giovedì 12 settembre 2019

Quando dici "è così", fra coerenza e congruenza

Quando ho imparato come fare a mantenere per un po' un piccolo campo di presenza mi fu detto che di lì a poco avrei cominciato a sentire le vibrazioni 'esterne', i pensieri e le emozioni degli altri come perturbazioni del campo stesso. E così è stato. Mi fu spiegato anche che alcune le avrei percepite addirittura come un dolore fisico nel mio corpo (e così è stato), come se fosse roba mia e che imparare a discriminare dove erano gli altri e dove ero io era un lavoro primario per arrivare poi, in un secondo momento, ad allentare questo confine fra esterno ed interno. Nel frattempo ho scoperto che ci sono poche cose che mi provocano dolore fisico come quando qualcuno afferma, o quando io stesso affermo, "questo è così e non si può cambiare". Trovo che questo atteggiamento sia quello che maggiormente impedisca all'energia di fluire liberamente e la costringa in una forma ben definita, risultando comunque sempre in un appesantimento del campo, a prescindere da quanto la forma scelta sia 'buona'. Ai tempi della scuola di counseling mi era stato insegnato a operare una netta distinzione fra coerenza e congruenza, laddove la coerenza rappresentava una adesione incondizionata a una legge o precetto o una convinzione mentale presa da chissà dove, mentre la congruenza era una percezione dinamica che coinvolgeva il proprio sentire momento per momento. E anche quando questi principii e leggi e regole non erano più efficaci nel promuovere un buon livello di benessere, di equilibrio o adattamento alla realtà, venivano mantenuti comunque in nome di un principio di coerenza. Tuttavia ho scoperto che spesso il proprio sentire soggettivo può essere in netto contrasto con i principii con cui cerchiamo di essere coerenti, e che la coerenza a tutti i costi può diventare una estrema rigidità molto simile a una dittatura interiore ed esteriore. Il proprio sentire organismico, nel corpo, spesso dice qualcosa che si discosta dai precetti e i principii cui cerchiamo disperatamente di aderire e spesso questo sentire è molto più autentico, molto più in contatto con le leggi di natura di quanto lo siano le astrazioni che chiamiamo 'principii spirituali'. Quindi quando diciamo che qualcosa 'è così' perché mentalmente stiamo aderendo a una definizione o a un principio, spesso e volentieri non siamo congruenti al nostro sentire che ci sta dicendo qualcos'altro. Quando una persona è convinta di qualcosa a livello mentale, o cerca disperatamente di raccontarsi una storia, quello che mi succede (quando riesco a stare in campo yin di presenza attivo) è che percepisco nettamente un cortocircuito in questo campo, come un appesantimento, una rigidità, tanto più grande quanto più distante è la convinzione di quella persona dalla realtà del suo sentire. E' così che ho scoperto che le incongruenze rispetto al sentire sono molto più importanti delle incoerenze rispetto a principii e precetti. Quando si inizia a sentire davvero si fanno un sacco di scoperte interessanti sulla 'verità'. Per esempio che la nostra esperienza è sempre valida. Se sono arrabbiato sono arrabbiato, anche se quella rabbia ha radici nevrotiche, è comunque un dato reale. Se sono triste sono triste anche se quella tristezza non ha nulla a che fare con qualcosa che è accaduto ora. Il sentire risulta sempre reale per chi sente. Quindi l'esperienza soggettiva come diceva un tempo Michael Brown è sempre valida. La prima cosa che i percorsi spirituali tracciati da 'altri' ci sottraggono è proprio il valore della nostra esperienza soggettiva, la quale, quando non aderisce agli standard filosofici, emotivi ed estetici promossi dal maestro, deve essere subito svalutata e riportata in quegli standard attraverso l'interiorizzazione e la pratica di quei principii, l'imitazione di quei modelli, e in generale attraverso la negazione della propria individualità.  Quando le persone finiscono per aderire ciecamente a un percorso spirituale si riempiono di una gran quantità di 'è così', uno per ogni principio che hanno appreso dal proprio percorso di riferimento, e non ha alcuna importanza se il loro sentire non è congruente con quanto gli viene impartito, né se la realtà disconferma costantemente quel principio. Lo stesso avviene con tanti principi psicologici, filosofici, culturali e tanto materiale che passa per il piano mentale iper-sviluppato degli esseri umani contemporanei, ma che non viene minimamente percepito dal 'sentire' e che ahimè non supera mai il test della realtà. Quando dici 'è così' e lo dici da un piano mentale è facile che tu ti stia raccontando una storia, ed è facilissimo che questo 'è così' non stia lasciando a qualcos'altro lo spazio e la possibilità di farsi 'sentire' e vedere. Quando dici 'è così' per rimanere coerente con quello che ti è stato insegnato, con quello che credi, è facile che tu possa arrivare a scoprire che la realtà confermerà soltanto quanto puoi permetterti secondo la tua convinzione, ma non potrai mai scoprire nient'altro. La vita e l'energia sono in continuo movimento, e dire "è così" è l'inizio delle polarizzazioni, delle stagnazioni, e in generale l'inizio delle proiezioni sulla realtà. Ho potuto constatare invece che quando si rinuncia a cercare di confermare le nostre convinzioni (atteggiamento yang) e si cerca invece di rimanere il più possibile in uno stato di ascolto e presenza (atteggiamento yin) si scopre che la realtà molto spesso, non solo disconferma ciò che ci è stato insegnato, ma ci insegna costantemente ciò che è buono e funzionale per noi, portandoci i mezzi, i messaggi, gli insegnanti e le tecniche che sono adatte a noi momento per momento. Se rinunciamo allo strapotere del mentale e rimaniamo nel sentire quindi riceveremo sempre il nostro pane quotidiano, sebbene in una forma difficile da comprendere all'inizio perché, come esseri umani, sul sentire abbiamo ancora tantissimo da apprendere.


martedì 3 settembre 2019

24 ore su 24

La storia che ti racconti a proposito di qualsiasi cosa accada rappresenta una parziale descrizione del fenomeno di realtà. Larga parte del lavoro su di sé è riconducibile a questo: individuare la storia che ci raccontiamo sui 'fatti' e discriminare il dato di realtà dalla colorazione che vi apponiamo. La realtà è inequivocabile, è una serie di cose che accadono e che sono accadute. La storia che ci raccontiamo a proposito del reale, invece, è sempre una opinione personale. Crescere e diventare consapevoli significa essenzialmente riuscire a individuare quei punti ciechi nei quali ci addormentiamo e lasciamo che una storia (inconscia il 90% delle volte) si svolga senza nessuno che la metta in discussione. Svegliarsi significa essenzialmente imparare a sospendere le 'storie' e incontrare la realtà dei fatti, nuda e cruda. Nel fare questo scopriamo due cose: che la storia informa e dirige la realtà a prescindere dalla nostra volontà, e che la storia può essere reinterpretata e riscritta, cambiando il copione interno e di seguito quello esterno. Scopriamo altresì che certe storie non sono nostre, ma fanno parte di un patrimonio comune, genealogico, collettivo, di racconti più o meno identici, nei quali sono cambiati gli attori, ma il cui svolgimento ed epilogo sono rimasti sempre gli stessi nei secoli dei secoli. Troviamo i nostri cosiddetti destini nei destini dei nostri genitori, ad esempio, e tendiamo a rifare le stesse cose, a manifestare gli stessi sintomi, anche e soprattutto se siamo stati in conflitto con loro. Com'è possibile questo? Come se ne esce? Ho cercato per anni una ricetta definitiva, una magia che spezzasse questo incantesimo e mi sono illuso come tanti di averlo trovato diverse volte, in certe riprogrammazioni subconsce, simboli sacri, parole di potere e\o processi di 'pulizia' più o meno esoterici che sembravano funzionare lì per lì, a volte anche con risultati spettacolari per poi rivelare che la 'storia' prima o poi sommessamente ridecollava, non vista, fra le pieghe dei miei addormentamenti. Poi qualcuno a cui sarò sempre molto grato mi spiegò questo concetto: "L'inerzia del subconscio è qualcosa con cui ci si confronta per tutta la vita. E si può bilanciare solo con una consapevolezza del presente ben sveglia e continuamente affinata, fino al punto di accorgersi del momento in cui la storia inizia a narrarsi dentro di noi. Si deve poi avere l'energia-volontà sufficiente ad interromperla e questo può richiedere anni di lavoro prima che accada davvero. I risultati eccezionali ed immediati di certi metodi non sono che condizioni momentanee date dalla liberazione di una energia conflittuale bloccata, ma se ricomincia la vecchia narrazione, i vecchi imbrogli, l'energia tornerà a bloccarsi e prima o poi il problema o il sintomo ricompariranno. Andare contro i binari del subconscio richiede un grande accumulo di energia-prana che va coltivata con una disciplina e una pratica costante e questo a molti non piace, poiché vorrebbero credere ancora a una ipotesi miracolistica che li salvi una volta per tutte. Questo lavoro non è per chiunque, purtroppo, sicuramente non per quelli che non reggono lo sforzo o una fatica che vada oltre il meditare un paio d'ore a settimana. Costoro credono che appunto basti un esercizio ogni tanto, che la concentrazione dello sforzo sia un lavoro da un'ora, due ore ogni tanto, due giorni a settimana. Ma ci sarà sempre uno sforzo da fare perché la realtà non la cambi se non lavori 24 ore su 24 (anche mentre dormi, si è possibile!), e quello sforzo sarà sempre doloroso. In quell'attrito che si crea, nello sforzo protratto nel tempo per andare contro gli automatismi della propria personalità reattiva, c'è tuttavia un grande potere di guarigione, che aumenterà con l'aumentare dell'intensità della tua consapevolezza. Non esiste scorciatoia, se non per qualche effetto speciale momentaneo".

giovedì 22 agosto 2019

Un mago errante parla solo di quello che sa

"Mi impegno a non parlare degli argomenti che non conosco, ma solo di quelli che conosco e che ho sperimentato.
Mi impegno a ricordarmi che parlare di magia non è fare magia. Così come parlare di spiritualità non è fare spiritualità."
(dal Giuramento del Mago Errante)

