sabato 13 maggio 2017

Perchè lo fai?

Perchè fai un percorso 'spirituale'? Perchè cerchi quello che cerchi? Rispondi onestamente. La maggior parte di noi vedrà, se osserva con sincerità, che il pensiero primario dietro il cercare è solo e soltanto lo 'stare meglio' o il 'risolvere un problema'. Crediamo che la spiritualità debba risolvere i nostri problemi fisici, psicologici, emotivi ed economici e ,in un certo senso ne avrebbe anche la possibilità. C'è anche chi cerca l'illuminazione, il risveglio, la consapevolezza, senza avere la minima idea di cosa significhi o con una immagine mentale da fumetto ricavata da qualche libro. E dunque quando si diventa cercatori, come anche io sono stato per moltissimi anni (più di 20) il 'cercare' diventa compulsivo e irrefrenabile, ci sembra di aver trovato il motivo della nostra esistenza, appunto il cercare. Ogni nuovo corso regala un'ondata di adrenalina, di emozioni positive, risuoniamo con l'autore del momento, il conferenziere del momento, e viviamo una specie di innamoramento che è tanto più forte quanto più proiettiamo su quella figura tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Tutti gli innamoramenti in fondo non sono che questo. Un ego a cui manca qualcosa e che cerca di completarsi attraverso un altro ego. E per un po' abbiamo anche quella chimica specifica dell'innamorarsi, quelle belle sensazioni. Lui è il mio guru, il mio maestro. Ho trovato ciò che cercavo. Ma in realtà non abbiamo 'trovato' proprio un bel niente, se non, forse un altro piccolo tassello di qualcosa che era già integralmente e inevitabilmente dentro di noi. Poi arriva la progressiva disillusione, il guru ha dei difetti come tutti i normali esseri umani, la nostra aspettativa salvifica viene progressivamente delusa nella misura in cui scopriamo un normale umano, con qualche capacità e potere magari, ma pur sempre un umano. Le pratiche non le facciamo con costanza. Non ci piacciono le pratiche, sono faticose, ripetitive, noiose e non portano nessuna di quelle esperienze meravigliose di cui abbiamo letto sui libri, nessuno dei risultati che cercavamo. E allora a livello subconscio perdiamo interesse, e cambiamo percorso, cerchiamo un altro maestro, un altro libro, un altra tecnica e ricominciamo tutto da capo. Di innamoramento in innamoramento, di delusione in delusione quello che facciamo è spostare la nostra attenzione su quello che verrà dopo, e sulla forte sensazione di novità. Questo è ciò che facciamo con la spiritualità, ma, in linea di massima con moltissime relazioni ivi inclusa quindi quella dell'insegnante\guru\maestro. Questa è la via dell'ego che cerca per non trovare mai, cerca per avere 'belle sensazioni', effetti speciali, stati di rapimento mistico ed estatico. Ma, dopo tutti questi anni ho dovuto arrendermi alla constatazione che tutti questi sono solo effetti collaterali di qualcosa di molto, molto più importante. Ed è qualcosa che non incontra nessuna popolarità, poichè stuzzica e irrita proprio il soggetto in questione. Lo dirò molto brevemente. Se non abbiamo accettato il totale sacrificio della nostra personalità, di quell'importanza personale che intossica ogni azione che facciamo, anche la più spirituale, non andremo molto lontano in quanto a crescita e a 'risultati'. Se non c'è un lavoro sul carattere e una progressiva disintegrazione delle forme pensiero di auto-referenzialità, egocentrismo, egoismo ed eccesso di 'me', se non si accetta di perdonare integralmente chi sembra averci ferito, se non si toglie importanza ai propri desideri, e se non si dà battaglia momento per momento alla sensazione di essere un io col suo lato oscuro, non succederà mai assolutamente niente. Non sarà la nuova tecnica a guarirci, non sarà il nuovo guru, il nuovo risvegliato-neo-advaita, o l'ultimo maestro di Qigong o meditazione a darci ciò che cerchiamo. Ciò che cerchiamo si trova solo distruggendo le pareti della cella in cui ci siamo più o meno consciamente confinati. Questa cella è la