giovedì 15 febbraio 2018

Sul male e sull'andare oltre le cause

Tutto sommato la cosiddetta crescita spirituale, la ricerca interiore e il lavoro su di sé non avrebbero alcun senso se le cose andassero sempre bene. Non ho mai creduto alla favola che qualcuno raccontava a proposito del fatto che si possa crescere attraverso le sole emozioni superiori e una vita perfetta. Un tempo girava questa leggenda nei giri che frequentavo, quando ero ancora a digiuno di tutto, che parlava di illimitatezza, di possibilità infinite e del fatto che più eri vicino a Dio più la tua vita doveva rispecchiare le qualità di Dio: onnipotenza, onniscienza, ricchezza e salute. C'era tutta una scuola su questo tipo di pensiero e ho una montagna di libri introvabili su queste storie di metafisica. Ma col tempo la comprensione di cosa la fede fosse è mutata drasticamente, poiché non importa quanto tu possa essere bravo a manipolare la realtà, c'è sempre il fattore x, quel qualcosa che sfugge al tuo controllo e alla logica infantile del 'tu crei la tua realtà', di cui anch'io fui portavoce per tanto tempo. Perché la vita cambia, le cose finiscono e spesso abbiamo imprevisti, a volte belli a volte terribili. Un giorno uno dei miei maestri mi spiegò chiaramente come in un mondo e in una esistenza tutta positiva non ci sarebbe stato nessun motivo di muoversi. Non avresti domande da farti né nulla da esplorare. La sazietà uccide l'anima, mi disse. E un'altra cosa mi disse. Il dolore crea il contrasto. Senza dolore non vedresti nemmeno la gioia, senza il male non vedresti il bene, perché non ne avresti modo. C'è chi si accontenta di essere arrivato fin qui, all'ammissione della presenza e dell'inevitabilità della sofferenza. Ma a me non bastò neanche questo. Essere in balia degli eventi e della vita non mi bastava, avere fede in un futuro privo di dolore non era per me, così come ad un certo punto non fu più per me l'idea di un Dio che giudica, premia e punisce per qualcosa che neanche sappiamo di aver fatto. Un giorno di tanto tempo fa, con un libro in mano, ebbi una esperienza che mi fece mutare drasticamente lo scopo della mia ricerca. Dal cercare si sistemare qualcosa di evanescente e illogico come l'esistenza 3d al cercare di trascendere questo sogno per vedere cosa c'era sotto. E mi accorsi che una certa logica c'era, inconscia, pigra e addormentata sotto coltri di sogni che appartenevano a un corpo di dolore che non era mio, ma condiviso da tutti. Iniziai a vederne gli strati e le parti. C'era un me ordinario e un me profondo la cui conoscenza si rendeva necessaria per tirarmi fuori dall'automatismo del film che vivevo e del quale sembravo non avere nessun controllo. E il me profondo che qualcuno chiama inconscio e qualcun altro spirito aveva più voce in capitolo del me ordinario. Spesso quest'altro me creava disastri nella realtà. Altre volte creava cose belle. Ma tutto sommato niente sembrava essere gestibile. E così ho dovuto imparare a far pace con una parte di me oscura, pesante e distruttiva, quel qualcosa che rifiutavo di vedere da tempo immemore perché bollata come 'male'. Questa parte l'ho abbracciata, amata e riconosciuta e anche se non è del tutto scomparsa, ho visto che amarla era l'unico modo per averci a che fare. Per poter avere un confronto con lei l'ho dovuta far emergere e a tratti permetterle di fare qualche casino affinché mi portasse il suo messaggio più profondo. E il messaggio era veramente semplice, nonostante tutto. Non rifiutare nessuna delle tue parti. Mettile d'accordo e prova a vedere quale può essere il dono che ciascuna tua parte ti può offrire. Non resistere al male e non cercare di sopprimerlo o ignorarlo, perché il male è sempre una richiesta di amore, un invito a guardare con gli occhi dello spirito e non più con quelli di un essere umano ordinario. Questo significa che non farò niente per cambiare le cose e migliorarle? No. Significa che agirò non più combattendo e cercando di eliminare una parte fondamentale dell'esperienza, ma integrando e amando quanto più posso tutto ciò che vedo là fuori e qui dentro (che non sono separati) come 'nemico'. Significa che imparerò a ritirare dalla mia azione ogni traccia di inconscio, di spinta emotiva, ogni qualsivoglia tentativo di affermare 'me'. C'è chi dice che sia impossibile e che sia solo un sogno il fatto di poterci riuscire, ma a me sembra che sia molto più sensato che rimanere nel sogno quotidiano in cui siamo immersi ventiquattro ore su ventiquattro. Andare oltre il sogno non è facile e bisogna averne una fortissima motivazione. Bisogna essersi stancati del ripetersi delle stesse storie e avere sentore della possibilità di un nuovo modo di esistere. Bisogna essere disposti a rinunciare a tutto il 'bene' e tutto il 'male' che crediamo di vedere là fuori, e posso garantire che non sarà mai un facile sacrificio. Ma allora la felicità? La gioia? Sono o non sono valori da cercare? Anche qui ho dovuto rendermi conto di un fatto. Quando cresci davvero le tue pretese sul fatto che siano le cose e persone là fuori a renderti felice tornano ad essere tuttalpiù un ricordo. Quando vedi chiaramente con quale astuto meccanismo proiettivo fai di qualcosa di ordinario il tuo dio o la tua dea, allora e solo allora ti svegli al fatto che eri sempre e solo tu a farlo. Non era la cosa o la persona là fuori. Quella semmai era la scusa per farlo accadere. E tutta la tua ricerca allora si concentrerà sul cercare di comprendere come fai a farlo. Come fai a innamorarti, come fai ad essere felice, come fai a stare male e a deprimerti e a credere ciecamente che sia sempre l'esterno a fartelo fare. La domanda essenziale che dirigerà la tua ricerca allora sarà non più 'come posso essere felice?', ma 'esiste davvero una felicità senza cause?' Ti auguro di trovare presto questa risposta.