Dopo più di ventidue anni passati nell'arena dei percorsi spirituali, energetici, mistici, iniziatici, esoterici ecc. ecc. un giorno mi sono svegliato a una sensazione che si faceva via via più forte dentro di me. Una sensazione che l'ebrezza del gruppo, del guru, dell'ultimo libro fico, sostenuti da parole altisonanti, concetti elevati e anche da qualche esperienza di picco (credevo fosse illuminazione ma, ahimè, è finita troppo presto) avevano represso e schiacciato. La sensazione che c'era qualcosa che non andava, che ci stavamo creando un piccolo recinto dentro al quale difenderci dalla vita. A fronte di tante meravigliose promesse (alcune verificate, altre no) mi sono dovuto accorgere sempre di più del meraviglioso e consolante scollamento dalla realtà che si genera adottando un paradigma 'spiritual' da applicare alla vita di tutti i giorni, entrando in un gruppo (anche virtuale), abbracciando una tradizione o un cammino di fede. In qualche modo la spiritualità diventa (per me sicuramente lo è stato) una via di fuga ai problemi del reale, alla monotonia della vita quotidiana, una ricetta passe-partout che risolve ogni dilemma e diventa prima o poi un dialogo interiore che va a sostituire quello della gente 'normale', alla quale finiamo per sentirci in qualche modo superiori. Comunque diversi. A un certo punto invece di raccontarmi storie, auto-esaltarmi citando i passi dei miei libri preferiti o evocare sensazioni di pace e amore a comando mi sono fatto una semplice e spietata domanda: quanti risultati ho davvero ottenuto rispetto a quelli che cercavo o dicevo di cercare? Quanto ho realmente dimostrato di tutti quei teoremi belli e pronti che mi sono bevuto in 20 anni di studi, letture e pratiche? Uno dei miei insegnanti mi disse un giorno che il livello di potere di un praticante spirituale è semplicemente ciò che è in grado di fare. Se puoi farlo è reale e si può chiamare potere. Se non puoi farlo è tutt'al più una teoria. E questo mi ha riportato col tempo a una brutale consapevolezza: che il vero potere invisibile e silenzioso non aumenta parlandone, citando libri, esaltando teorie e metodi che promettono questo o quello. Parlando di queste cose di continuo e facendone un dialogo interiore ed esteriore costante, si perde la capacità di interiorizzare ciò che viene appreso e c'è il rischio di scollarsi dalla realtà, dimenticandosi di applicare il tanto denigrato (dagli spiritualisti) modello scientifico. Teoria-metodo-sperimentazione-risultati. Parlare ad esempio di creazione della realtà e non poter poi dimostrarne la validità nel reale (cosa hai creato-attratto-materializzato alla fine? Cosa sei riuscito davvero a fare con la cosiddetta creazione della realtà?) è scollamento dalla realtà. Parlare di auto-guarigione e non essere guariti è scollamento dalla realtà. Parlare di pace perfetta ed essere dei guerrafondai in incognito è ancora uno scollamento dalla realtà. Ma la realtà è il solo e unico parametro per valutare l'efficacia di un insegnamento ricevuto e poi applicato. Così a un certo punto dato che anche io mi ero perso nei meandri dell'auto-suggestione ho dovuto sottoporre a verifica quasi ogni cosa che avevo creduto ciecamente, per vederne gli effetti nella realtà. Ho dovuto smettere di parlare di tante e tante cose, di perdere tempo ed energia in chiacchiere assurde che erano solo un tentativo di rassicurarmi e dimostrare a me stesso che esisteva qualcosa che però non avevo verificato nel reale. Parlare di ciò che non si è sperimentato e dare per scontato che sia un fatto reale provoca una potente perdita di energia, che andrebbe invece investita meglio in auto-osservazione, silenzio, presenza. Per un po' ho smesso di leggere, autosuggestionarmi e consolarmi con i principii spirituali ogni volta che le cose non andavano come volevo. E ho cominciato a osservare un fatto, banale, semplice e lineare. Che il vero insegnante è sempre la vita reale. Le piccole facezie dalle quali cercavo di liberarmi dicendo che siamo creatori o co-creatori. Gli incontri casuali, le file alla posta, i problemi familiari ed economici, le crisi relazionali, le depressioni, gli incidenti, le nascite e le morti dei propri cari, e tutta quella costellazione di eventi che chiamiamo vita reale sono il solo substrato su cui lo spirito può agire e lavorare. Sono la struttura attraverso la quale si dispiegano i risultati della nostra vita, della nostra forza interiore, delle nostre intenzioni e delle nostre emissioni energetiche e psichiche; la realtà è il solo campo d'azione nel quale possiamo scoprire leggi, assiomi e principii e vederne i risultati. Sui libri poi magari troviamo una conferma a quanto abbiamo sperimentato e vissuto. Quindi per riprendervi in mano la vita, emanciparvi dall'ipnosi del dialogo interiore (anche se molto spiritual), uscire dal carcere di una setta o di un gruppo e ricominciare a esistere pienamente, fatevi questa domanda: quanto di tutto ciò che dico di credere ho verificato (e come) nella realtà? Quando entrate in un gruppo, seguite un maestro, adottate un paradigma spirituale, chiedetevi: come sono diventati coloro che hanno seguito questo paradigma, gruppo, maestro, libro o insegnamento? Quanto sono in contatto con la realtà? Quanta distanza c'è fra i bei discorsi, le parole, e i fatti dimostrati?

Stay Real! Stay present!

giovedì 15 agosto 2019

Uno dei fatti più difficili da riconoscere operativamente nel proprio percorso evolutivo è l'esistenza e l'influenza dell'inconscio e della sua continua azione nella realtà. Laddove molti percorsi strutturati si propongono di vincere le difficoltà attraverso sforzi di volontà, attraverso l'analisi razionale, logica, e laddove ci si propone di cambiare situazioni, persone, luoghi di residenza, di lavoro, partner e colleghi quando le cose diventano ingestibili, agendo solo sulle situazioni esteriori ma non sulla situazione interiore, laddove si suggerisce la repressione di aspetti di sé indesiderati attraverso discipline ferree e di rinuncia, e laddove non si colga il senso profondo di ciò che ci accade, ci potrà essere sempre un risultato che è solo parziale, poiché è mancata una lettura dei processi inconsci che hanno creato quelle situazioni. Questo è maggiormente vero nei casi degli schemi che si ripetono, quelle situazioni di vita nelle quali cambiano le facce ma rimane intatta la pasta di cui sono fatti, la narrazione sottostante. L'inconscio lo puoi rilevare innanzitutto attraverso una profonda disciplina di auto-osservazione, attraverso la coltivazione della capacità della coscienza di rivolgersi all'interno e osservare sé stessa e i propri processi. E questa che molti chiamano presenza è la prima capacità e forse la più importante da coltivare e approfondire per conoscere il proprio inconscio e vederlo all'opera, quella fondamentale per poter modificare l'azione inerziale dell'inconscio stesso. Ma la sola presenza rivolta a se stessi non basta, come vorrebbero ottimisticamente pensare alcuni. L'inconscio va riconosciuto non solo nei nostri pensieri ed emozioni e il lavoro di trasformazione non finisce guardandosi l'ombelico dalla mattina alla sera ricordandosi di sé, magari negando il valore della realtà. Questo tutt'al più ci darà un certo distacco o calma, ma a che serve una presenza esercitata solo per guardare con diafano distacco il succedersi sempre uguale delle miserie di una vita bollata come pura illusione? Per vedere e riconoscere l'inconscio, la presenza deve essere estesa al mondo esterno, alla vita collettiva, alle relazioni e agli accadimenti che ci riguardano anche se solo marginalmente. Il mondo e la realtà pullulano di segnali che è essenziale saper leggere, poiché la vita è ricca, olografica e in continua costante comunicazione con noi (con buona pace di chi ancora vuole bollare tutto questo come illusorio, privo di significato e sbattervi nel vuoto del sé come unica meta degna di senso). L'inconscio si servirà di attori 'esterni' per farci vedere cose di noi che non vediamo, per recapitarci messaggi, si servirà di coincidenze significative per guidarci attraverso la soluzione di un problema, e ci mostrerà costantemente purtroppo anche quali sono le nostre ferite attraverso altre persone e incontri con persone che ce le verranno a risvegliare. Per essere in grado di vedere tutto questo e comprenderlo però, avete bisogno comunque di fare un passo indietro rispetto a ciò che vi accade, o come comunemente si dice dovete essere in grado di disidentificarvi o di togliere importanza alla situazione o evento contingente, quindi a ridurne il carico emotivo. Questa è ancora una proprietà della presenza e del sentire profondamente, quindi non è un lavoro mentale. Dopodiché avete bisogno di educarvi ad una 'seconda vista', una capacità intuitiva che può inizialmente essere sostituita dalla lettura di 'testi' sull'argomento (Jung sopra tutti) ma che a me risulta essere interamente proprietà della coscienza stessa. Essere coscienti a lungo e persistentemente alla fine rivelerà l'inconscio e i suoi schemi, sia che conosciate i principali archetipi del'inconscio o i vari modelli relazionali sia che non li conosciate. Essere attenti, ricettivi, svegli e non identificati attiva questo modo speciale di vedere la realtà nel quale ciò che accade non è subito passivamente ma visto sempre come parte di una storia che ci riguarda e che può essere riscritta. Se poi avete bisogno di qualche testo sull'argomento o di un terapeuta che vi indichi la strada e vi aiuti in una certa direzione, e se siete abbastanza umili da accettare l'aiuto, questo fenomeno si produrrà nella vostra realtà, e se siete abbastanza presenti da cogliere il suggerimento lo coglierete. In tutto ciò trovo essenziale che si sviluppi molto più la qualità del sentire che quella dell'argomentare con mente logica ciò che accade nella vita, trovo molto più efficace l'approccio yin dell'ascolto profondo e dello sviluppo di un campo di energia cosciente che non l'acquisizione di tonnellate di informazioni su cosa sia e come si muova il nostro inconscio. Le nozioni, le letture e gli studi, l'analisi dei processi sono un valido aiuto, un enzima che accelera enormemente i nostri processi che per natura sono lenti, ma in ultima analisi la qualità dell'inconscio si deve sentire profondamente a livello emotivo, percettivo, poiché quest'aspetto della coscienza è attualmente quello che la nostra società ha sviluppato meno rispetto a quello ormai ipertrofico della conoscenza intellettuale. Nel sentire profondo si possono avere quelle profonde intuizioni che col tempo insegneranno la forma e la narrazione dei processi subconsci, il loro significato e la loro meccanicità. Nel sentire profondamente la qualità di una esperienza inizierà quel processo di trasformazione che non appartiene alla volontà ma testimonia la diretta azione della coscienza sulla realtà.


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sabato 3 agosto 2019

Ma allora che cos'è la spiritualità?

