sabato 30 maggio 2020

Chiusura del Blog.

Vista l'intensa attività su facebook, e attraverso altri canali di comunicazione e per l'impossibilità di seguire troppi progetti contemporaneamente ho deciso di sospendere l'attività di questo blog trasferendo tutto, articoli, news ecc ecc sul gruppo facebook e sulla mailing list di recente creazione:

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Un caro saluto.

martedì 4 febbraio 2020

Coniunctio Oppositorum

C'è chi si lamenta del fatto che sostengo due paradigmi, quello dell'immobilità interiore e quello che afferma che l'intenzione plasma la realtà. E chi si arrabbia perchè una volta affermo una cosa, una volta ne affermo un'altra. A Chi si lamenta di questo con mail avvelenate, con commenti caustici e chiacchiere da salotto a suon di Ramana Maharshi e Nisargadatta, a chi mi vuole vendere solo la fetta 'trascendente' del lavoro io non posso che rispondere che in tutta onestà, a me pare che le cose non siano mai univocamente determinate. Che non esiste un polo e basta. Che trascendere è impossibile senza mettere le mani nella materia, e che non si può trascendere ciò che non si sia visto e conosciuto bene fino all'ultima molecola. Io credo che il 'lavoro' abbia due direzioni, come ho sempre affermato e come sempre continuerò ad affermare. Due vie. La via della trascendenza della materia, e la via del miglioramento delle condizioni umane per quanto illusorie ci possano sembrare. Perchè se anche fosse vero che tutto questo è illusione non vedo perchè questa illusione non possa essere migliorata usando quelle capacità 'spirituali' (le cosiddette siddhi) che sono nostra eredità in quanto figli e parti attive di questo campo di coscienza chiamato 'DIO'. In questa paura dell'usare certi 'poteri' per cambiare le condizioni dolorose della nostra esistenza, per guarire malattie, per assicurarsi un lavoro e per aiutare qualcuno in difficoltà io ci vedo un inutile senso di colpa primordiale, lo stesso di cui parlava tanto bene il 'corso in miracoli', che ci fa credere di non avere diritto, di non avere potere e che è male usare queste capacità, che verremo puniti, spazzati via, o come ho sentito dire a certi amici non dualisti, che questo rischia di farci restare incatenati a questa illusione (che a me comunque continua a piacere lasciatemelo dire). Quel senso di colpa primordiale legato, come scopro, a una valle di lacrime genealogica impressa nei nostri cromosomi, che racconta di generazioni di fatica, di dolore, di malattia, e che urla a gran voce: 'devi fare così, perchè si è sempre fatto così'. Una linea di memorie che implicano che non siamo niente, al massimo granelli di polvere che verranno spazzati via dal tempo e dalle intemperie. Ma, mi dicevano i miei spiriti guida, hai mai provato a mettere in discussione quella voce, la voce dei morti come la chiamano loro? E quando l'ho fatto ho sentito tutta quella gente ribellarsi, dal dentro di me, perchè come affermano i 'maestri', "sì un pò li svergognerai facendo qualcosa di più o di diverso da ciò che hanno fatto loro". Così come , se fai qualcosa di diverso, di tuo, farai sentire 'sbagliati' tutti quelli che volenti o nolenti hanno finito per confinarsi in uno dei due poli sostenuti da tutti i loro maestri e le loro tradizioni. O stanno nel polo del non esiste un cazzo, meglio trascendere e andare nel Sè, o quello del 'tu puoi fare tutto, sei il padrone del tuo destino'. Credo che sia per questo, e per le voci dei morti che sono anche dentro di loro, che si incazzano così tanto quelli che vogliono a tutti i costi difendere un paradigma e basta. Da fastidio rendersi conto che tuttosommato è vero tutto e il contrario di tutto, e che il tutto non può essere sperimentato aderendo ad una ricettina per quanto attendibile, nobile, spirituale e tradizionalmente riconosciuta. Ricordatevi, ogni volta che abbracciate un polo ne escludete un altro che comunque continua ad esistere e ad agire al disotto del livello della vostra consapevolezza, quindi, rimanete fluidi. Quando pensate di aver trovato una ricetta definitiva non ci credete perchè quello è un altro trucco dell'ego per tenervi buoni, al massimo usatela per il tempo necessario a verificarne la verità e poi lasciatela andare esplorando il suo opposto e tutto quello che avete escluso. Troverete molto. Crescerete molto.