nostra personalità, e con essa la nostra importanza personale. Questa cella è il centro da dietro le cui sbarre osserviamo il mondo. Si chiama ego, la sensazione di essere qualcuno separato da tutto il resto. Coincide con la mente, con il pensare compulsivo, con l'analisi costante, la chiacchiera continua di 'cose spirituali' e ahimè coincide col cercare. L'ego cerca per non trovare mai, appunto. In questo non vi è nulla di 'male'. Tuttavia questa non sembra a mio parere essere la via d'uscita. La via d'uscita è la resa totale e incondizionata delle proprie tendenze latenti e inconsce, un lavoro meticoloso, noioso, un lavoro assolutamente poco mistico, e del tutto privo di fascino per l'ego che cerca innamoramenti e belle sensazioni. E dovremo andare anche oltre la ricerca di questi premi che pensiamo costituiscano il risultato della crescita interiore... premi come la ricchezza, il lavoro dei tuoi sogni o l'anima gemella. Chi vi ha detto che questi sarebbero stati i risultati della ricerca vi ha mentito probabilmente, e se sono stato io a dirvelo vi chiedo scusa, anche io ero vittima di questo abbaglio. Poi ho capito, dopo molto lavoro, che i 'doni' che pure la coscienza elargisce, non sono altro che riflessi dell'espansione della nostra consapevolezza, che non sono lo scopo del percorso, e ho potuto appurare chiaramente che non c'è nulla da aspettarsi, nulla da cercare, c'è solo una parete da demolire per allargarsi, essere sempre più coscienti e percepire una fetta di realtà più vasta, con tutto quello che ne consegue. E non fate l'errore che ho fatto io per anni, di attaccarvi al maggior potere che deriva dalla vostra espansione di coscienza, non vi attaccate a quello che sembrate 'ricevere'. Non fate l'infantile errore di credere che Dio vi premi per gli sforzi che fate per essere buoni. A mio parere non c'è nessun Dio che vi premia perchè siete stati bravi a rinunciare all'ego, non c'è una ricompensa che qualcuno vi dona per aver neutralizzato il vostro karma negativo. Siete voi che espandendovi permettete alla coscienza (che è ciò che siete) di essere di più e che rinunciando ad attaccamenti, avversioni, opinioni e giudizi permettete all'infinito di penetrare dentro la vostra esistenza. Ma avete bisogno di rinunciare a tutto quello che credete sia un percorso spirituale, e, cosa ancora più difficile e impopolare, avete bisogno di iniziare ad amare la vita così come si presenta ai vostri occhi. So per esperienza diretta quanto questo può sembrare difficile, so quanto vi da fastidio, e quanto nella vostra testa (la testa dell'ego) siano già partite tutta una serie di eccezioni giustissime per ciascuno di voi, che raccontano perchè per voi è impossibile amare ciò che c'è in questo momento davanti a voi. Tuttavia la strada dell'equanimità è davvero l'unica, che può abbattere le mura di quella cella che ci siamo costruiti. Il vostro perchè dovrebbe gradualmente essere trasformato da "lo faccio per ottenere un risultato", a "lo faccio perchè sono stufo, esausto di essere 'io' ". Io con tutti i miei desideri. Io con tutti i miei bene e male, con tutte le mie opinioni sulla realtà, sul mondo, sul risveglio e la spiritualità. Io con le mie dita puntate verso i miei persecutori e le mie braccia attorno ai miei innamoramenti, io spinto dai capricci della mia personalità. Per uscire dalla cella, questo 'io' deve avervi veramente stancato, nauseato, e questa nausea sarà nettamente percepibile solo, ed esclusivamente quando avrete vissuto abbastanza delusioni e quando abbastanza innamoramenti saranno naufragati nel nulla di fatto. Forse quel giorno ne avrete piene le scatole, vi arrenderete del tutto alla vita così com'è e smetterete di investire la vostra 'ricerca' di aspettative infantili. E forse quel giorno le pareti della cella crolleranno con un fragoroso rumore lasciandovi attoniti di fronte a un nuovo stato di coscienza, un altro livello del videogioco, una dimensione più larga, sì, ma anche questa da lasciar andare.

