cerchiamo. Come usciamo dal disastro? Imparando a sentire la carica emotiva non integrata che l'ha creato proiettandosi sul reale. Perché ci è accaduto di nuovo? Perché quella carica era ancora lì, non vista, ed ha agito a nostra insaputa. Perché era ancora lì? Perché non abbiamo mai avuto il coraggio di immergerci lì dentro, ascoltarla e lasciarla passare, non abbiamo quindi mai 'compreso' il messaggio. Quando saremo quieti e inizieremo a sentire quel tutto che ci attraversa, senza risparmiarci nulla, dissolvendolo, privandoci della storia mentale che l'ha sostenuto, tutta la nostra linea di vita inizierà a scivolare verso un'altra configurazione, e molto probabilmente tutti gli attori inconsapevoli che mantenevano in essere quel copione spariranno. In questo conoscerete il vostro potere invisibile e silenzioso, che non viene dal fare, ma dal 'sentire' e dall'essere di più. Ricordatevelo la prossima volta: agire per correggere il 'là fuori' è solo la metà meno importante del cambiare linea di vita. L'altra metà, ben più rilevante, è quella del non agire, concentrando l'attenzione all'interno e rendendosi immuni all'influsso della sfocatura e delle sue storie.

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sabato 14 luglio 2018

L'ombra e le sue storie

Cuciamo addosso agli altri un vestito fatto della nostra ombra irrisolta e non integrata. Viviamo  con la convinzione che siano sempre 'loro' ad avere o non avere questa o quella caratteristica che ci rende felici o tristi, innamorati o sconvolti. Questa maschera la consegniamo a loro e a noi stessi in un gioco di luci e di ombre che non si interrompe finchè qualcosa non accade e le maschere si incrinano finalmente. Quando qualcuno ti dice 'non ti riconosco più', 'non so più chi sei', può voler dire che quelle due maschere che vi eravate consegnati stanno sgretolandosi lasciando il posto a una più vera parte di voi. Il che normalmente avviene dopo un lungo lavoro su di sè, o dopo una potente esperienza di picco. Fatto sta che quando le maschere crollano è molto difficile ammettere che quello che proiettavamo sull'altro, la bellezza, la bruttezza, il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, il potere o la sottomissione, e tutto il resto, erano parti nostre che non volevamo vedere, delle quali non volevamo riappropriarci. E' difficile perchè sappiamo in fondo che reintegrare quelle parti potrebbe significare perdere quella persona, la sua controparte e il ruolo cui eravamo tanto affezionati. Ma prima o poi se c'è una tendenza alla crescita questo avverrà. E allora, nel momento in cui il meccanismo proiettivo si incepperà, quando noteremo discrepanza fra ciò che uno dice e ciò che uno fa, quando il dolore verrà a trovarci nel mezzo di una delle nostre illusioni, avremo due possibili strade. O accetteremo di riprenderci il nostro potere con tutta la trasformazione esteriore che questo comporterà, oppure potremo iniziare a raccontarci delle storie che difendono il vecchio equilibrio a discapito di ciò che la realtà ci rimanda. Le storie che ci raccontiamo sono molto spesso figlie della paura del cambiamento e del riappropriarsi di sè e delle proprie parti cedute all'esterno perchè sgradevoli, inadeguate, inaccettabili. Le storie difendono i legami con persone, ruoli e situazioni che ci fanno sentire meno soli, più sicuri, ma che tuttosommato ci diminuiscono. E quel senso di diminuzione, quella consapevolezza dolorosa che per anni siamo stati meno, molto meno di ciò che potevamo essere, rappresenta il segnale certo del crollo della maschera e dell'inizio di una nuova crescita. Per finirla con queste storie e con le maschere da esse sostenute, l'ombra va reintegrata. Reintegrare significa amare le parti di sè che si odiano e si rifiutano, i nostri lati oscuri e tutto ciò che troviamo inaccettabile di noi. E per amarle bisognerà abbracciarle, viverle ed essere in grado di attraversare il dolore che molte di esse portano con sè. Non si può amare altri se non si impara ad essere completamente soli, ad esempio. Non si può sperimentare indipendenza se prima non si è sperimentata una profonda dipendenza. Non si può essere potenti se non si è stati totalmente impotenti. La crescita è integrazione degli opposti e non si ottiene con la polarizzazione su ipotetiche emozioni superiori, stati di coscienza elevati o altre fissazioni molto pericolose. Laddove c'è luce infatti verrà sempre proiettata un'ombra più o meno lunga che dovrà essere vista, amata, integrata, e questo è quello che io chiamo intensità.

lunedì 14 maggio 2018

Ombre e Istruzioni 2.0



Iniziai a scrivere Istruzioni 2.0 in un momento di grande dolore e paura, mentre tutto intorno a me si sgretolava e la mia mente faceva presagi nefasti sul futuro. La cosa peggiore che mi sia capitata, il periodo più brutto della mia esistenza. In quella fase gli spiriti guida con cui intrattengo un bel rapporto da ormai 10 anni iniziarono a dirmi cosa dovevo o non dovevo scrivere sul libro che uscirà a giugno, ma una frase mi colpì più delle altre.