Una cosa che mi ha colpito del post sul gruppo, arrivato ieri, è stata la frase "immagino che dire che cerco di 'stare meglio' non valga", come se la cosiddetta "spiritualità" mettesse chi cerca di migliorare la propria vita e generare benessere a tutti i livelli, a un rango molto basso. Come se la produzione di situazioni migliori per se stessi e per gli altri non dovesse essere un obiettivo di chi fa un lavoro su di sé, perché egoistico, poco spirituale, e perché questo metterebbe il ricercatore nella posizione del materialista alla quale la spiritualità spesso si contrappone proponendo, appunto, obiettivi più nobili quali 'risveglio', 'pace', 'stato del sé', 'illuminazione', 'satori', 'nirvana' e compagnia bella (tutta roba che essenzialmente abbiamo letto sui libri ma della quale pochi o nessuno hanno davvero mai fatto esperienza). Dopo anni di sbattimenti su questo tema e avendo cercato per un lungo periodo di sganciarmi dalla vita reale per fuggire in questi stati di pace assoluta, di luce e di beatitudine divina, fuso col tutto, dimenticandomi di avere un ego (ed essendoci pure riuscito per un po'), posso affermare in tutta sicurezza una cosa: non solo non è auspicabile rinunciare alla realtà e a cercare di migliorarla in favore della cosiddetta illuminazione, ma questo atteggiamento può rappresentare anche una pericolosa scissione psicologica che porta innumerevoli problemi (testato anche questo, fidatevi!). Questa fuga è quasi sempre frutto di un rifiuto della propria realtà, del presente. E dopo anni di analisi, riflessioni ed esperienze sono giunto a credere che l'atteggiamento 'il benessere è un obiettivo dell'ego, la felicità è un'illusione, bisogna cercare solo l'illuminazione' sia precisamente il lato ombra della ricerca spirituale, l'ennesima separazione fra bene e male, giusto o sbagliato, che è proprio una delle problematiche che dovremmo voler trascendere attraverso il 'lavoro'. Ed è precisamente l'espressione macroscopica di un senso di colpa inconscio, che ho indagato e approfondito attraverso il lavoro degli ultimi tre o quattro anni sulla psicologia del profondo, radicato in un indottrinamento culturale, religioso, sociale, e veicolato attraverso millenni di tradizioni spirituali ereditate dall'oriente nelle quali l'individuo in sé e per sé, i suoi bisogni, le sue peculiarità, vanno sacrificate, limate e omologate alle linee guida del buon discepolo di cui ogni tradizione dà una accurata e dettagliata descrizione. Quasi tutte le tradizioni hanno il loro modello di come dovrebbe o non dovrebbe essere un praticante di 'spiritualità' e tutto ciò che esce da questi binari è guardato con sospetto (a volte anche con odio) dagli spiritualisti. Laddove infatti una persona non riesca a trovare una relazione funzionale con la vita e il mondo ordinari nei quali primeggiano valori come l'estetica, i soldi, il sesso, il potere, le passioni e altre cose del genere, una delle reazioni possibili è quella di bollare tutto questo come 'sbagliato' e votarsi a un ideale di perfezione spirituale che rappresenterebbe la cura ai mali di questo mondo e in generale della propria vita. Ma, c'è un 'ma'. Se queste cose esistono hanno certamente un loro scopo come tutto ciò che esiste (altrimenti ahimè non esisterebbero). E negarne la sostanzialità, la validità, così come negare che se ne possa fare un uso costruttivo che promuova il benessere e l'equilibrio è secondo me un atteggiamento inutilmente repressivo, lo stesso che impieghiamo normalmente quando tentiamo di non vedere aspetti e lati spiacevoli di noi stessi, bollando anche qui tutto questo materiale interiore come 'sbagliato'. Quindi a un certo punto avviene nella testa del praticante spirituale, come avvenne a me tanti anni fa, magari mentre legge uno dei discorsi di Maharshi o Nisargadatta sorseggiando thè verde in mezzo alla natura (che è molto più spirituale del traffico della città o del posto d'ufficio) di scegliere di credere che il miglioramento di questa realtà con le sue promesse materiali non sia un obiettivo degno, che mettere a posto la propria vita relazionale sia stupido o infantile, che il mondo è illusorio e vada trasceso e così via in una sequela di aberrazioni che allontanano le persone da ciò che hanno di più prezioso per evolvere: la loro esistenza reale. A un certo punto insomma, a forza di ingurgitare materiale, arriviamo a credere che stare bene non sia un obiettivo degno di essere chiamato spirituale. Il che dà inizio alla saga, della quale sono tristemente a conoscenza, della negazione della vita reale, della fuga nel fantastico mondo dello spirito e delle imprese titaniche per negare che, da quegli aspetti della realtà da cui cerchiamo di fuggire, che vogliamo sostituire con la spiritualità, noi siamo in realtà profondamente attratti. Questa era senz'altro la mia posizione finché non iniziai a occuparmi di Sri Aurobindo e del suo yoga integrale (con annessi diari di Mère), e ricordo ancora con commozione quel giorno che lessi le sue parole:


"Una spiritualità che esiga l'abbandono del mondo non fa per me. Una salvezza solitaria che lasci il mondo al suo destino mi appare assai disgustosa. Verità e conoscenza sono un sogno vano se la conoscenza non dà il potere di cambiare il mondo".

Così negli anni sono andato via via definendo un modello di lavoro che cancellasse il termine spiritualità e lo sostituisse sempre di più con il termine realtà. Questo grazie anche a fortuiti recenti incontri con persone che della fusione dello spirito con la materia e dell'amore per la realtà hanno fatto uno stile di vita, che della produzione di benessere per sé e per gli altri non solo non si vergognano, ma vanno oltremodo fieri. Perché per me la spiritualità se proprio la si deve definire è questo: la ricerca di senso a ciò che accade, l'apprendimento di lezioni per crescere ed evolvere, azioni consapevoli che tendano al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Un metodo sperimentale e verificabile per guarire la vita. Non cerco più quelle illusorie fughe nel Sé che diventano l'unico scopo della vita di tanti ricercatori, allontanandoli (irrimediabilmente a volte) dalla vita con le sue contraddizioni e imperfezioni. Non cerco più di stare a contatto con i mondi 'sottili', 'astrali', 'fuori dal corpo' se non per lo stretto tempo necessario che mi serve a fare una domanda e ricevere una risposta. Non sacrifico più la mia realtà per sostituirla con lo spirito. Lo spirito e la materia non sono e non possono più essere separati per me, e per aumentare il proprio livello di presunta spiritualità si dovrebbe imparare a portare lo spirito nel mondo, dentro alle cose reali, poiché solo da lì secondo me le possiamo cambiare. E questo è uno degli scopi per cui siamo qui.








STAY REAL. STAY PRESENT!

domenica 28 luglio 2019

Ritirare il giudizio, il primo pensiero, l'intenzione

Ieri durante una bellissima lezione col maestro Ooi Kean Hin (che vi invito a seguire se siete seri nella vostra pratica di Zhineng Qigong) è stato chiarito definitivamente il perché sia così importante praticare il ritiro dei giudizi sulla realtà e la gestione del conseguente movimento emotivo a favore o a sfavore del momento presente. Può non essere così intuitiva la risposta perché contravviene a quasi tutto quello che la morale, l'etica e in generale il comportamento collettivo ci insegnano e veicolano come 'normale'. Normalmente si cerca ciò che giudichiamo positivo e si cerca di evitare ciò che giudichiamo negativo, senza mai chiedersi però da dove sorgano quei giudizi. Se si guarda bene in quello che io chiamo sfocatura, e che nel zhineng qigong viene chiamato struttura di riferimento, o se semplicemente si fa un onesto lavoro di presenza e auto-osservazione, prima o poi ci si deve rendere conto che i nostri giudizi sono processi meccanici ed ereditari, i nostri valori sono perlopiù quelli appresi dall'interazione con le persone e l'ambiente circostanti. Nell'incontrare e interagire con la realtà, siamo portati meccanicamente ad agire spinti da impulsi che sono motivati proprio da questi meccanismi ereditari. Tutti gli sconvolgimenti emotivi e le conseguenti perdite di energia (quindi anche i disastri che combiniamo di conseguenza) sono motivati da questi meccanismi, né più, né meno. Quindi il primo motivo per imparare a ritirare il giudizio sta proprio in questo: poter assumere il controllo del nostro stato interiore, apprendere a non lasciarsi influenzare da quello che accade. Il che è comune a quasi tutto quello che di valido ho studiato negli ultimi 20 anni. La pratica di Lester Levenson, i discorsi di William Samuel, il Transurfing, il metodo Yin, il lavoro con la presenza, l'intensità e l'energia, l'arte del sentire. Ma i paralleli non si fermano qui. Essendo cosciente che è di leggi naturali che parliamo è normale che questi punti in comune debbano trovarsi in tante discipline diverse, e mi sono sorpreso come anche qui il zhineng qigong arrivi a conclusioni del tutto analoghe a quelle delle altre filosofie e discipline alle quali mi sono affezionato. Mentre impariamo a ritirare i giudizi su qualunque cosa accada, mentre impariamo ad agire senza reagire, cambiando le definizioni e la storia che ci raccontiamo sulla realtà, quello che diventa chiaro è che il primo pensiero che abbiamo su qualsiasi evento ha il potere di influenzare quell'evento in maniera molto incisiva. Un pensiero potente, un'intenzione, è un movimento della coscienza che dirige l'energia in maniera definitiva a patto che non incontri contraddizioni, che non ci sia cioè nella sfocatura qualcosa che rema contro. Nel Transurfing viene espresso più o meno così: se l'anima (l'inconscio) e la ragione (conscio) sono d'accordo su un contenuto di coscienza, quel contenuto tende a diventare realtà, molto velocemente. Si chiama intenzione esterna. Ma per poter fare questo è necessario allenarsi duramente ed attraversare alcuni processi interni molto, molto ostici data la natura meccanica e abitudinaria degli stessi. Primo: imparare ad accettare la realtà così com'è (ritirare il giudizio negativo e positivo su ciò che accade). Secondo: non esprimere mai scontento o lamentela (il che è ancora una rinuncia al giudizio). Terzo: trovare un vantaggio nella situazione reale, trovare o sforzarsi di trovare qualcosa di positivo (il che significa emettere una informazione positiva a prescindere da quello che la realtà sembra fare, sempre). Quarto: esprimere una intenzione e mantenerla  nel proprio campo per tutto il tempo anche se non sembra accadere nulla. Tutto questo processo fa capo sempre e comunque alla capacità di pensare e vibrare in modo differente da quello che abbiamo sempre fatto, di smetterla di classificare tutto come positivo o negativo, e soprattutto tutto questo processo ci permette di avere un certo controllo del cosiddetto destino, perché c'è immutabilità, apparente caso, ciclicità e incontrollabilità solo ed esclusivamente là dove c'è inconsapevolezza. Quindi nel ritiro del giudizio non c'è inerzia, non c'è sonno o stupidità, non c'è altro se non un approccio pratico al superare la passività del nostro inconscio che tende a riproporre sempre le stesse storie. Curiosa è stata poi la domanda di un partecipante, una domanda che arriva sempre prima o poi: "ma allora come facciamo se vediamo qualcosa di 'sbagliato' nel mondo? Non dovremmo agire per correggerlo?" E' chiaro che se vedi un criminale che picchia un bambino farai qualcosa per fermarlo, se hai una malattia cercherai di guarirla, se hai un problema di soldi cercherai di risolverlo. La sfida è agire senza giudicare il fenomeno, da un punto di vista differente. Pur senza giudizio agisci, perché sarebbe stupido non farlo (ops questo è un giudizio, ahimè). Non diventiamo 'pezzi di mobilio' diceva simpaticamente Ooi Kean Hin per rispondere a questa persona. Non si tratta di non agire ragazzi, e chiunque vi dica questo vi sta dicendo una fandonia. Un conto è agire trascinati, identificati, sofferenti e perdendo energia. Un conto è essere nell'emotività, nell'impulso, nel giudizio (cosa che alla lunga consumerà la vostra energia vitale). Un conto è agire da uno stato di quiete e centratura, stato nel quale le azioni e i pensieri diventano infinitamente più potenti. E' questo che cerchiamo. Non l'inerzia, o la dissoluzione in una finta beatitudine che non serve a nulla se non ad allontanarci sempre di più dalla vita. Al di sotto dei giudizi e dei primi pensieri che abbiamo su qualunque cosa, giace poi lo stato del cosiddetto Sé. Che non è nemmeno uno stato, non è una sensazione, ma un preciso livello dell'essere che a mio parere è virtualmente impossibile raggiungere per noi comuni  mortali se non mettiamo in discussione tutte le opinioni (e quindi i giudizi) che abbiamo sulla vita e sulla realtà. Questo stato è sperimentabile, molto direttamente e anche oserei dire, molto semplicemente, una volta che sia innescata l'abitudine a non giudicare.