mercoledì 12 aprile 2017

il grosso problema della non-dualità

Questo è il periodo della non dualità. Molti di noi ci sono cascati a piè pari. Siamo scesi nella profonda caverna del 'non esiste nulla', 'è tutto illusione', e ci condiamo la bocca con frasi come 'la realtà e la vita non hanno nessun senso perciò non preoccuparti di nulla', scimmiottando i vari 'guru' indiani o i testi sacri che si fanno portatori di questo messaggio che è contemporaneamente molto profondo e molto pericoloso. E' la moda più recente della spiritualità, e la sua deriva più insidiosa. Ad esempio vengono ritenute superflue ed illusorie tutte le pratiche, con la spiegazione che ogni metodo è comunque figlio dell'illusione e non farà che perpetrarla. I grandi dell'approccio non duale infatti vogliono far passare l'idea che quello stato è un'accadimento spontaneo che avviene quando le catene dell'identificazione con l'ego si sono finalmente dissolte. Non è qualcosa che si può provocare. Non è qualcosa che si può 'cercare'. Eppure gli stessi, continuano a tenere Satsang e corsi con migliaia di persone assetate dei loro discorsi, o anche soltanto della loro energia, dove basilarmente i partecipanti continuano a sentirsi dire sempre le stesse cose in attesa che questo risveglio spontaneo arrivi.... ciò ha portato molti 'adepti' e molta gente di mia conoscenza a una pericolosissima stasi e ad una ancor più pericolosa fissazione. Ed io che mi ero avvicinato con interesse a questa prospettiva, mirabilmente descritta dal Vasistha Yoga e da Ramana Maharshi (che sono stati fra le mie letture più assidue per tantissimo tempo) ho iniziato ad un certo punto ad avere il bisogno di fermarmi un attimo e di ascoltare quello strano corto circuito che il mio essere aveva quando ascoltava certe frasi. Pur se può essere vero in ultima analisi, il fatto che tutta questa esistenza possa essere una mera illusione, il tutto non si può certo liquidare con quattro frasi messe in croce, negando di continuo la realtà delle cose e la gravità del dolore umano, o con ragionamenti furbi intorno al 'concetto' di illusione e dualità. Se siamo sinceri dobbiamo poi ammettere che questo stato oltre il duale, lo abbiamo finora solo 'letto' da qualche parte o 'ascoltato' da qualche guru, ma nessuno di noi lo ha davvero sperimentato. Esiste davvero quello stato? Come facciamo a saperlo? In tutta onestà non possiamo ancora affermare che esista davvero e non possiamo essere nemmeno tanto certi che non sia uno stato illusorio (o allucinatorio) anch'esso, o che non ci sia qualcos'altro dopo. Quindi in buona sostanza a parte le chiacchiere...che ne sappiamo davvero? Vedo e leggo di gente che non fa che indicare, con una logica stringente per carità, quanto tutto quello che esiste non abbia alcun senso, nessuna sostanza, e quindi nessun valore. E per me, al momento, questo è un atteggiamento molto, molto pericoloso, molto vicino al nichilismo. Inoltre credo che, ammesso che esista, il punto d'arrivo (una coscienza non duale) sia praticamente impossibile per la maggior parte di noi se non viene compiuto un lavoro, uno sforzo per uscire da quella identificazione con l'ego che sembra essere l'ostacolo principale. E a quelli che hanno avuto il coraggio di dirmi che non è così ho sempre chiesto : tu sei nella non dualità? Senza ottenere mai una risposta positiva. Ascolto e leggo persone che sbandierano a tutti in lungo e in largo sul web che l'ego non esiste ed è anch'esso una illusione, che tutto il lavoro per uscirne sarebbe dunque anch'esso illusorio. E dentro di me si va formando sempre di più la profonda sensazione che tutto questo sia solo un mero parlare frutto proprio di un ego ipertrofico che ha trovato un nuovo modo per sembrare 'migliore'. Per il resto credo proprio che un percorso sia necessario per la stragrande maggioranza di noi, che una serie di 'passi' o almeno di punti di riferimento siano imprescindibili per non perdersi in un mare di autosuggestioni su cosa sia o non sia la realtà.

"Non si porrà mai fine alla grande battaglia contro la dualità dichiarandone l’impossibilità, o negando le varie apparenze a essa attribuite e definendole irreali. È ancora più inutile ridicolizzare ogni affermazione scritta o pronunciata che parli di dualità, o che sembri fare uso di espressioni dualistiche per spiegare qualcosa. Negare la realtà della dualità non è abbastanza. Non percepiamo la dissoluzione dell’apparenza finché non scopriamo con precisione cos’è l’apparenza e cosa non è, la “causa” alla radice dell’apparenza, e quindi poniamo fine alle nostre attività che sembrano produrre questa apparenza. "

(William Samuel)