giovedì 16 gennaio 2020

L'intelligenza esoterica, l'avere torto

Non ho mai trovato un termine migliore per definire quella 'seconda vista' che sarebbe necessaria a rendere funzionale un qualsivoglia lavoro su se stessi. Avrei potuto chiamarla intuizione, se non fosse che al praticante comune può accadere di scambiare per intuizione qualsiasi fantasia gli passi per la testa. Credo invece che la seconda vista di cui un mago errante necessita, sia una vera e propria forma di intelligenza che oltre ad avere una spiccata componente intuitiva, ha anche un importante bagaglio cognitivo che oggi è spesso svalutato a causa dello slogan della 'mente-che-mente'. E quindi la conoscenza, lo studio, la riflessione e l'analisi sono spesso relegati dallo spiritualista nell'ambito dei processi mentali, svalutati fortemente in favore di astrazioni quali anima, spirito, Sè (che sempre mentali sono, ma non glie lo dite a uno spiritualista se no .....). Oggi nella spiritualità (ma anche da altre parti) si studia poco, si contempla e si riflette poco, e ci si ferma spesso e volentieri a quelle quattro o cinque cose che 'ci risuonano' (SIGH!), oppure, peggio, ci si ferma ai dettami della propria disciplina o del proprio maestro spirituale, sicuri di aver trovato una verità assoluta e immutabile che ci metta al sicuro dall'incertezza e dal dubbio. Questo rende ciechi e sordi a qualsiasi altro tipo di teoria e di informazione, e rende difficile se non impossibile 'vedere' davvero. E non parlo soltanto di vedere l'energia, che è niente più che un interessante epifenomeno della capacità di percepire della coscienza. Parlo di 'vedere' sempre più chiaramente la struttura della realtà, qualcosa alla quale ci si dovrebbe allenare ogni giorno, tentando di ampliare costantemente la risoluzione del nostro occhio interiore. E per fare questo dovremmo essere curiosi, innanzitutto, dovremmo essere umili, e imparare ad avere spesso torto."Chi inizia questo cammino deve prepararsi a sbagliare tanto" diceva Sri Aurobindo. Eppure ultimamente sono circondato da persone che sembrano non voler mai avere torto, lettori, amici, colleghi e persone con le quali lavoro che credono che la loro visione della realtà e della spiritualità sia assolutamente incontrovertibile, e che tentano quindi di convincere anche me. Persone ad esempio, che prendono decisioni improvvise e impulsive giustificate da tutta una serie di ipotetici principi energetici e spirituali, e che a ben guardare sono più che altro capricci del Puer che ciclicamente viene a sabotare il lavoro di una vita. Persone che narrano con fierezza il perchè è il percome dei propri profondi e articolati traumi, e che descrivono con grande minuziosità il motivo animico, karmico, psicologico e astrologico delle loro sofferenze e del perchè sia così difficile se non impossibile superarle. Praticanti di discipline che richiedono ore ed ore dedicate ad esercizi stressanti che sono convinti che è così che raggiungeranno il 'risultato che cercano' (illuminazione, guarigione o soluzione dei problemi) solo perchè glie l'ha detto il 'maestro'. A ciascuna di queste persone avrei voluto offrire una differente proposta di lavoro, un punto di vista altro da quello cui erano attaccate unghie e denti; avrei voluto offrirgli una possibilità. A queste persone avrei fatto delle domande poichè l'intelligenza esoterica si sviluppa unicamente facendosi domande e non attaccandosi a