Piccolo inciso: senza una pratica (soprattutto energetica e di presenza) il lavoro di ritiro del giudizio rischia di rimanere e perlopiù rimane sul mentale, mentre lavorando con l'energia è molto semplice avvicinarsi e modificare la 'sostanza' di cui le nostre convinzioni e giudizi sono costituiti. Potreste non avere infatti energia sufficiente a sganciarvi dalle vostre abitudini mentali e dai processi interni, questo è il vero valore e il senso di una disciplina energetica.


Come diciamo nel zhineng qigong: non c'è un corpo indipendente, non c'è un Qi indipendente e non c'è una mente indipendente. Esistono e si influenzano tutti e tre nello stesso istante.



Stay present, always. 
Hunyuan Ling Tong

giovedì 18 luglio 2019

E vissero tutti felici e contenti (?)

C'era una volta l'ideale di felicità, quello che prima o dopo ci è penetrato dentro attraverso le favole e i modelli proposti da tanto entertainment e così via. C'era una volta questa idea, a volte davvero virulenta, che prima o poi la nostra vita sarebbe andata a posto, che le cose si sarebbero messe in un certo modo. C'erano le tappe decise a  sedici, diciotto, vent'anni, per i fortunati che credevano di avere le idee chiare a quell'epoca (io non ero fra questi). Poi c'è stato chi c'è riuscito e chi no, e quelli che no si sono messi a fare un percorso di ricerca interiore per capire cosa era andato storto. E allora arrivò il sogno del paradiso perfetto, del tu sarai il re del tuo mondo quando avrai finito il lavoro interiore, quella certezza illusoria del controllo su tutta la realtà e del totale asservimento delle leggi cosmiche alla nostra coscienza, il 'tu crei la tua realtà' che era un ceppo modificato dello stesso letale virus che ci colpì in tenera età guardando i film americani dove lui e lei alla fine trovano il grande amore. Ed è sempre la stessa illusione, la più radicale e difficile da rimuovere anche e soprattutto durante un processo di risveglio. L'ideale di felicità. Quello che, quando le cose si mettono male, o comunque non come vorresti, ti fa sognare di essere altrove, allontanandoti dal presente e mettendo in fuga ogni tentativo di centratura. Quello che ti fa rifiutare ogni emozione negativa perché non dovrebbe esserci. Quello che quando non sei in una situazione perfetta ti spinge a praticare non per il gusto di praticare, ma per arrivare da qualche altra parte, per cambiare ciò che c'è perché ti sembra sbagliato. Ed ecco che a un certo punto della mia pratica personale mi si è chiarito un dilemma: che ogni volta che stai nel presente con un fine, ogni volta che pratichi la consapevolezza con il sottile desiderio che questo realizzi qualche tua segreta e infantile idealizzazione, questo atteggiamento non solo ti allontanerà dal presente stesso, dalla vita che pulsa di cose di cui essere grato proprio ora, ma ti impedirà proprio quella resa interiore che se portata alle sue estreme conseguenze ti potrà regalare la sensazione di esistere a prescindere, che è il vero e unico segreto della cosiddetta felicità. So benissimo quello che pensate, perché l'ho pensato anche io. Che quando le cose si mettono male, specie dopo un lavoro su di sé o dopo aver abbracciato una vita non ordinaria ai comandi dello spirito e non dell'ego, la vostra frase ricorrente è "tutti lì fuori stanno meglio di me". Il che non è solo una bugia (basta parlare con le persone per accorgersi che chiunque ha una sindrome dell'altrove in un campo o nell'altro e che quasi nessuno è davvero soddisfatto di dove sta), è anche un pericolosissimo tentativo di auto-sabotaggio rispetto alla presenza. Quindi adesso, e dopo esserci passato per lunghissimi mesi, lasciate che vi dica una cosa di cui forse non siete ancora ben consapevoli.


Il vostro momento presente così com'è ha tutto il senso dell'universo, perché è perfetto per voi a prescindere che lo vediate oppure no. Nel vostro momento presente, a prescindere da come appare, confluiscono tutti i vostri pensieri, le emozioni, tutta la vostra situazione interiore che può essere così analizzata per proiezione. Guardando quello che è la vostra vita in questo momento potete guardare ciò che vi viene proiettato dai vostri stati interiori. Ed è su quelli che dovete mettere mano, non sull'esterno. E badate bene che non vi sto dicendo che non ci sia nulla da cambiare, migliorare o da mettere a posto, o che tutto è perfetto così com'è, perché chi vi dice questo sta promuovendo la passività, una pulsione di stasi e morte che nulla ha a che fare col vero anelito della vita, che è sempre dinamica, sempre in mutamento. Quello che vi sto dicendo è che se provocate uno strappo alla vostra linea di vita, scappando da una situazione disagevole e dolorosa per mettervi in un'altra, senza aver fatto tutto il lavoro di trasformazione che un vero cambiamento richiederebbe, se inseguite un ideale di felicità, perfezione, leggerezza yang che sembra essere l'unico scopo per cui iniziate a lavorare su voi stessi, farete un grosso, gigantesco, tremendo errore. E quello strappo lo pagherete caro. L'energia non processata, le vostre ferite, i vostri dolori, la vostra mancanza di maturità e di consapevolezza vi verranno a trovare poco dopo e a volume più alto, con conseguenze disastrose. Se invece vi immergerete nella vita dicendo di sì a ciò che arriva, qualsiasi cosa sia, il flusso si aprirà a nuove e spesso inattese possibilità di crescita e cambiamento.



Quindi i prossimi passi se volete veramente crescere, uscire dall'illusione e iniziare a sperimentare un autentico potere sulla vostra vita dovrebbero essere più o meno questi:



- Rinunciate al vostro ideale di felicità, buttatelo dalla finestra e non pensateci più.

- Imparate ad accettare il vostro presente in maniera integrale, con tutto ciò che esso contiene, bello o brutto che sia.
- Emettete l'intenzione di cambiare linea di vita, passando per la trasformazione degli stati interiori che hanno generato questo momento, ma non lo evitate. Non fate strappi. Gli strappi si pagano (posso garantirvelo) con aumento del volume della lezione in corso.
- Imparate a non legare la vostra felicità a cose, persone e situazioni esterne, a non rattristarvi se gli altri stanno meglio di voi (è finzione il più delle volte), e soprattutto imparate a generare autonomamente una vibrazione se non felice almeno serena (chi si ricorda di quell'esercizio del metodo Yin?)
- Siate sempre grati per quello che avete in questo momento anche se non è perfetto.

Stay present!

martedì 2 luglio 2019

Narcisismo spirituale

Prima di un paio di anni fa non avevo nemmeno idea di cosa fosse il narcisismo, parola temutissima e, ho scoperto poi a mie spese, molto diffusa in ambito psicologico e atteggiamento presente purtroppo anche in me fino a un certo momento della mia storia. Poi per una serie di scelte sbagliate, incontri nefasti, impulsi ciechi e dopo aver attraversato la più profonda ombra della mia esistenza, scopro questa parola attraverso alcune persone. Ma la cosa inquietante non è stata tanto quella di accorgermi che esisteva un'intera dinamica relazionale che dietro l'ingannevole nome di amore nascondeva invece dinamiche di potere, dipendenza e controllo, quanto il fatto di constatare quanto questo problema fosse diffuso anche e soprattutto in ambito spirituale. Dopo tutta una serie di incontri e consapevolezze ho dovuto arrendermi al fatto che la spiritualità occidentale, tranne rarissimi casi, per lo più non fa che ingigantire proprio quel che si proporrebbe di ridurre. L'ego. Raccontare e spiegare come questo sia possibile non è negli scopi di questo post. Quello che invece mi preme sottolineare è che esiste tutta una categoria di personaggi che dietro l'apparente messaggio di amore assoluto, libertà spirituale, superamento dell'illusione e contatti con i mondi superiori, stanno incarnando un archetipo (Puer) molto pericoloso, e lo si vede dal fatto che l'effetto di questi insegnamenti sulle persone che li ricevono è che (se la persona in questione non ha un io ben strutturato) si verifica uno scollamento dalla realtà, dai sentimenti, dalle relazioni sane e dall'empatia per le altre persone. Essendo il puer un archetipo che rende la persona incapace di adattarsi bene alla realtà che vive (la realtà sociale, politica ed economica dei grandi), esso tende a cercare fughe verso mondi immaginari, dimensioni ulteriori, altri piani di coscienza o, addirittura nei casi più estremi (e fastidiosi), a negare la sostanzialità e la validità del reale, bollandolo come illusorio o inesistente, spesso malintepretando antiche scritture orientali dello zen, del buddhismo, dell'advaita vedanta o altra letteratura simile. Puoi vedere in azione la violenza del puer spirituale (perché il puer è sempre in bilico fra un poetico sentimentalismo e una profonda crudeltà) quando provi a mettere in discussione i suoi guru o le sue convinzioni spirituali o quando ti comporti in modi che contraddicono gli insegnamenti che ciecamente segue. Mi è capitato più volte e non è piacevole, ve l'assicuro. La cosa interessante è che questo tipo di narcisismo è molto difficile da sradicare con le tecniche ordinarie perché, se in una normale dinamica psicologica alla fine, se uno è onesto, si accorge di avere un problema, il narcisista spirituale (specie quando è in una posizione di insegnamento) ha la scusante che 'l'ha detto quello o quell'altro grande maestro, su quello o quell'altro testo sacro', 'l'ha detto il guru'. Il che rende impossibile il confronto o un qualsiasi contraddittorio (che è sempre sano e fonte di crescita). Da qui i miei consigli assolutamente personali sulle cose da evitare in un qualunque percorso spirituale o di crescita interiore:



In primis evitate di considerare sacro o divino un personaggio in carne ed ossa. Se è incarnato ha ed avrà una sua parte in ombra, non importa quanta luce sembri (o dica di) emanare.