giovedì 6 aprile 2017

Il problema del subconscio e la ricerca delle cause

Uno dei rischi più grandi della 'ricerca interiore' è quello di trovare una presunta 'verità' e aderirvi completamente, ciecamente. Una di queste grandi verità inoppugnabili è rappresentata dall'idea che l'unico modo di lavorare sul subconscio sia che si debba scavare alla ricerca delle cause delle malattie e dei problemi e solo a quel punto, dopo una presa di coscienza, i problemi si possano risolvere. Ho difeso anche io per anni questo paradigma che mi sembrava la soluzione ad ogni problema, pur se per certi versi faceva acqua: moltissime persone che sembravano aver trovato la 'causa' poi non risolvevano un bel niente. Moltissime altre che per anni avevano indagato nell'inconscio con i più diversi sistemi avevano trovato e risolto anch'esse ben poco. Di per contro conoscevo persone che in un mese o due di lavoro avevano risolto tutti i loro problemi. "Sembrerebbe esserci una variabile che non vedo", pensavo anni fa quando le 'terapie' sortivano un effetto molto diverso da persona a persona. La variabile si chiamava 'coscienza', come ho appreso qualche tempo fa. E rimane una delle cose più difficili da spiegare a chi sia ancora incastrato nella ricerca delle cause in qualche punto del proprio passato. Come mi spiegò una delle mie insegnanti, quando si tenta di risolvere un problema nelle nostre vite, non c'è niente da capire, non ci sono cause da processare a livello razionale, c'è solo da essere sempre più coscienti del materiale rimosso, che ha creato cariche non viste. Essere coscienti significa essere lì con l'attenzione e l'intenzione a voler sentire e penetrare questi cristalli solidi in gran parte depositati nel corpo stesso. Si deve avere la ferma risoluzione di essere presenti, intensi, e indossare questo momento di vita come fa la mano con un guanto. Questo, diceva lei, se portato a livelli alti e col tempo, può virtualmente curare ogni disturbo, malattia e scompenso perchè la coscienza ha un potete di guarigione superiore. Ma io non ci credevo e per un po' ho continuato la mia ricerca delle cause nell'inconscio... poi arrivò Hew Len (l'insegnante di Self Identity Through Ho'oponopono) che mi disse una frase che non scorderò mai: "la mente razionale può elaborare 5 bit di dati, contro i 5.000.000 che passano per il subconscio... quindi che cosa vuoi capirne?" Dopo quel giorno e quel corso, smisi totalmente di cercare le 'cause' nel 'subconscio' e iniziai a fare una cosa molto più semplice: mi misi a rilasciare tutte le emozioni e i pensieri riguardo a ciò che accadeva, e cercai di stare sempre più dentro ciò che c'era. Mi spiegò Hew Len che bastava osservare la realtà che abbiamo intorno per vedere Unihipili (subconscio) all'opera, e che un atto di consapevolezza pura (o pulizia come la chiamano loro) poteva risolvere molti più problemi di qualsiasi terapia o indagine (e detto da uno psicologo fa abbastanza impressione). E aggiunse un'altra cosa. La ricerca delle cause è proprio una delle memorie che dovresti rilasciare, è mal diretta e serve uno scopo che non è la vera guarigione. Il che mi fece trasalire. Nonostante tutto qualche barlume di dubbio lo avevo ancora ma iniziai a ragionare in modo differente ed ecco che il mondo divenne molto interessante e i miei problemi iniziarono a dissolversi molto lentamente, pur se non ne comprendevo a fondo le cause. Perchè 'capire' non è 'essere coscienti'. Un altro salto lo feci quando iniziai a insegnare il metodo Yin: molte persone durante il lavoro in gruppo o da soli, processando un sintomo o un'emozione, accedevano spontaneamente al ricordo (se c'era) che aveva dato inizio alla catena di sintomi, e questo unicamente mantenendo la coscienza sul 'qualcosa che faceva male' senza nessun intervento della mente, senza nessuna comprensione 'razionale'. Il contenuto inconscio emergeva da sé (se necessario) quando facevano una cosa molto semplice: diventavano acutamente consapevoli (cioè presenti). Successivamente anche Marina Borruso spiegava che la ricerca delle cause 'passate' è uno dei modi che l'ego ha di spostare sempre in un altro punto dello spazio e del tempo il lavoro (e quindi di non fartelo fare). E' un modo di dare sempre la colpa a qualcun altro. E disse un'altra frase che fu decisiva per me: "nel presente le cause passate e gli effetti futuri coincidono, ed è solo qui, nel presente che puoi fare un vero cambiamento. E' qui che hai potere".  Le prove decisive le ho avute con Zhineng Qigong ovviamente. Laddove in una settimana di lavoro quattro differenti persone mi hanno riportato che durante la pratica giornaliera (del primo livello) ciò che era in fondo, non visto, cominciava ad emergere sotto forma di emozioni forti, stati alterati, vecchi dolori che si risvegliano, ricordi. A me succedeva dal primo giorno di pratica, ma ero convinto che fosse un mio problema, invece le testimonianze che arrivano vanno tutte nella stessa direzione. Il che non invalida certo il lavoro sulle cause 'karmiche', sulle regressioni a vite passate o altri metodi simili che possono essere utili e per qualcuno anche decisivi.  Tutto sommato però dopo 22 anni di attività mi sembra di aver notato quanto un lavoro integrale su tutta la coscienza (conscio, inconscio, livelli superiori e tutte le forze che questi veicolano) non abbia a che fare con il capire, quanto con l'essere intensamente presenti, e non possa limitarsi a una botta e via, una seduta a settimana o un seminario ogni tanto. Il Zhineng Qigong, il Metodo Yin, la presenza, sono pratiche per allargare la coscienza e scuse per fare qualcosa che dovrebbe essere fatto di continuo. La 'pratica' di consapevolezza è un fuoco che dovrebbe bruciare 24 ore su 24, un'attenzione che dovrebbe essere vigile e viva mentre si mangia, mentre si dorme, mentre si fa qualunque altra cosa. Le pratiche sono solo un alimentare questo fuoco con un po' di legna e un ricordarsi la prospettiva.  