delle risposte. Al tizio che vuole lasciare il lavoro perchè 'sente' che 'l'energia è cambiata', e che 'lo spirito deve comunque sempre fare sempre nuove esperienze' avrei chiesto: " sei sicuro che quello che chiami spirito non sia una insofferenza della tua parte ribelle e contraria alla stabilità e alle regole che vuole buttare all'aria tutto?". All'amico che ha bisogno di cinque o sei ore di pratiche yogiche al giorno per fare un lavoro su di sè avrei chiesto "sei sicuro che la tua pratica non sia diventata un'altra dipendenza? Un altro attaccamento, visto che dici di non poter più vivere senza?". Alla persona che mi spiega che un trauma enorme come il suo, accaduto così tanto indietro negli anni, non può risolversi semplicemente sviluppando la presenza, smettendo di raccontarsi quella storia, e allenandosi a respingere gli attacchi dell'inconscio giorno dopo giorno, avrei voluto chiedere :"visto che sono 15 anni che provi a fare di tutto e non ha funzionato, perchè non provi anche questo?". Ma ho taciuto, in parte perchè ho il massimo rispetto per i processi delle persone, e in parte perchè so che se non c'è la disponibilità ad avere torto e a rinunciare alla versione della realtà che ci si racconta nessun'altra opinione può essere utile. A me ad esempio l'avere torto salvò la vita in diverse occasioni. Ad esempio quando qualcuno mi istruì sul concetto di ombra, in un periodo nel quale ero invece totalmente polarizzato sulla la la luce, la pace e l'equanimità, e quando questo stesso qualcuno mi spiegò che l'adesione cieca alla cosiddetta filosofia orientale, era per un occidentale un potenziale enorme trauma psichico che poteva tagliare via tantissime funzioni come il desiderio, l'aspirazione, l'espressione artistica. Nelle sue parole: "se elimini i tuoi demoni elimini anche i tuoi talenti". Mi dava fastidio, mi faceva incazzare e mi costringeva a rivedere più di 20 anni di convinzioni sostenute da centinaia di libri, migliaia di meditazioni, e innumerevoli maestri con i quali mi ero relazionato. Però gli diedi una possibilità e secondo il suo consiglio iniziai a studiare questo concetto, Jung, l'ombra, le proiezioni e tutta un'altra serie di cose, e fu solo dopo aver studiato e contemplato molto questa teoria che ho potuto espandere le mie percezioni, iniziare a percepire nella realtà certe forze, notare certi schemi, fare determinate associazioni intuitive, e sì anche a vedere energeticamente queste strutture. Iniziai ad amare i miei difetti e demoni  e a cercare di capire cosa volessero piuttosto che condannarmi a morte per ogni errore che facevo, perchè non coincideva con l'ideale spirituale del momento. Ho dovuto ammettere di avere torto quando qualcuno in un momento in cui stavo combinando un casino dietro l'altro (e mandando a puttane il 90% della mia vita ) mi apostrofò con un "Andrè, ma che cazzo stai a fà?" mettendo in discussione ogni parola e ogni frase che io mi raccontavo sul perchè lo 'spirito' mi avesse messo in quella condizione. E così potei rendermi conto che ci poteva essere qualcuno che su alcuni aspetti del lavoro ne sapeva più di me nonostante mi sembrasse di saperne tanto, e che anche se hai raggiunto chissà quali livelli il lavoro e le domande non dovrebbero mai fermarsi. Quindi ogni volta che 'credi' ciecamente in qualcosa che sia un principio spirituale, una regola di vita, o le istruzioni che hai ricevuto dal tuo guru ricordati questo: 