"Tu hai voluto questo. Tu hai dovuto attraversare il disastro per avere le parole per scrivere come si esce dal disastro. Senza questo disastro quel libro non avrebbe avuto nessuna energia". È molto difficile ammettere di volere disastri nella propria vita, e ce ne sfugge il senso se non ne vediamo la funzione squisitamente didattica. Personalmente non ho potuto scorgerne la funzione mentre ero mangiato dalla sofferenza, che non era una normale sofferenza come mi spiegavano loro, ma qualcosa di molto più antico che era emerso dalle profondità del mio subconscio. E quel qualcosa non poteva essere rilasciato con una tecnica, né alleviato con un sedativo. Quel qualcosa che era uscito era una delle mie 'ombre'. Per essere chiari, il rapporto di intensità fra un normale stato negativo e una più profonda ombra è di 1 a 1000. Quindi non c'era verso di rilasciare, evitare, rasserenarsi con pensieri spirituali o sentirsi meglio con qualunque altro palliativo. L'ombra è qualcosa che si mostra per essere integrato e amato, non eliminato. Può essere attraversato solo tramite un’esperienza e non processato a livello mentale. E amare la propria ombra non è una roba da poco... prima ho dovuto sospendere ogni storia che mi raccontavo, poi ho dovuto ammetterne l’esistenza, che era parte di me, con tutto il suo contorno di bruttezze e bassezze, e poi alla fine ho dovuto capitolare e ammettere che non importava quanto in alto pensassi di essere arrivato, non importava quanto in pace e in centratura fossi stato nei mesi precedenti al disastro. Questo nodo doveva rivelarsi ed essere processato. Non è che avessi sbagliato qualcosa, mi dicevano. Anzi "è proprio perché adesso puoi gestirlo che ti si è messo davanti agli occhi". Quando hai gli strumenti poi gli strumenti vanno affinati, messi alla prova e usati. Per questo dico sempre alla gente di non dire mai 'sono qui, sono lì, sono risvegliato, sono felice...' perché spesso questo si traduce in una messa alla prova di ciò che si afferma di aver raggiunto. E di certo io sono stato messo duramente alla prova. Ovviamente la prova non è andata benissimo. Non avevo raggiunto che un milionesimo di quello che sembrava ma, mi dicevano loro, non è questo il punto. Il punto è avere la pazienza, l'umiltà e il coraggio di ammettere che il lavoro non è mai terminato. Che mesi di pace ed equanimità erano solo un temporaneo traguardo e, spiegavano, più sali verso il cosiddetto 'alto', più diventi 'cosciente', più la parte buia, inconscia e in ombra tenderà a salire per essere guardata, processata e, appunto, amata. Questo è il nostro lavoro, è ciò per cui lo spirito ci paga. Amare la propria ombra significa accettarla, senza condizioni, e cercare di non stare sempre lì a farsi quella nefasta domanda: "ma quanto durerà???". È un processo organico, quasi biologico, coi suoi tempi le sue fasi e i suoi modi. E cosa scopri alla fine? Scopri che c'è qualcosa di intoccato dal dolore, qualcosa che permane. Scopri una quiete al disotto di tutti i fenomeni. Scopri una sorta di invincibilità e scopri che quasi tutto quello che la mente ti racconta in proposito sono bugie. Ma di questo ho parlato nel libro che esce a breve. È stata durissima ma, ammetto, ne è valsa la pena.

 



mercoledì 21 marzo 2018

Nessuna strategia

Non adottare nessuna strategia di fronte ai cosiddetti 'problemi', è un approccio yin al vivere. La sola cosa da fare è essere presenti al proprio dolore, al proprio malessere come alla propria felicità. Gli stati interni sono energia, e nell'osservarli sospendendo il giudizio e la storia personale, togliendo potere alla mente di superficie che cerca di spiegare, analizzare e razionalizzare, compiamo l'unico vero atto terapeutico che esista. La differenza fra chi ce la fa ad attraversare e chi no, fra chi cambia definitivamente e chi no, sta in questo coraggio di essere consapevoli dello stato di pura energia che queste emozioni-sensazioni sono. Anni fa con una insegnante del metodo di Lester Levenson mi trovai di fronte a questa potente domanda di rilascio: 'puoi smetterla di essere così intelligente e furbo da sapere tutto quello che credi di sapere sul tuo problema? Puoi permettergli di essere qualcos'altro? Puoi lasciar andare tutte le storie che ti stai raccontando?' E immediatamente ci fu un momento di pace, un punto fermo dove nulla sembrava più muoversi. E in questo punto di pace avvenne uno spostamento.
Allora per una volta prova a non adottare nessuna strategia nei confronti di ciò che accade, prova a entrare nel flusso semplicemente vivendo e attraversando ciò che sembra accadere. Potresti scoprire dei punti di pace in mezzo al caos se li osservi senza raccontarti storie su come è e come dovrebbe essere. E in quei punti di pace potresti scoprire che c'è un movimento, una intelligenza che è te e che cerca di esprimersi. La incontrerai nel silenzio ed essa ti spiegherà ciò che hai bisogno di sapere. Non troverai soluzioni nella chiacchiera, nel cercare di spiegare, nel cercare di risolvere. Le azioni e le soluzioni sorgeranno invece spontanee da questo silenzio. Non prima. Ricordati questo: molto spesso le nostre storie mentali sono la vera causa della nostra sofferenza. Non ciò che accade, ma le descrizioni che sottendono ciò che accade dentro di noi, nella nostra mente, e più spesso di quanto non crediamo un'azione spontanea che porterebbe alla soluzione non viene dalla mente, né dai ragionamenti, né dalle teorie di altri, dai libri, non da qualcos'altro di differente da noi. Dalla pura presenza sorgono le mille soluzioni. Le cose migliori che mi sono capitate sono nate dal vuoto, sono emerse da un nulla cosciente in base a una domanda che non trovava risposte mentali. E quando mi sono davvero arreso è sempre giunta una soluzione insperata. Quindi prova a fare una domanda a questo vuoto, una domanda che non ha risposte nella mente. E poi aspetta che qualcosa emerga spontaneamente, da dentro o  da fuori di te.

Buona fortuna.