Segue una testimonianza molto interessante di Ming Tong Gu che racconta come la pratica del Zhineng Qigong lo abbia portato a guarire malattie croniche e, nel caso dell'asma, a rievocare il trauma originario alla base del suo problema (il video è in inglese).


mercoledì 29 marzo 2017

Le cause 'esterne'


Crediamo a tutto, tranne che al nostro potere. Crediamo al fatto che qualsiasi cosa possa condizionarci, pianeti, influssi astrali, il cambio di stagione, l'ora legale, le energie 'negative', le 'entità'. Poco o nulla ci viene detto sul fatto che forse, e sottolineo forse, queste cause esterne possano agire in noi soltanto perché hanno trovato una 'debolezza' nella nostra coscienza. Ultimamente ho avuto uno scambio di vedute con un praticante dello yoga integrale di Sri Aurobindo e sorprendendomi di quanto la teoria e la pratica dei metodi fossero vicine a quanto descritto nel Piccolo libro della centratura e praticato con il metodo Yin, ho azzardato
una domanda: "Secondo te l'esterno ci influenza davvero? È a causa di un problema nell'inconscio che avviene questa influenza?" La lunghissima discussione che ne è seguita ci ha portato a poche semplici conclusioni. Tutto ciò che non è gradualmente reso consapevole e che striscia non visto nelle regioni del subcosciente può virtualmente dare forma a zone di minore resistenza nel nostro campo di attenzione (la coscienza appunto) nel quale certe forze possono dunque infilarsi e agire indisturbate. Ma, diceva il mio amico, noi possiamo rifiutare la nostra adesione a queste forze, proprio nel momento in cui osserviamo il loro tentativo di agire su di noi. Possiamo smettere di credere che siano inevitabili. Possiamo usare la volontà, la purezza dell'intento e l'aspirazione costante come puntello per sganciarci da queste energie (e da qualsiasi altra 'sostanza psichica') e decidere di negare attivamente la loro influenza. All'inizio potrebbe stentare a funzionare e forse ci sentiremo ancora per un po’ come immersi in un groviglio di sensazioni e stati fisici che ci spostano di qua e di là, quasi come fossimo una boa in un mare in tempesta. Ma continuando a negare la nostra adesione la coscienza imparerà a sganciarsi gradualmente dall'azione di queste forze e inizieremo a vedere con i nostri occhi interiori dov'è quel buco nel subcosciente che permette alle forze 'esterne' di influenzarci. Quel vedere sarà l'inizio del nostro renderci progressivamente indipendenti da tutte quelle forze che fino a poco prima ritenevamo assolutamente inevitabili e vedremo come molto probabilmente tutto quello che ci influenza lo fa con il nostro - anche se inconsapevole - consenso.




 