"Che la tua ricerca sia sempre in corso, e che non pensi mai di essere arrivato. Che la tua pratica non ti renda mai rigido e inflessibile. Che tu comprenda che non tutta la saggezza sta in una sola scuola. Che il tuo insegnamento non sia mai un'arrogante autoaffermazione. Che tu possa avere tanto torto e sviluppare così la tua seconda vista"


domenica 22 dicembre 2019

Una possibilità.

Prima o poi devi rinunciare alle tue convinzioni, quando queste non ti servono più. Credere ciecamente è un uso sconsiderato dell'attenzione che invece è ed è sempre stata libera. Sembra metafisica, filosofia, sembra una cosa di poco conto. Ma più vado avanti più mi sembra ovvio un fatto che è poco popolare perchè non parteggia per nessuno e niente in particolare. Il fatto è che tutto quello a cui abbiamo aderito sono solo storie. Il nostro dolore, sono storie. I nostri errori sono storie. Le  nostre vittorie e i nostri successi sono storie. Le nostre discipline e pratiche spirituali sono anch'esse storie. E cos'è che tiene una storia in esecuzione? Il dargli attenzione, mattina e sera, nei secoli dei secoli. Quando arrivi ai mattoncini costituivi della realtà e della tua vita psichica tutto si riduce a un racconto al quale puoi aderire o meno, fino al punto in cui capisci che muovere l'attenzione è sempre stato il centro di tutto il discorso. Allora perchè dai attenzione a certi fatti apparentemente incontrovertibili e ignori tutti gli altri? Per bisogno di sicurezza (un'altro dei mattoncini costituivi dell'identità).  Perchè se metti in discussione una credenza o una convinzione su te stesso, sul mondo, sullo spirito o sull'energia qualcuno dentro di te si incazza (e anche qualcuno la fuori in corrispondenza) ? Perchè ti stai togliendo una sicurezza e l'identità campa proprio su questo sulle sicurezze. Là fuori si incazzano perchè la stai togliendo a loro. Se l'identità che credi di essere non ha più nulla di cui essere sicura, nulla a cui aggrapparsi per essere certa di esistere tutto il programma andrà collassando pian piano, lasciando spazio a qualcos'altro. Una nuova possibilità. Ma la possibilità nuova è destabilizzante perchè è oltre tutto quello che ti hanno raccontato e che ti sei raccontato. La possibilità nuova non sta nei meccanismi, non è una tecnica e non è mai schematica. La possibilità è imparare a fluire. Che è la cosa che ci spaventa di più perchè non ha altra certezza se non la sensazione di esistere. Allora il mio invito per questo natale suonerebbe più o meno così: rinuncia a tutte le storie che ti racconti sulla realtà, sulla spiritualità, sull'energia, sul bene e sul male. Ritira tutti i tuoi giudizi su ciò che è vero e ciò che non lo è. Su ciò che si può e non si può. Lascia fare ad una intelligenza più grande della tua, che deve essere lasciata libera dopo un invito ad agire per mettere a posto qualcosa. Agirà, se la lasci fare, agirà se hai smesso di credere a quello che ti hanno raccontato su ciò che sei, su ciò che si può e non si può. Ti darà istruzioni, ti ispirerà. E l'unico ostacolo sarà il tuo attaccamento a ciò che credi di sapere già. Rinunciarci non sarà un facile sacrificio ma ti garantisco che ne varrà la pena.

Buona fotuna.