Osservate se l'insegnamento che seguite vi ha portato a integrarvi meglio nel mondo o se non vi ha resi invece degli snob che stanno bene solo nella loro nicchia di adepti.




Osservate se chi vi insegna commette degli errori anche grossolani (dovrebbe, perché è umano), e se dopo che li ha commessi li ammette e li riconosce, o se, come quasi sempre accade, si giustificherà dietro un milione di parole altisonanti e concetti spirituali che difendono null'altro che la sua immagine (che è quello che fanno i narcisisti).



Evitate di considerare realtà immutabili quelle che vi vengono passate dal vostro guru o insegnante e studiate anche altro (soprattutto, consiglio caldamente la psicologia del profondo e il lavoro di Jung e affini) poiché è importante capire che non tutta la saggezza è in una sola scuola e crescete davvero solo attraverso uno studio continuo e un incessante confronto.




Cercate di constatare il vostro effettivo livello di apertura nei confronti di ciò che è differente da voi.




Cercate SEMPRE di constatare l'effettivo livello di empatia del vostro insegnante \ maestro\ guru con le persone, e il suo effettivo grado di contatto con la realtà poiché queste cose non sono falsificabili.




Diffidate fortemente dei seguenti atteggiamenti: rigidità, impietosità, rabbia, svalutazione nei confronti di ciò che è diverso, perfezionismo, elitarietà, tendenza al gossip e alla chiacchiera alle spalle. Se li riconoscete in voi sradicateli. Se sono sorti seguendo quel preciso percorso o maestro sradicate anche quelli.


Stay Present!

venerdì 31 maggio 2019

Le vite non ordinarie

Esiste la possibilità che molti di noi stiano esistendo in vite non ordinarie. E non è un giudizio qualitativo, quanto la constatazione di una differenza determinante nel modo in cui molte persone con le quali mi confronto ultimamente vivono le loro vite, rispetto a quelle della quasi totalità degli altri esseri umani. Sono arrivato a credere che esistano due tipi di essere umano radicalmente differenti, che non saprei bene come definire. Diciamo che secondo me c'è chi ha avuto una vita regolare, o comunque non troppo incasinata, e chi ha dovuto invece attraversare differenti livelli di disastri. C'è un genere di essere umano che non può o non vuole farsi domande sulla vita e sulla realtà (che essenzialmente gli vanno bene così), e ci sono esseri umani che a causa della loro storia non possono farne a meno. C'è chi ha la natura essenzialmente serena di chi si accontenta, di chi ha relativamente poche ferite e chi invece ha avuto la necessità di sviluppare una necessaria strategia di sopravvivenza per risolvere l'insoddisfazione per la sua vita così come andava. E non ne faccio nemmeno un discorso di spiritualità, ma proprio di quintessenza della storia della propria vita. Ora, mi sono reso conto che le vite non ordinarie sono rese ancora più difficili da una idea di fondo, rinverdita costantemente dal confronto con gli esseri umani ordinari. L'idea che la vita dovrebbe necessariamente essere in un certo modo, con certe tappe conquistate in certi tempi prestabiliti o in certe età precise, con precisi modelli di stabilità, felicità e abbondanza. Questa idea assurda e irrealistica crea una specie di modello al quale si sente di dover aderire poiché la maggioranza degli esseri umani ordinari vi aderisce. Questo genera nei 'non ordinari' dei grossi complessi di inferiorità, di colpa, di inadeguatezza. Genera crisi di ogni tipo. Eppure la 'non ordinarietà' è sempre sinonimo di grandezza potenziale. Il problema è che per quanto si possano sforzare, le persone con vite non ordinarie sono portatori di storie che non possono e non potranno mai andare d'accordo con gli ideali e le storie di un essere umano ordinario. Le vite non ordinarie inoltre non potranno mai rientrare in schemi, gabbie, catene di qualsiasi genere (soprattutto quelle spirituali, per carità) poiché il senso dalla non ordinarietà è quasi sempre una spinta da parte di un Daimon che sta cercando di esprimere sé stesso e, per dirla alla Hillman, non trova ancora le necessarie condizioni per farlo. Per parlare in maniera ancora più schietta a chi sta leggendo: se non hai avuto una vita considerata 'normale', con tappe 'normali', con ottenimenti 'normali', e se ti stai sentendo strano, inadeguato, poco simile al resto dell'umanità, ti consiglio di guardare meglio alcuni fatti relativi alla tua situazione. Ad esempio che non puoi rifiutare o negare la tua storia personale che ti ha reso ciò che sei ora e se lo fai rischi di dissociarti dalla tua realtà e dalla tua grandezza. Accetta che non hai potuto agire diversamente da come hai agito finora poiché prima di questo momento della tua storia probabilmente non eri consapevole. Che se vuoi iniziare a vivere bene la tua non ordinarietà devi necessariamente disintegrare e smettere di credere a ogni ideale di felicità proposto da chi vive una vita ordinaria. Inoltre vorrei ricordarti che le vite non ordinarie hanno bisogno di tre ingredienti per poter essere vissute davvero a pieno: la fede, la ricerca di senso e la propria individuazione. Fede significa che intimamente sai che c'è un'energia che ti guida e ti sostiene, come una grande mano invisibile che ti trasporta lungo gli eventi e che a questa grande mano puoi appoggiarti quando non sai dove andare o cosa fare. Ricerca di senso significa che rinunci al vittimismo e all'idea che ti sono accadute delle sfortune o che esista un karma da scontare (il karma è e rimane solo un'ipotesi) e abbracci consapevolmente l'idea che si tratta di una serie di lezioni che hanno un preciso significato che è possibile percepire, assimilare e integrare per poter andare oltre. Individuazione significa essenzialmente che sei unico e irripetibile e quindi la tua vita non può essere niente di simile a quella di un altro. Quest'ultima deve essere l'occupazione principale di chi vive una vita non ordinaria, deve rappresentare a mio parere il perno attorno a cui ruota tutta la sua esistenza. 
Dunque, scopri i tuoi unici talenti e i tuoi punti critici e lavoraci. Così il tuo spirito sarà in grado di fornirti i mezzi, le persone e aprirti tutti i varchi necessari ad attraversare paludi apparenti, a rischiarare notti oscure e a dare senso all'apparente mancanza di senso della tua vita. E ricordati sempre: il fatto che tutti vivano in un modo non significa necessariamente che quel modo di vivere sia l'unico possibile o il migliore. 