giovedì 16 marzo 2017

Stampelle spirituali

Spesso usiamo la 'spiritualità' come una stampella a cui appoggiarci. Ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a definizioni e concetti come Dio, karma, reincarnazione, spirito e anima, ma in realtà di questi concetti non abbiamo alcuna diretta esperienza. Sono al 90% le favole in cui crediamo. Sono i concetti che abbiamo ereditato dalla tradizione, dai testi, dai nostri guru, da chi ci ha preceduto. Questa era la loro interpretazione della realtà, questo era il loro livello di comprensione. Il nostro livello di comprensione potrebbe non avvicinarsi al loro e allora, piuttosto che tentare di sperimentare dei fenomeni, decidiamo di parlane e di trasformarli nei nostri baluardi. Ho visto centinaia di persone perdersi e stagnare dentro queste definizioni, prendendole per buone e limitando la propria vita perché il 'guru' aveva detto questo o quello. Io stesso per anni mi sono nutrito di questi concetti per il semplice fatto di appartenere a una scuola di pensiero o all'altra. Prima o poi però dobbiamo deciderci a lasciare queste stampelle e camminare con le nostre gambe, o non sperimenteremo mai l'intensità e non avremo mai un’esperienza genuina. Lasciare andare questi 'concetti' può essere difficile e molto doloroso ma non sarà mai tanto doloroso quanto il continuare a nascondere il proprio essere dietro di essi, mettendoli in bella mostra per far vedere al mondo quanto siamo spiritualmente evoluti. La conoscenza spirituale non è che un mero accumulo di informazioni, di favole da raccontare. È nella realtà che si vede poi dove siamo realmente. Nella capacità di essere pace con tutto. Nell'equanimità. Nell'armonia e nell'equilibrio che portiamo a noi stessi e agli altri intorno a noi. Nella bellezza e nell'ispirazione delle nostre azioni nel mondo. È nella capacità di rinunciare al conflitto, alla violenza, alla rabbia, all'egoismo, nei desideri, nelle parole, nelle azioni e nei commenti su facebook che vediamo dove siamo a livello evolutivo (ammesso che poi esista ‘sto livello evolutivo). Ma noi preferiamo le storie, di certo io le ho preferite per moltissimi anni. Le storie che la spiritualità ci ha raccontato possono essere state un bell'intrattenersi quando eravamo in relax, con gli amici o in quegli attimi di confusione nei quali la vita sembrava sfuggirci di mano. Ma l'essere che siamo non sa davvero che farsene di tutto quel parlare di karma e reincarnazione, di presunti inconsci e mirabili corpi sottili, quando si tratta di metterci di fronte ad una verità. L'essere è 100% pragmatico, mai teorico e tutto ciò che possiamo dirne è e sarà sempre un'approssimazione molto grossolana. "I only know what I can do" diceva Lester Levenson quando parlava ai suoi studenti, per spiegare che parlare di ciò che non si conosce è unicamente uno sfoggio dell'ego. La domanda che ho iniziato a farmi ad un certo punto è stata "che ne sarebbe della mia ricerca se mettessi da parte tutto quello che so o credo di sapere e tenessi solo quello che ho visto e sperimentato direttamente? A quante di queste storie potrei ancora credere ciecamente?". E ancora: "cosa posso davvero sperimentare direttamente? Come?". Da queste domande nasce una ricerca onesta e integrale. Partendo da queste domande possiamo smetterla di raccontarci storie e cominciare a ricercare esperienze dirette e sperimentare intensità. Forse gettando queste stampelle potremo iniziare a camminare con le nostre gambe.