mercoledì 13 novembre 2019

Un lavoro noioso

Si perde spesso il senso della disciplina, dell'esercizio costante, della pratica come centro di tutta la questione del 'lavoro su di sé'. E spesso e volentieri se ne perde anche il vero scopo ultimo. Se da una parte alcune persone cercano pace, quiete, salute, ottenimenti vari ed effetti speciali, dall'altra a malincuore accettano il fatto che tutto questo arriva solo in seguito un preciso sforzo che deve essere compiuto contro la meccanicità, e che questo sforzo occuperà la maggior parte del tempo del proprio lavoro su di sé. Le acquisizioni come quiete, pace e poteri paranormali non sono che un incidente di percorso. Avendo attraversato varie e variegate fasi di questo lavoro trovo sensato mettere in guardia i tanti praticanti (e insegnanti) innanzitutto dal sempreverde pericolo insito nel credere di essere arrivati ad un punto dove si può smettere o allentare lo studio ed il 'lavoro' in seguito a ottenimenti, stati di coscienza, o risultati ottenuti nella materia. Essendo tornato per via di decisioni ed esperienze personali alle basi essenziali che costituiscono le fondamenta di qualsiasi disciplina o tradizione che abbia un minimo di senso, continuo a credere che questo sia un lavoro davvero noioso eppure necessario. Il lavoro non parla di effetti speciali e non risponde alle esigenze di un ego che cerca potere, e aggiungerei anche che il potere reale arriva proprio perché si è rinunciato a volerne avere. Il vero lavoro è più simile ad arare e dissodare un campo da tutta una serie di erbacce quali la rabbia, l'odio, il giudizio, la presunzione, l'attaccamento, l'invidia, la gelosia, la paura, le fissazioni e tutta un'altra serie di impulsi venuti da chissà dove e che rappresentano le pari 'malate' della nostra individualità. C'è chi crede che queste parti vadano comunque nutrite e mantenute a sostegno proprio di quell'individualità, eppure io sono dell'opinione che purtroppo il 'male' dentro e fuori di noi esista, vada riconosciuto e gli debba essere proibita la libera espressione all'interno e all'esterno di noi. E se si hanno dubbi su cosa sia bene e male ecco, come dice Mere, basta un poco di sincerità con se stessi. Allora il vero lavoro non sarà quello sui corpi sottili, sul terzo occhio, non saranno le mille ore di meditazione, yoga, canti devozionali, recitazione di mantra o Qigong, tutte attività onorevoli e virtuose. Quella rappresenta la pratica ad occhi chiusi, ed è un'utile e necessaria palestra per prepararsi ad affrontare il ben più impegnativo lavoro con gli occhi aperti, durante la vita quotidiana, dove la presenza diventa spesso solo un ricordo e la centratura appannaggio di pochi sparuti momenti. E' lì nella quotidianità che si deciderà la linea di vita, che si avranno i progressi o le retrocessioni, le vittorie e le sconfitte, è soltanto lì che potete vedere a che livello siete arrivati. Trovo altresì importante notare come alcuni ricercatori avanzati, senior e insegnanti abbiano spesso trascurato il più elementare degli aspetti del 'lavoro' che è quello di non credere e non farsi abitare completamente dai propri processi di pensiero ed emotivi. In questo caso è proprio della mia storia che sto raccontando, laddove dopo anni di effetti speciali e cose paranormali mi sono reso conto che ero ancora facilmente preda dell'emotivo e dell'incontrollato pulsare dell'inconscio. Ho capito a mie spese che il contatto con dimensioni quali l'energia, i corpi sottili, lo spirito, eccetera eccetera può essere addirittura nocivo se non viene anticipato dall'addestramento più semplice e meno interessante che esista: il controllo dei propri pensieri e della propria mente, la coltivazione della disidentificazione e la creazione più o meno permanente di uno stato di intensità e di calma mentale. E' un lavoro noioso, è vero, ma è forse il più importante e trascurato di tutti. Presto si scoprirà che nella misura in cui la calma è mantenuta costante e  man mano che la distanza da sé e dai propri processi di pensiero aumenterà, si genererà una osservazione accurata e neutrale, e pian piano la realtà esteriore seguirà fedelmente la modificazione dei nostri stati interiori.