mercoledì 15 maggio 2019

Del puer aeternus, del diventare grandi e del radicarsi nella realtà

Per tutta una serie di vicissitudini e di coincidenze alle quali lo spirito mi ha abituato ormai da 24 anni, arrivo a mettere le mani su un volume di Maire Louise Von Franz che discute dell'archetipo del Puer Aeternus. Questo personaggio viene tratteggiato come un eterno bambino che ha difficoltà a radicarsi nella materia, nel mondo degli adulti, nelle cose 'dei grandi'. Ha difficoltà - se non un totale rifiuto - per ciò che è ripetitivo, metodico, per tutto ciò che richiede consistenza, disciplina e costanza dello sforzo. Il Puer sarebbe capace di lavorare anche 72 ore di fila su qualcosa, ma non potrebbe mai costringersi a farlo nei momenti in cui questo qualcosa diventi pesante, noioso, o in quei giorni in cui 'sarebbe proprio bello fare qualcos'altro'. Il puer continua a cercare l'evasione e il cambiamento saltellando di qua e di là. Al puer manca intensità, manca la capacità di sostenere il vuoto e la noia, oltre che la ripetitività. E senza andare a vedere i motivi psicologici e le ferite alla base di questo tratto di personalità, che pur sarebbe importante vedere, la cosa che mi è balzata subito agli occhi è stata quante similitudini c'erano fra questa figura e quella che ero io un tempo, così come il parallelismo fra questa e i tratti di molti spiritualisti contemporanei. Il puer infatti cerca una fuga da un mondo reale che non può sostenere in quanto non coerente con le sue grandiose fantasie, così come non può sostenere il ritmo e la regolarità di un vero lavoro su di sé, a meno che non prometta rapidi risultati, mondi fantastici o fughe in universi di luce popolati da esseri celestiali. E mi è stato palese che nello studio e nell'analisi di questo tratto di personalità con tutte le sue radici traumatiche, sta la spiegazione del perché a molti spiritualisti non piace né il lavoro costante e disciplinato, né il fatto che i 'risultati' del lavoro non arrivino subito. Ho capito perché nell'apparente mancanza dei suddetti risultati, questi si stanchino rapidamente e passino da una tecnica all'altra, da un corso all'altro, da un libro all'altro, senza darsi il tempo (tempo che può essere stimato anche in ANNI) per mettere davvero alla prova  qualcosa. Il puer non ha pazienza, e nella società della ricerca del sollievo, del dover essere sempre belli, giovani e sexy, nella cultura dell'anestesia e della ricerca del sollievo, la pazienza non è certo più un valore fondante. E' curioso come il rimedio proposto da Jung e dalla Von Franz per uscire da questo tratto in maniera definitiva, sia invece questo qualcosa di molto poco popolare e di incredibilmente vicino a quello che viene insegnato in discipline come il Zhineng Qigong. Lavoro e pratica regolari, disciplina, ripetitività, consistenza, pazienza, capacità di reggere la noia, il vuoto e l'ordinario. E non sto dicendo che bisognerebbe fare qualcosa che non vi va di fare e farlo per sempre. Anche la solita meditazione o il solito esercizio di presenza, di Yoga o di Qigong va bene. Ma a noi serve varietà giusto? Noi vogliamo sentirci bene, vogliamo miracoli e avventura, vogliamo sentir parlare di illuminazione spirituale, di mondi sottili, di energia senza prenderci la rogna di verificare e sperimentare direttamente certi fenomeni con tutta la fatica e il lavoro che questo comporta. Soprattutto noi, i pueri aeterni della spiritualità, vogliamo straordinarietà, non crescita reale. Vi dico allora un paio di cose che ho scoperto a mie spese e sulle quali mi sono fatto molto, molto male. Nulla di straordinario vi verrà dato se prima non affondate profondamente le vostre mani nell'ordinario. Per sperimentare le dimensioni 'spirituali' dobbiamo essere molto, molto radicati nella realtà e per far questo dovremmo uccidere i nostri ideali di perfezione, amore assoluto, le nostre raffigurazioni di Dio, Angeli, Demoni, Alieni, Maestri Ascesi, Chakra, Energia, Aure e corpi sottili, perché proprio quelle straordinarie idee (causate dalle centinaia di libri e chiacchiere alle quali siamo esposti di continuo) ci allontanano dallo sperimentare cosa questi fenomeni veramente siano. E se volete incontrare la realtà dello spirito, dovete essere disposti a sforzarvi molto, a praticare molto, a sacrificare una larga parte del vostro tempo in esercizi noiosi, apparentemente inutili, a riaddestrare il vostro pensare e il vostro sentire non una ma un milione di milioni di volte prima che possiate vederne effetti diretti e duraturi sulla realtà. Purtroppo però al puer aeternus dentro di noi (che ahimè è anche un archetipo dominante di questa generazione e periodo storico) tutto questo non risulta affascinante. Il puer desidera principalmente divertirsi, stare bene e sperimentare cose eccezionali. Al puer la realtà per com'è non interessa affatto. E vi dico anche quest'altra cosa. Il reale è l'inizio e la fine di tutta la storia. Se credete che la realtà sia qui solo per essere superata e trascesa, e che voi siate stati messi qui al solo scopo di uscire dall'illusione, è molto probabile che siate immersi nell'archetipo del puer aeternus, così come lo ero io. Se avete un ideale di perfezione o dentro di voi risuona la promessa del 'creerai la vita che vorrai attraverso le capacità speciali che acquisirai attraverso la legge di attrazione e cose simili', è probabile che lo stesso archetipo si stia nutrendo della vostra energia psichica. Se la spiritualità vi sta facendo evitare la vita reale, sappiate anche che questo non è possibile, e che la realtà, il vero e solo maestro spirituale vi verrà a bussare di continuo alla porta, riproponendovi sempre più ad alto volume prove antiche e vecchi problemi che credevate superati. A questo vi è appunto un solo e unico rimedio. Imparare a stare nella realtà, starci sempre più profondamente, radicarsi nella presenza e attraversare ogni singolo brandello di tutto ciò che da una vita cerchiamo di evitare, anche attraverso le cosiddette 'pratiche spirituali'. Questo significa smettere di essere ora e per sempre i pueri della spiritualità, drogati di belle parole e citazioni pompose, alla ricerca di poteri e visioni mistiche, e diventare degli adulti che fanno un lavoro, un vero lavoro su di sé. A un certo punto l'energia e l'intensità provocate da questo approccio radicale vi apriranno quelle nuove strade che tanto cercavate e che, fissati su un ideale narcisistico di perfezione, non potevate riconoscere nella vostra realtà quotidiana. Creeranno cambiamenti di carattere, relazioni differenti, condizioni materiali nuove, e lo faranno in maniera organica e definitiva. Questo cambiamento di prospettiva vi farà finalmente rendere conto che lo spirito e la materia non sono mai stati separati e che la vera crescita non avviene e non è mai avvenuta attraverso esperienze straordinarie, ma sempre e solo in quei lunghi periodi di allenamento a stare nell'ordinario, nel comune, nel noioso e nel ripetitivo. E non dimenticate che i veri processi evolutivi non sono miracoli da un minuto, lampi abbaglianti di luce divina che risolve ogni problema, ma il più delle volte hanno bisogno di un tempo lungo, a volte anche molto lungo per maturare e portare frutto.

mercoledì 8 maggio 2019

Non vivere a caso

Non vivere più a caso. Soprattutto non vivere secondo valori e regole di altri. Tu non hai mai davvero deciso. Rimani solo e vuoto a quelle voci che vorrebbero farti andare di qua e di là. Quello che ha deciso attraverso di te erano genealogie, egregore, norme e dogmi, il buon senso dell'essere umano ordinario, del 'si fa così' e 'così fanno tutti'. Ti sarai accorto che ogni volta che provavi ad adattarti a questi schemi di giusto o sbagliato, qualcosa dentro di te protestava e si ammalava, una parte della tua anima iniziava a languire. Lo so perché ci sono passato anche io, ben più di una volta. E ogni volta l'ho pagata cara. Peggio del vivere a caso, facendo un po' quello che viene e come viene, c'è soltanto il vivere ascoltando le voci degli altri, e questo include lo sposare quell'ideale di felicità che ti viene continuamente venduto attraverso immagini, chiacchiere, simboli. Sono tutti simboli di qualcosa che non esiste, eppure ti sembra così reale quando lo osservi negli altri, non è così? Ti è mai capitato, quando hai attraversato una delle tue notti oscure dell'anima o quando hai realizzato che la tua vita non era proprio assimilabile ad una vita ordinaria, di notare quanto tutti ti sembrino stare meglio di te? Ti è mai capitato di invidiare qualcuno che sembrava avere più di te e che ti faceva pensare di voler essere come lui\lei? Hai mai davvero visto la triste menzogna dietro tutto questo? Vai ad indagare, chiedi, esplora le vite degli altri. Io non ho incontrato un solo essere perennemente felice, totalmente realizzato, non conosco un solo essere umano che sia 'a posto' e ne conosco davvero un bel po', credimi. Quindi perché dovresti esserlo tu? Perché dovresti essere perfetto cercando di somigliare a quelle istantanee luccicanti che la gente mette sui social per sembrare felice? Smettila di vivere a caso. E smettila di nutrire un ideale di perfezione e di felicità che non solo è irreale, ma è anche molto, molto pericoloso per la tua salute mentale. Soprattutto smettila, ora e per sempre, di credere che la spiritualità - o come la vuoi chiamare - metterà a posto tutti i tuoi problemi. Smettila di credere a chi dice che ha risolto tutto con la legge di attrazione, con qualche metodo miracoloso, col pensiero positivo, con il non dualismo, o con altre frottole del genere, perché quello è ancora un mentire a sé stessi, e un simbolo che qualcuno vuole mostrare al mondo per nascondere a sé stesso la verità. Quando arrivi a guardare da vicino questi personaggi, a conoscerli davvero, noti con disappunto che sono anche loro imperfetti, hanno macchie, sporcizia, problemi e difetti come qualsiasi essere umano. Ti consiglio invece di iniziare a vivere in un modo differente, di vivere nella realtà interessandoti alla sua trama. Vivere interessandoti al reale e a quello che porta momento per momento, smettendo di evitarlo o cercare di trascenderlo e attraversandolo, è antibiotico e antidoto per le molte malattie di cui l'essere umano ordinario è afflitto: l'infelicità, l'idealizzazione, il narcisismo, l'egoismo, l'apparire, i devo, lo status, la grandiosità, il dover dimostrare, il sonno, il giudizio, l'infantilismo, la pigrizia, l'investire sull'immagine (e farlo finché dura cercando di essere sempre belli, giovani e vivaci), la totale incapacità di avere rapporti e relazioni più profondi di una pozzanghera nel deserto. Non vivere a caso significa seguire la vita, il suo bene, la sua saggezza, la sua magia e il suo potere di farti vedere e sperimentare la realtà delle cose, significa sviluppare una tale intensità che alla fine tu diventi il tuo solo maestro e la validità di ciò che insegni la vedi nei risultati che manifesti. Solo stando nel reale lo potrai trasformare, e questo è il potere che ti è concesso. Ma non è un percorso adatto a chiunque. E' un percorso adatto solo a chi ha visto che vivere a caso non fa più per lui, e per chi ha deciso che trovare la propria voce interiore, anche a costo di essere un outsider e rimanere da solo, è più importante di qualsiasi altro desiderio momentaneo e di qualsiasi altra voce 'esterna'. E' più importante di qualsiasi sensazione di approvazione, controllo o sicurezza.


"Il vuoto è quel potente luogo che contiene tutte le possibilità. 
E' la condizione essenziale per l'evocazione di qualunque cosa.
Per ovvie ragioni, questo auspica una grande responsabilità da parte nostra 
nei confronti di noi stessi. 
E' il passaggio dall'adolescenza spirituale alla maturità materiale. 
È il momento post iniziazione dove l'iniziazione termina e comincia l'iniziato. 
Tutto è come prima eppure ti sei spostato e intravedi la spirale così come dalla terra, 
nelle notti generose  dei luoghi più remoti puoi vedere il nastro della via lattea. 
È il momento in cui per la prima volta ti viene voglia di fare qualcosa  ed è il momento in cui oltre a chiederti "cosa mi piace ?"  cominci anche ad ascoltare le risposte, ad assecondarle restando placido e indulgente. 
Ogni tuo segreto diventa un sacro tesoro prezioso e non ti interessa più di raccontare agli altri chi sei.
 È diventato molto più interessante scoprire chi sei e farti scoprire, ed è affascinante ogni cosa che scopri.
 È diventato molto più coinvolgente stare a guardare le cose che passano lasciandole andare senza volerle fare tue,  perché ora comprendi che se loro restano libere tu resti Libero.
 L'arte manutentoria del vuoto si apprende nella inutilmente temuta dimensione della solitudine."