martedì 7 marzo 2017

Hunyuan ling tong, l'equanimità e le critiche


È sempre così. Quando cominci a fare qualcosa che rompe le scatole all'ego prima o poi l'ego si vendicherà recapitandoti uno o più critici in carne ed ossa. Nella fattispecie, da quando ho iniziato a ritenere opportuno parlare di equanimità, sono sorte le più grandi incomprensioni con numerose persone che da anni seguivano il mio lavoro. La critica più o meno velata che arriva sempre recita circa così: "Ma non lo vedi che l'equanimità è impossibile nel mondo moderno? Che i messaggi di quei vecchi fossili andavano bene per quella cultura ma non per la nostra? Noi abbiamo bisogno di giudizio e azione in questo nostro tempo". Il che significa che non stiamo parlando la stessa lingua. Se ancora pensate che equanimità significhi 'non agire' siete fuori strada, completamente. E lo siete per un motivo ben preciso: l'ego si oppone e tenterà sempre di distorcere qualunque frase o affermazione possa metterlo in pericolo. Ma voi non ci credete. Credete che ad opporsi al concetto di equanimità sia un 'vostro' normale ragionamento logico, il normale buon senso. Non vi rendete conto che anche la logica è sotto il controllo dell'ego, che anche il 'buon senso' non è buono per niente. Siamo per lo più programmi automatici che reagiscono a stimoli esterni senza alcun controllo su queste reazioni, e potete vederlo in migliaia di momenti della vostra vita. Coltivare l'equanimità serve a sganciarsi da questi automatismi e a renderci indipendenti, e non, come molti erroneamente credono, a cancellare la personalità. Non si cancella niente diventando equanimi, lo si rende solo più vasto. La miglior 'tecnica' che conosco è quella suggerita da Gao Weiming durante un seminario a Roma tempo fa, nel quale ci spiegò la teoria chiamata Hunyuan Ling Tong. Senza scendere nel dettaglio del senso delle parole, la frase indica l'atteggiamento che i praticanti di Qigong dovrebbero mantenere di fronte a tutti gli eventi della vita, belli e brutti. Significa allenarsi a pensare che tutto va per il meglio anche quando non sembra farlo o sembra andare in direzioni opposte al meglio, e farlo di continuo fino al punto in cui il nostro primo pensiero (il famoso pensiero primario) diventi Hunyuan Ling Tong invece che uno dei soliti giudizi sulla realtà. Ogni volta che accade qualcosa che genera forti emozioni positive o negative al praticante viene chiesto di ripetere silenziosamente nella sua mente Hunyuan Ling Tong per molte volte fino a che la mente e le emozioni non si siano calmate e non si sia tornati in uno stato di centratura. L'equanimità è questo, iniziare a ritirare i giudizi su ciò che sembra positivo e ciò che sembra negativo e vivere qualsiasi cosa si presenti alla coscienza con la stessa intensità. L'ultima volta che ho espresso questo concetto in un incontro qualcuno si è alzato e ha detto ad alta voce che senza le emozioni non vale però la pena di vivere. Beh, questo è senz'altro un modo di vedere la cosa, e fintanto che abbiamo la convinzione che le emozioni forti siano l'unico motivo per vivere, dovremmo lasciar perdere ogni tipo di lavoro su noi stessi e continuare a ricercare le emozioni forti finché questa esperienza non abbia mostrato la sua vacuità e non ci abbia dato tutto ciò che doveva darci. Se invece siete fra quelli che hanno già intravisto la trappola delle emozioni riconoscendole come quel qualcosa che vincola alla cultura del dramma e sottrae energia, capirete anche perché giorni fa, un altro maestro di Qigong (Tao Qingyiu) etichettava le emozioni come un 'difetto della coscienza', intendendo con questo dire che ogni volta che abbiamo un eccesso emotivo e andiamo fuori controllo è come avere un buco in un palloncino dal quale la nostra energia (qi) comincia a fuoriuscire. La coltivazione dell'equanimità serve a rimediare a questo oltre che al perseguimento di molti altri scopi ben più importanti di questo. Dall'equanimità tutte le emozioni saranno comunque accolte e vissute ma senza attaccamento e senza storie mentali, di modo che possiamo sperimentarne l'intensità senza esserne devastati. Dall'equanimità possiamo agire in maniera molto più decisa, diretta, efficace e ispirata, e anche laddove ci sarà richiesto di combattere, combatteremo, ma da un punto di quiete che resterà saldo per tutto il tempo. E a chi ancora crede che essere equanime significhi rinunciare alle sfide dell'esistenza posso solo consigliare di osservare chi è (o cos'è) che sta facendo questa osservazione e cosa ha paura di perdere rinunciando ai suoi giudizi su giusto o sbagliato. 

Equanimità significa non lasciarsi turbare qualunque cosa accada, conservare una mente immobile e ferma che osservi il gioco delle forze senza perdere la sua tranquillità. 
(Sri Aurobindo)