giovedì 12 settembre 2019

Quando dici "è così", fra coerenza e congruenza

Quando ho imparato come fare a mantenere per un po' un piccolo campo di presenza mi fu detto che di lì a poco avrei cominciato a sentire le vibrazioni 'esterne', i pensieri e le emozioni degli altri come perturbazioni del campo stesso. E così è stato. Mi fu spiegato anche che alcune le avrei percepite addirittura come un dolore fisico nel mio corpo (e così è stato), come se fosse roba mia e che imparare a discriminare dove erano gli altri e dove ero io era un lavoro primario per arrivare poi, in un secondo momento, ad allentare questo confine fra esterno ed interno. Nel frattempo ho scoperto che ci sono poche cose che mi provocano dolore fisico come quando qualcuno afferma, o quando io stesso affermo, "questo è così e non si può cambiare". Trovo che questo atteggiamento sia quello che maggiormente impedisca all'energia di fluire liberamente e la costringa in una forma ben definita, risultando comunque sempre in un appesantimento del campo, a prescindere da quanto la forma scelta sia 'buona'. Ai tempi della scuola di counseling mi era stato insegnato a operare una netta distinzione fra coerenza e congruenza, laddove la coerenza rappresentava una adesione incondizionata a una legge o precetto o una convinzione mentale presa da chissà dove, mentre la congruenza era una percezione dinamica che coinvolgeva il proprio sentire momento per momento. E anche quando questi principii e leggi e regole non erano più efficaci nel promuovere un buon livello di benessere, di equilibrio o adattamento alla realtà, venivano mantenuti comunque in nome di un principio di coerenza. Tuttavia ho scoperto che spesso il proprio sentire soggettivo può essere in netto contrasto con i principii con cui cerchiamo di essere coerenti, e che la coerenza a tutti i costi può diventare una estrema rigidità molto simile a una dittatura interiore ed esteriore. Il proprio sentire organismico, nel corpo, spesso dice qualcosa che si discosta dai precetti e i principii cui cerchiamo disperatamente di aderire e spesso questo sentire è molto più autentico, molto più in contatto con le leggi di natura di quanto lo siano le astrazioni che chiamiamo 'principii spirituali'. Quindi quando diciamo che qualcosa 'è così' perché mentalmente stiamo aderendo a una definizione o a un principio, spesso e volentieri non siamo congruenti al nostro sentire che ci sta dicendo qualcos'altro. Quando una persona è convinta di qualcosa a livello mentale, o cerca disperatamente di raccontarsi una storia, quello che mi succede (quando riesco a stare in campo yin di presenza attivo) è che percepisco nettamente un cortocircuito in questo campo, come un appesantimento, una rigidità, tanto più grande quanto più distante è la convinzione di quella persona dalla realtà del suo sentire. E' così che ho scoperto che le incongruenze rispetto al sentire sono molto più importanti delle incoerenze rispetto a principii e precetti. Quando si inizia a sentire davvero si fanno un sacco di scoperte interessanti sulla 'verità'. Per esempio che la nostra esperienza è sempre valida. Se sono arrabbiato sono arrabbiato, anche se quella rabbia ha radici nevrotiche, è comunque un dato reale. Se sono triste sono triste anche se quella tristezza non ha nulla a che fare con qualcosa che è accaduto ora. Il sentire risulta sempre reale per chi sente. Quindi l'esperienza soggettiva come diceva un tempo Michael Brown è sempre valida. La prima cosa che i percorsi spirituali tracciati da 'altri' ci sottraggono è proprio il valore della nostra esperienza soggettiva, la quale, quando non aderisce agli standard filosofici, emotivi ed estetici promossi dal maestro, deve essere subito svalutata e riportata in quegli standard attraverso l'interiorizzazione e la pratica di quei principii, l'imitazione di quei modelli, e in generale attraverso la negazione della propria individualità.  Quando le persone finiscono per aderire ciecamente a un percorso spirituale si riempiono di una gran quantità di 'è così', uno per ogni principio che hanno appreso dal proprio percorso di riferimento, e non ha alcuna importanza se il loro sentire non è congruente con quanto gli viene impartito, né se la realtà disconferma costantemente quel principio. Lo stesso avviene con tanti principi psicologici, filosofici, culturali e tanto materiale che passa per il piano mentale iper-sviluppato degli esseri umani contemporanei, ma che non viene minimamente percepito dal 'sentire' e che ahimè non supera mai il test della realtà. Quando dici 'è così' e lo dici da un piano mentale è facile che tu ti stia raccontando una storia, ed è facilissimo che questo 'è così' non stia lasciando a qualcos'altro lo spazio e la possibilità di farsi 'sentire' e vedere. Quando dici 'è così' per rimanere coerente con quello che ti è stato insegnato, con quello che credi, è facile che tu possa arrivare a scoprire che la realtà confermerà soltanto quanto puoi permetterti secondo la tua convinzione, ma non potrai mai scoprire nient'altro. La vita e l'energia sono in continuo movimento, e dire "è così" è l'inizio delle polarizzazioni, delle stagnazioni, e in generale l'inizio delle proiezioni sulla realtà. Ho potuto constatare invece che quando si rinuncia a cercare di confermare le nostre convinzioni (atteggiamento yang) e si cerca invece di rimanere il più possibile in uno stato di ascolto e presenza (atteggiamento yin) si scopre che la realtà molto spesso, non solo disconferma ciò che ci è stato insegnato, ma ci insegna costantemente ciò che è buono e funzionale per noi, portandoci i mezzi, i messaggi, gli insegnanti e le tecniche che sono adatte a noi momento per momento. Se rinunciamo allo strapotere del mentale e rimaniamo nel sentire quindi riceveremo sempre il nostro pane quotidiano, sebbene in una forma difficile da comprendere all'inizio perché, come esseri umani, sul sentire abbiamo ancora tantissimo da apprendere.