M.M. Judas , La via della trasmutazione alchemica. 




sabato 9 marzo 2019

I punti di sconnessione, l'autenticità

Non riesci ancora a vedere quanto sia fondamentale la capacità di essere all'interno di te stesso, in osservazione, e quanto sia vitale soprattutto notare quand'è che non ci sei più. Pensavi che bastasse la meditazione a salvarti la vita e a calmare la mente o che una rigorosa disciplina fisica\mentale\spirituale ti avrebbe portato da qualche parte. Magari hai ottenuto qualche capacità sottile, qualche 'potere', magari hai anche un piccolo stuolo di persone che ti seguono. Magari questo stuolo non è neanche tanto piccolo. Ma tutto sommato non hai ancora avuto la meglio sulla meccanicità che ti caratterizza. E da cosa lo puoi vedere? Da tutte le volte che NON CI SEI ed entri in automatico nel giudizio, nella recriminazione, nella lamentela e nel rifiutare il presente così com'è. Non ha davvero la minima importanza praticare o meditare per 6 ore al giorno se le altre 18 le passi immerso nel passato, nel futuro o nell'incoscienza dei tuoi gesti quotidiani, e, sì, anche le tue preziosissime meditazioni e  pratiche spirituali rimarranno inconsce se non impari ad osservarti costantemente mentre le fai e se a intervalli apparentemente random te ne vai nell'inconsapevolezza.  La cosa importante di questi punti di sconnessione dalla presenza è che essi non arrivano mai a caso come alcuni credono, ma secondo una mappa, un disegno preciso del tuo inconscio. E se credi ancora come qualcuno là fuori che l'inconscio non esiste, per favore dagli un'altra possibilità. Queste sconnessioni infatti parlano sempre del perché ti sei addormentato proprio in quel momento e della storia che si stava narrando al di sotto del livello della tua attenzione, quella stessa storia che quando ti addormenti prende piede e TI MUOVE sbattendoti qui e là come una boa in un mare in tempesta. Ed esiste qualcuno che ancora è convinto di avere il libero arbitrio, di aver scelto davvero consapevolmente, CONSCIAMENTE. Ma ad una onesta osservazione di noi stessi per un tempo sufficientemente lungo vediamo chiaramente che siamo e siamo stati sempre stati presi e  mossi da una storia meccanica, iterativa e per nulla originale per gran parte delle nostre vite, e questo include anche tutte quelle storie che parlavano di noi come di esseri più spirituali e compassionevoli, di quelle chiacchiere sul cercare il senso della vita, di sforzarsi di essere migliori, ecc ecc. Per larga parte della nostra esistenza abbiamo fatto il grosso errore di sottovalutare il fatto che quasi tutto quello che chiamiamo IO non era che un meccanismo, incapace di vero amore e vera compassione, perché incapace di pensare ed esistere al di fuori di sé stesso, della sua soddisfazione e dei suoi piccoli limiti, e poco importa quanto abbiamo cercato  di mostrarci amorevoli, sinceri o compassionevoli nella vita esteriore. Per l'IO che adesso crediamo ancora di essere va benissimo essere presenti per un po', ma guai se nel campo di presenza accade qualcosa che ancora giudica come 'sbagliato', 'doloroso', 'ingiusto', 'poco spirituale'. Guai se nel presente c'è ancora qualcosa che 'NON CI DOVREBBE ESSERE'. Ecco allora che se il nostro allenamento non è sufficiente, l'IO che crediamo di essere prenderà il sopravvento invadendo tutto il campo della nostra attenzione e ci sconnetterà violentemente dalla presenza senza che possiamo farci davvero niente, infilandoci in tutta una serie di reazioni automatiche, giudizi, emozioni che non hanno nulla di autentico. A quel punto tutte le tue ore di pratica e di meditazione possono valere meno di zero se non hai accumulato abbastanza presenza nella vita reale.  Eh già. Per quanto ti possa sembrare poco spirituale e poco poetico è proprio un discorso di quantità, più ne fai, più ne accumuli e più sarai capace di non reagire ma rispondere alla realtà. Più ne accumuli più sarai in grado di vedere in profondità le storie che ti racconti e il loro potere di muoverti lungo un copione che non è il tuo. E solo dopo che la quantità di presenza sarà abbastanza grande ti accorgerai da dove arrivano i punti di sconnessione e gli addormentamenti quotidiani dietro i quali magari scrivevi post su Facebook, dicevi 'ti amo' al tuo partner, insegnavi o 'sceglievi' la tua pratica spirituale. Solo con abbastanza energia di presenza potrai raggiungere l'autenticità non meccanica del tuo essere reale, ed esprimere la tua luce.

lunedì 18 febbraio 2019

A monte dei disastri che la sfocatura crea nella vita delle persone sto individuando sempre più chiaramente alcuni temi comuni alle centinaia di persone che mi capita di incontrare per lavoro. Di sicuro quelli che mi hanno colpito di più ultimamente sono stati i temi del narcisismo, della vanità personale, del valutare gli altri in base a un'ideale mentale (e non a un sentire) e dell'incapacità di empatizzare col dolore altrui. Ma senza colpevolizzare i narcisisti patologici con tutta la loro gamma di distorsioni, quello che mi ha colpito è come le storie di chi ha avuto a che fare con un narcisista siano sempre copioni esatti che si replicano in ciascuna relazione, come tornino sempre gli stessi temi, gli stessi tempi, le stesse dinamiche. E' proprio come se le storie della sfocatura fossero indipendenti dal personaggio che le interpreta, o come dice Zeland il copione procede di per sè. La chiave di ogni guarigione, come quella dello sganciamento dal narcisista è quella suggerita da Michael Brown (staccare il messaggio dal messaggero, e non prendersela coi messaggeri, congedare il messaggero una volta colto il messaggio). Un'altra storia interessante che accomuna molti personaggi di mia conoscenza è quella del bambino che non cresce mai, e il fatto che una parte di noi continua a sbattere i piedi per terra perchè vuole qualcosa che la vita non gli dà. Il bambino capriccioso che spesso cade in deliri di grandiosità inventandosi un personaggio e pretendendo che tutti gli credano riconoscendogli la sua grandezza, senza voler fare tutto il lavoro (sulla sua ombra personale) che gli permetterebbe di raggiungerla poi quella grandezza, quel bambino che pretende che tutti lo ascoltino, lo curino, lo coccolino. A monte di tantissimi disastri delle persone c'è un inconscio programmato in questo e in altri interessantissimi modi, che in ogni caso hanno sempre a che fare con la sensazione di grande importanza personale che ci diamo, o con la sensazione di essere un 'me' separato da tutto il resto e non come realmente è, un processo della coscienza che a tutto il resto è connesso, che ha impatto ed è impattato da tutto il resto dell'esistenza. E' molto dura ammettere a se stessi che la storia irreale che costituisce il senso di essere un io separato è informata di dinamiche, di archetipi, di modelli e schemi che tutto sono fuorchè autentici. Non c'è quasi niente di autentico in quello che abbiamo vissuto fin'ora. E questi modelli vanno visti, vanno conosciuti e vanno integrati. Nel migliore dei casi questi modelli vanno ringraziati poichè ci mostrano quanta meccanicità abita dentro di noi, quanta inerzia ancora motiva le nostre scelte, i nostri pensieri e le nostre emozioni. Poco importa se a farcelo vedere sarà la vita, o un terapeuta. Importa invece che siamo abbastanza aperti e abbastanza umili da riconoscere che quello che arriva da fuori compresi gli attacchi, la violenza, le critiche (anche quelle costruttive che non lo sono mai) ci riguarda sempre per quanto possa spesso e volentieri sembrarci di essere vittime di un mondo cattivo. Tutto quello che ci riguarda prende vita dalla proiezione di una delle nostre parti psichiche che non possiamo vedere in nessun altro modo, e questo più che essere tradotto in un delirio di onnipotenza nel quale tutto dipende da me (come vorrebbe il bambino-narciso-delirante o la terribile 'legge di attrazione'), dovrebbe darci una semplice quanto palese consapevolezza:

Tutto ciò che mi accade mi riguarda perchè l'interno e l'esterno sono interdipendenti.



mercoledì 13 febbraio 2019

Quando la presenza non basta

La cosiddetta presenza di cui si parla moltissimo di questi tempi, l'atto di pura consapevolezza, la facoltà di osservare pensieri, di testimoniare le esperienze da un punto di vista neutrale, di distanziarsi dalle emozioni senza identificarcisi sono i paradigmi principali su cui si basa il cosiddetto lavoro su di sé. In molte scuole e in moltissimi gruppi si inneggia a questa capacità della coscienza come quella definitiva, risolutiva, ed essenzialmente come l'unica davvero necessaria e sufficiente a portare a compimento un lavoro su di sé. E anche se questo mi trova essenzialmente d'accordo, ho potuto constatare che molte più volte di quanto io non abbia voluto, questo non è stato sufficiente né per me né per tutti coloro con cui lavoravo. Di sicuro non è sufficiente fino a che la 'quantità' (perché è di una quantità cumulativa che si tratta) di presenza non è abbastanza da permetterci di funzionare senza sforzo in ogni situazione a partire dalla presenza stessa. Altri tre ingredienti sono secondo me però necessari a realizzare una vera e propria alchimia interna, una trasformazione significativa e definitiva. Un lavoro col corpo, che faccia scendere la presenza in ogni singola cellula dell'apparato fisico oltre che irrorare i processi emotivi e di pensiero. Un lavoro con l'energia, poiché senza una comprensione e una gestione dell'energia tutto il lavoro risulterà molto più lento e difficoltoso. Ma soprattutto una comprensione dei meccanismi alla base dei nostri problemi, di come funziona la sfocatura, di quali e quante sono le proiezioni che facciamo sul reale, e serve un vedere (perché di questo si tratta, di vederlo direttamente e senza dubbi) che la realtà risponde ai nostri movimenti interni in maniera diretta. Quest'ultimo per quanto possa dar fastidio ai non dualisti e ai cultori della teoria secondo la quale 'il pensiero è un disturbo da cui liberarsi', è stato un passaggio fondamentale per quanto mi riguarda. "Ci sono volte in cui non vuoi essere pace anche se sai che potresti" scrivevo sull'arte del sentire. Ed è proprio così. Sai che potresti spazzare via le tue storie mentali disidentificandoti, ma non lo fai. Sai che potresti rilasciare, ma non lo fai. E il fatto è che c'è qualcosa in te che non te lo lascerà fare, non ti farà essere presente e ti scollegherà di continuo dal lavoro nonostante tutti i tuoi sforzi, finché non capirà, cioè finché TU NON GLI SPIEGHERAI il perché è necessario fare quel tipo di lavoro. E questa spiegazione gli potrà arrivare solo con una comprensione delle dinamiche e dei processi nei quali si è trovato, in una digestione di tutti i perché a cui non sono state date risposte. Perché dentro abbiamo un bambino capriccioso fatto di passato non compreso che vuole tutto e subito e lo vuole come dice lui. Un bambino che vuole avere ragione. Con questo 'bambino' pieno di ferite ma anche pieno di deliri di onnipotenza e sogni illusori di grandiosità, usare tattiche consolatorie o metodi repressivi servirà davvero a poco. Imporgli una disciplina che non venga dall'amore per quello che si fa sarà utile solo per un breve tempo. A questo bambino dire che deve amare tutti, che deve essere presente, che deve fare Qigong, che deve perdonare i propri genitori e che è tutto illusione non servirà a nulla. A questo bambino va spiegato anche che l'illuminazione non sarà la fine della sofferenza o il paradiso in terra, che una volta raggiunto farà andare tutto bene e realizzerà tutti i suoi desideri. A questo bambino vanno date delle metafore, dei simboli, delle storie e delle interpretazioni. Va data una comprensione logica che purtroppo passa anche per il corpo mentale così umiliato e bistrattato dalla spiritualità diafana che ignora il valore di una vita vissuta nel mondo reale. A questo bambino va spiegato che il mondo non è il suo giocattolo e che la realtà non si piegherà mai a dei capricci ma solo a un intento forte e risoluto che sorge dall'aver compreso a fondo le meccaniche del reale stesso. Solo allora questo qualcuno dentro di noi accetterà di buon grado di fare un lavoro che abbia a che fare con la noiosissima presenza, e solo quando il presente sarà visto come un interessante e continuo esercizio si sarà disposti a stare con ciò che c'è per quanto doloroso e poco interessante possa sembrare. E solo allora si vedranno davvero i propri meccanismi interiori con la risoluzione e la precisione necessarie a effettuare un vero cambiamento duraturo e definitivo.