lunedì 20 febbraio 2017

Epochè



La discussione e il confronto arricchiscono. Ho sentito ripetere questo concetto diverse volte ultimamente e, come un alieno che non capisce il linguaggio dei terrestri, sono rimasto disorientato tentando di processare questo dato. Non perchè io sia contrario a priori alle discussioni e ai confronti, ma perchè nella mia vita non ho mai, e dico mai, visto qualcosa di 'costruttivo' nascere da discussioni o confronti così come vengono comunemente interpretati. Due ego che, messi di fronte, tentano di spiegare l'uno all'altro la propria opinione, valutando le risposte dell'altro attraverso il filtro del proprio punto di vista. Mi sono pertanto sempre domandato dove sia la crescita e la costruttività nell'ascoltare un punto di vista altrui mantenendo comunque intatto il proprio. A un certo punto della mia vita però una serie di eventi mi ha portato a conoscere quella pratica molto avversata e assolutamente mal compresa conosciuta come counseling. La mia fortuna è stata che il counseling mi fu insegnato da una persona che fu capace di tirarmi fuori dallo stato di 'punto di vista soggettivo' e mettermi in uno stato che chiamava (prendendola da Husserl) 'epochè fenomenologica' ovvero una sospensione totale del giudizio, di ogni giudizio riguardo a ciò che veniva esperito, ascoltato, osservato. Fare epochè significa prendere il fenomeno reale così come arriva alla coscienza, senza altre interferenze. E fu un concetto che mi colpì moltissimo. Perchè solo in quello stato secondo me si è capaci di vero ascolto e solo in quello stato, forse, il punto di vista dell'altro può davvero essere percepito. Ma qui sorgono anche i primi problemi pratici. Mantenere uno stato del genere per più di 5 minuti può essere una sfida insormontabile se non c'è allenamento e una forte determinazione. Un'altra cosa che mi colpì di quel modo di fare counseling era che, preso alla maniera di una disciplina interiore di educazione all'ascolto, diventava inevitabilmente una pratica integrale di vita quotidiana e non soltanto un week end al mese per prendere un diploma. Diventava un altro modo di vedere la totalità della vita, una modalità yin di attenzione focalizzata, che fu per me determinante per vedere  agire la mia sfocatura. Ci veniva appunto veicolato un concetto fondamentale che è il centro di tutto il discorso del confronto e dei punti di vista: non puoi sospendere il giudizio senza uno strenuo allenamento così come qualsiasi altro tipo di prestazione atletica, e non puoi farlo senza averne davvero voglia. Così quando ci allenavamo a fare i counselor coi nostri clienti, ci dovevamo allenare a vedere tutte le stupidaggini che avremmo voluto dire e fare per influenzarli, tutti i saggi consigli terapeutici che ci venivano in mente per sentire che stavamo facendo un buon lavoro, tutte le interpretazioni più o meno psicoanalitiche, energetiche o spirituali dei loro problemi. E tutte queste stupidaggini andavano sospese e messe al bando per tutto il tempo della seduta, per rimanere con la persona e non con le nostre interpretazioni e sfocature su quella persona. E forse con qualche anno di pratica intelligente questa capacità può essere appresa e può diventare parte integrante del proprio bagaglio di strumenti della coscienza. A quel punto però ogni genere di confronto o discussione perde il suo fascino. C'è stato un momento durante la mia attività di counseling nel quale le persone erano così intensamente interessanti che mi sembrava davvero un peccato mortale aggiungere o togliere qualcosa dalla loro esperienza di vita solo perchè pensavano che io fossi un bravo terapeuta. E quindi ho imparato a stare zitto e ho perso sempre più interesse al confronto, ai punti di vista, ai dibattiti.  Ho imparato a 'sentire' l'altro e la vita. Ho cercato per quanto potevo (e ancora ho un bel pezzo di strada da fare) di sospendere i miei giudizi su 'giusto' e 'sbagliato', 'bene' e 'male'. E ho imparato per quanto potevo a rispettare i processi di coloro che non erano d'accordo con il mio punto di vista, anche di quelli che remavano contro il mio (o attivamente contro di me), senza cercare di spiegare, senza dover dimostrare nulla a nessuno perchè, onestamente, non mi interessava più. Dallo stato di epokè ho potuto essere davvero d'accordo con Aurobindo quando asseriva che la mente non è che uno strumento per macinare informazioni, e che può credere tutto e il contrario di tutto:

"Il bisogno di sapere dell’intelletto non è altro che bisogno di macinare. Se poi per caso si ferma un attimo perchè è riuscito a sapere quel che cercava, immediatamente si riscuote e trova nuova roba da mettersi sotto i denti, per il puro piacere di tritare ancora.  Il momento decisivo del mio sviluppo intellettuale fu quando potei chiaramente vedere che quanto diceva l’intelletto poteva essere sia giusto che sbagliato; quel che l’intelletto giustificava era vero, ma anche il suo opposto lo era. Non ammettevo più nessuna verità nella mente senza ammetterne contemporaneamente anche il suo contrario. Risultato: il prestigio dell’intelletto svanì."
(Sri Aurobindo)

Dunque come posso davvero ancora credere che un confronto porti arricchimento e serva a crescere se non so fare epochè dentro di me? Come posso non vedere che il 99% delle volte un confronto o una discussione non sono che due ego che lottano per la supremazia (foss'anche la supremazia ottenuta solo attraverso il fatto che l'altro 'capisca' il mio punto di vista)? Come posso non accorgermi che tutto questo non è che l'ennesimo gioco delle separazioni e dell'avere ragione nel quale l'ego è maestro assoluto? Come posso non vedere che tutte le mie opinioni su ciò che è reale e ciò che non lo è sono solo mie opinioni e non verità assolute, e come posso non vedere tutte le macchinazioni che l'intelletto mette in moto per preservare e difendere queste opinioni a favore dell'ego?

Imparare a fare epochè significa rinunciare alle proprie opinioni per restare con il fenomeno così com'è, senza suggestioni, superstizioni o interpretazioni d'altro tipo. E' questa nuda sincerità a costituire secondo me, la vera sostanza dall'ascolto di sè e degli altri, e quest'atto interiore è l'unico che può, alla fine, rivelare la natura della coscienza svincolata dalla mente e dai sensi. E la coscienza, la capacità di esserci, è in definitiva ciò che davvero ascolta, e ciò che davvero viene ascoltato.