martedì 3 settembre 2019

24 ore su 24

La storia che ti racconti a proposito di qualsiasi cosa accada rappresenta una parziale descrizione del fenomeno di realtà. Larga parte del lavoro su di sé è riconducibile a questo: individuare la storia che ci raccontiamo sui 'fatti' e discriminare il dato di realtà dalla colorazione che vi apponiamo. La realtà è inequivocabile, è una serie di cose che accadono e che sono accadute. La storia che ci raccontiamo a proposito del reale, invece, è sempre una opinione personale. Crescere e diventare consapevoli significa essenzialmente riuscire a individuare quei punti ciechi nei quali ci addormentiamo e lasciamo che una storia (inconscia il 90% delle volte) si svolga senza nessuno che la metta in discussione. Svegliarsi significa essenzialmente imparare a sospendere le 'storie' e incontrare la realtà dei fatti, nuda e cruda. Nel fare questo scopriamo due cose: che la storia informa e dirige la realtà a prescindere dalla nostra volontà, e che la storia può essere reinterpretata e riscritta, cambiando il copione interno e di seguito quello esterno. Scopriamo altresì che certe storie non sono nostre, ma fanno parte di un patrimonio comune, genealogico, collettivo, di racconti più o meno identici, nei quali sono cambiati gli attori, ma il cui svolgimento ed epilogo sono rimasti sempre gli stessi nei secoli dei secoli. Troviamo i nostri cosiddetti destini nei destini dei nostri genitori, ad esempio, e tendiamo a rifare le stesse cose, a manifestare gli stessi sintomi, anche e soprattutto se siamo stati in conflitto con loro. Com'è possibile questo? Come se ne esce? Ho cercato per anni una ricetta definitiva, una magia che spezzasse questo incantesimo e mi sono illuso come tanti di averlo trovato diverse volte, in certe riprogrammazioni subconsce, simboli sacri, parole di potere e\o processi di 'pulizia' più o meno esoterici che sembravano funzionare lì per lì, a volte anche con risultati spettacolari per poi rivelare che la 'storia' prima o poi sommessamente ridecollava, non vista, fra le pieghe dei miei addormentamenti. Poi qualcuno a cui sarò sempre molto grato mi spiegò questo concetto: "L'inerzia del subconscio è qualcosa con cui ci si confronta per tutta la vita. E si può bilanciare solo con una consapevolezza del presente ben sveglia e continuamente affinata, fino al punto di accorgersi del momento in cui la storia inizia a narrarsi dentro di noi. Si deve poi avere l'energia-volontà sufficiente ad interromperla e questo può richiedere anni di lavoro prima che accada davvero. I risultati eccezionali ed immediati di certi metodi non sono che condizioni momentanee date dalla liberazione di una energia conflittuale bloccata, ma se ricomincia la vecchia narrazione, i vecchi imbrogli, l'energia tornerà a bloccarsi e prima o poi il problema o il sintomo ricompariranno. Andare contro i binari del subconscio richiede un grande accumulo di energia-prana che va coltivata con una disciplina e una pratica costante e questo a molti non piace, poiché vorrebbero credere ancora a una ipotesi miracolistica che li salvi una volta per tutte. Questo lavoro non è per chiunque, purtroppo, sicuramente non per quelli che non reggono lo sforzo o una fatica che vada oltre il meditare un paio d'ore a settimana. Costoro credono che appunto basti un esercizio ogni tanto, che la concentrazione dello sforzo sia un lavoro da un'ora, due ore ogni tanto, due giorni a settimana. Ma ci sarà sempre uno sforzo da fare perché la realtà non la cambi se non lavori 24 ore su 24 (anche mentre dormi, si è possibile!), e quello sforzo sarà sempre doloroso. In quell'attrito che si crea, nello sforzo protratto nel tempo per andare contro gli automatismi della propria personalità reattiva, c'è tuttavia un grande potere di guarigione, che aumenterà con l'aumentare dell'intensità della tua consapevolezza. Non esiste scorciatoia, se non per qualche effetto speciale momentaneo".