mercoledì 23 gennaio 2019

Vivere, non vivere, attaccamenti e desiderio

Qualcuno mi scrive:
" ....che la presenza e l'equanimità sono la soluzione a tutti i mali non mi trova più d'accordo, perché io stessa non riesco a distaccarmi da tutto... questo non è più vivere ma lasciarsi vivere Andrea come si può rinunciare a tutto quello che la vita offre e a tutto quello che si desidera ed essere comunque pienamente felici su questa terra, in questa vita c'è da fare tanto e io mi sto perdendo tante cose e questa per te non è una fuga?".
Così mi sono soffermato per diverso tempo a riflettere cosa è che mi stava dicendo questa persona davvero, per poi sorprendermi a constatare per l'ennesima volta ("speriamo che stavolta l'hai capito", sorride qualcuno che mi osserva silenzioso...) che queste lamentele, recriminazioni, rabbie e voci che arrivano dallo sconforto che trapela da certe mail, sono in realtà il riflesso delle mie stesse lotte interiori e delle parti di me in conflitto l'una con l'altra. Allora mi sono domandato dov'è che fossi rispetto a questa cosiddetta ricerca spirituale, e con mia sorpresa ho scoperto che da tempo e nonostante tutti questi anni di lavoro e risultati, in me ci sono ancora due voci contrastanti che sono perfettamente riflesse nella mail di questa amica in difficoltà e nella vita di tutti gli onesti ricercatori. Una voce parla di fede, di flusso e di arrendersi al reale, conscia del fatto che ho sempre avuto tutto ciò di cui avevo bisogno (e onestamente anche molto di più di quello che potevo umanamente desiderare), ma poi si è arenata di fronte al fatto che la vita non sempre andava come avrei creduto o voluto. L'altra è quella figlia di certe scuole di magia, di occultismo o più semplicemente della prospettiva ottimistica della legge di attrazione dove si insegna che puoi avere tutto quello che vuoi se sai cosa vuoi e se mantieni questa immagine al centro della coscienza per il giusto tempo e con il giusto atteggiamento. E anche questa ha avuto le sue conferme e i suoi momenti di gloria. Dopo però c'è stato un constatare che tutto quello che avevo forzato ad arrivare con 'LE TECNICHE' era durato poco, aveva avuto exploit di yang estremo e poi si era esaurito quando avevo smesso di energizzarlo con le FORME PENSIERO e le tecniche, e sebbene questa sia una soluzione a breve termine utile nei casi di crisi, tendo a farne a meno perché ho visto che quello che è arrivato secondo i dettami dello spirito e di ciò che esso cercava è stato invece sempre costante, continuo e in crescita. E non ho dovuto sforzarmi mai. Energizzare infatti richiede allenamento e sforzo e ha anche senso per certe cose, mentre arrendersi e seguire è sempre senza sforzo. Ora il problema della mia amica è che lei crede che arrendersi, consentire e seguire implichi una rinuncia ai progetti, ai desideri e alle cose della vita, e crede che il lavoro sull'intensità sia a conti fatti un lasciarsi vivere rinunciando a tutte quelle belle esperienze che la vita propone bollandole come non spirituali. E per l'ennesima volta non posso che essere in disaccordo con questo che è niente meno che un giudizio su ciò che è spirituale e ciò che non lo è. Nessuno ci chiede di rinunciare a progetti, ambizioni, esperienze, passioni e quant'altro e nessun maestro sano di mente chiederebbe a un occidentale di andare in una caverna a meditare per il resto dei suoi giorni per raggiungere Dio. E non è certo questo che sto facendo io anche se, confesso, ho avuto un lungo periodo nel quale ci ho anche provato, ma i risultati sono stati più o meno un disastro. Quello che stiamo cercando di realizzare è qualcosa che è a metà strada fra la via materializzativa e la via mistica. Da una parte vogliamo realizzare delle cose, vivere tutte le esperienze con la massima intensità ed essere totalmente dentro alla vita. Dall'altra però vorremmo riuscire ad indagare la struttura del reale e notarne le componenti spirituali, i segnali, le indicazioni, le spiegazioni e le mappe che ci vengono fornite dallo spirito ad ogni singolo passo, anche e soprattutto nei passi cosiddetti sbagliati. Non vogliamo più concentrarci a cercare solo di realizzare ogni singolo impulso e desiderio della mente cosciente, esaudire ogni suo capriccio, e quindi soffrire ogni volta che qualcosa che credevamo di volere ci viene tolto. E questo non perché non sia possibile realizzare i propri desideri (certo che lo è..) ma perché a un certo punto dovremmo aver visto che quel vuoto che ci portiamo dentro non viene sanato comunque da niente e da nessuno - là fuori. Da anni invito tutti a fare un bel po' di ricerca ed esperimenti con la cosiddetta legge di attrazione universale (che non è una legge e non è universale, ma tant'è) e a vedere e studiare da vicino i suoi effetti, ma soprattutto invito la gente a verificare di persona il fatto che anche quando funziona, questo non risolve mai del tutto i problemi che abbiamo, non cura davvero il nostro sentire. E se iniziamo un percorso per 'mettere a posto' qualcosa nella nostra vita prima o poi, nelle infinità di tecniche e metodi, ci verrà messo di fronte un quesito che non è tanto 'cosa vuoi?' ma 'chi è che vuole questo qualcosa?'. So che questa domanda a molti sembra una stupidaggine e tuttalpiù una masturbazione filosofica, o come mi disse qualcuno tempo fa 'sono cazzate che ti dici perché la tua vita non ti piace e allora quando non ti piace devi metterti a fare filosofia per trovare un senso...'. Quando però hai avuto più o meno tutto quello che credevi di volere allora forse inizi a chiederti perché non stai ancora bene, perché non sei ancora felice... quando hai avuto più o meno tutto noti che il fascino dell'ottenimento che sia economico, professionale, sessuale, sentimentale o spirituale prima o poi cala, come tutto, e ti ritrovi di nuovo con un vuoto da colmare. Puoi passare la vita a colmare vuoti in maniera sempre più compulsiva e negli anni arrivare a nevrosi sempre più marcate oppure a un certo punto puoi fermarti e farti la domanda delle domande. Chi sono io. Chi è che desidera sta roba e perché? Che senso ha tutto questo? Cosa c'è là sotto? Solo allora inizierà il lavoro vero e proprio, e solo allora magari ti renderai conto che avere cose, persone, ottenimenti e situazioni ideali per quanto auspicabile e anche possibile, non è mai la soluzione definitiva per chi ha una 'divina insoddisfazione', e una ricerca di senso così pressante da non potere essere azzittita nemmeno quando tutto va perfettamente bene. A un certo punto quindi mi sono convinto che la cosa migliore da fare era proprio questa: mentre cerco di realizzare i miei obiettivi, mentre mi do da fare per essere e fare il meglio con ciò che sono e che ho, mi impegno pure contemporaneamente a cercare di disidentificarmi, sganciarmi, ridurre la mia importanza personale e a fare in modo che i miei cosiddetti desideri e bisogni vengano dallo spirito e non da compulsioni, nevrosi, traumi infantili irrisolti o da ciò che il mondo mi dice che dovrei volere. E mi dispongo quindi anche al fatto che certe mie fissazioni non vengano esaudite, accetto che certi miei modi di voler 'pilotare la realtà' (che è da pazzi anche solo a pensarlo vista la sua complessità) siano scoraggiati dalla vita stessa che me lo fa capire molto bene se ho occhi per vedere. Mi dispongo al fatto che il mio benessere reale possa non stare nell'avere tutto e subito e come lo voglio, ma nel fatto che una intelligenza più grande di me possa portarmi dove devo essere quando devo esserci. Per un bel po' ho provato a fare di testa mia, spostando, materializzando, desiderando ossessivamente e ammalandomi nel tentativo di fare le cose a modo mio, quando lo spirito aveva ben altri piani. Per un bel po' io stesso mi sono ribellato a questa insensata ricerca della quiete a prescindere, dell'accettare la mia vita per quello che era, mi sono rifiutato di staccarmi dal risultato. E questo mi ha insegnato ancora una volta che il cambiamento, il miglioramento, la felicità possono essere profondi, reali e definitivi solo e soltanto se si lavora dentro. Il fuori seguirà. Se sposti qualcosa là fuori prima di aver anche solo minimamente spostato qualcosa dentro farai solo casini su casini, rivedendo sempre e solo te, i tuoi conflitti, le tue ombre e potrà andarti anche bene a volte ma quello che otterrai sarà sempre e solo una temporanea soddisfazione, come dopo una dose di droga, che prima o poi finirà lasciandoti di nuovo a terra con un nuovo bisogno da soddisfare.
Se invece impari a reggere la sfida dell'equanimità e ad allenarti costantemente alla presenza e all'intensità prima o poi scoprirai questo movimento, questa danza della realtà che a prescindere dai suoi alti e bassi ti lascerà sereno (se saprai sopportare la serenità che per l'ego è peggio di un incubo). Scoprirai che certi pensieri nell'equanimità diventano più forti, certe intenzioni potenti per il solo fatto di averle avute, e scoprirai che queste intenzioni e desideri non erano roba tua, non li avevi pensati tu ma ti sono piovuti dall'alto. Scoprirai che tutte le esperienze che conseguono da questo stato non saranno mai nulla di meno di tutto ciò che la realtà della vita può offrirti.
Sugli attaccamenti poi ho fatto mia la lezione che mi diede Ooi Kean Hin l'anno scorso quando chiedendogli se un praticante di Zhineng Qigong dovesse davvero rinunciare a tutti gli attaccamenti, le emozioni e così via mi rispose:
"Hey... non vogliamo mica diventare dei pezzi di arredamento o dei santi. Siamo esseri umani, vivi. Quindi limitati a rinunciare a quegli attaccamenti che ti tolgono energia e a quelle emozioni che ti fanno perdere il controllo piuttosto che cercare di diventare un santo".
Stay ever present.