sabato 12 agosto 2017

Un augurio

C'è un momento nella vita in cui devi accorgerti di essere una storia già raccontata. Qualunque sia la situazione che vivi, una malattia grave come un innamoramento, un successo come un totale disastro, ci deve essere ad un certo punto una presa di coscienza del fatto che niente è sotto il tuo controllo, e praticamente niente sembra dipendere da "te". Questo accade specialmente quando la storia raccontata si ripete, più volte, con attori differenti ma con lo stesso svolgimento di sempre. E vedrai queste ricorrenze, queste ripetizioni costanti di contenuto e se non sei proprio stupido, forse una o due domande inizierai forse a fartele. Ma prima di questo momento non potrai mai, e sottolineo, mai avere anche soltanto una vaga idea del perchè metterti a fare un lavoro su te stesso. Prima di questo momento cercherai sedativi. Crederai al prossimo farmaco, alla prossima terapia energetica, alla prossima storia d'amore. Crederai al prossimo figlio, al prossimo lavoro, alla prossima materializzazione con la legge d'attrazione. E finchè non toccherai il fondo del barile, finchè non ti accorgerai che ti stai prendendo in giro, non ci sarà mai un barlume di consapevolezza in te, non esisterà mai in te quella voce che dice 'ci dev'essere un altro modo'. Finchè non noterai che tutto è destinato a svanire e a mutare nel tempo, cercherai di cucire i tuoi 'per sempre' addosso a persone, luoghi, ottenimenti, ricordi, futuri possibili, illudendoti che quella sarà la volta buona. Finchè non vedrai che gli inizi e le fini, che l'eccitazione e la depressione, che lo yin e lo yang sono strettamente interconnessi, continuerai a sognare quei 'per sempre' che ti renderanno sempre, costantemente infelice. Quindi io ti auguro di capire questo: che niente e nessuno potrà mai renderti felice e pienamente realizzato, non importa quanto perfetto e promettente ti sembri. Ti auguro di comprendere com'è accaduto a me, che tutto quello che ti accade prima di questo momento è figlio di memorie che agiscono attraverso di te, spingendoti a desiderare (o a non desiderare) certe circostanze, e che quelle memorie andranno da sole per la loro strada, richiamando corpi di dolore, associandoti con vibrazioni simili alle loro, e rendendoti attore inconsapevole di qualcosa che è già stato visto un miliardo di volte. E forse un giorno vedrai, come ho visto io, che non c'è davvero qualcuno che puoi chiamare seriamente 'io' senza che questo sollevi una moltitudine di quelle stesse memorie che accampano diritti di possesso della tua attenzione. Forse un giorno comincerai a farti la domanda più importante di tutte, "Chi diavolo sono io?", e ti auguro che qualsiasi risposta pronta che la mente vorrà fornirti, la metterai da parte, continuando a chiederti cos'è che ti spinge a fare ciò che fai, cos'è che muove i fili dell'esistenza, e se questo possa mai essere modificato. E ti auguro anche di trovare quella quiete, quella consapevolezza di un istante eterno che metterà a posto tutti i tasselli e ti renderà davvero libero. Ti auguro di trovare quell'io che non ha bisogno di nulla se non di stare con quello che c'è. Ti auguro di essere eternamente felice senza cause.

domenica 30 luglio 2017

Nessun metodo ti ci porterà

Tutta la tragedia e tutto il dramma delle nostre vite è legato alla sensazione di essere un 'io' separato da tutto ciò che esiste e dalla sua perenne sensazione di temporaneità. E questo è qualcosa che viene col pacchetto 'essere umano', dicono. Eppure tempo fa mi accadde di essere 'fuori dal tempo' per qualche giorno, dopo alcuni fortuiti incontri e certe pratiche intense, e in qualche modo era una sensazione strana, spiacevole... qualcosa in me non riusciva a starci comodo in quell'assenza di tempo che scorreva, in quell'eterno presente nel quale tutta una giornata sembrava solo un lungo minuto. Non riuscivo a pensare, non riuscivo a non essere espanso, e mentre guidavo per andare a tenere una lezione di Qigong mi domandavo come fosse accaduto che quella sensazione di temporaneità e precarietà fosse sparita. Forse era autosuggestione? Forse era un disturbo psicologico?  Eppure in quello stato non c'era alcuna gravità, nessun dramma, nessun problema da risolvere. Non esisteva più la sensazione che la vita fosse qualcosa che prima o poi doveva finire. Non esisteva a dire il vero nemmeno più la percezione di essere una persona con una vita. C'erano solo fenomeni, ricchi, intensi, bellissimi nonostante la loro ordinarietà. C'era una sensazione di connessione e interazione con tutto il creato. Quindi, mi dissi, dato che non era neanche la prima volta che capitava, tutto sommato questa sensazione di separazione può non essere così inattaccabile, può non essere come tutti dicono, innata nell'essere umano. Quando la percezione di unità e non separazione iniziò a scemare (con mio enorme dispiacere) iniziai a ripercorrere le tappe di ciò che avevo fatto per arrivarci - o almeno di quello che credevo mi ci avesse guidato in quel particolare periodo. Ma mentre ero chino sul diario a scrivere, qualcuno in me storse il naso, contrariato. Di solito quella è la sensazione che usano i miei spiriti guida per invitarmi a comunicare con loro. Allora li contatto:

Loro: "Pensavi di farne un metodo non è vero?"

Io: "... pensavo di capire come ci sono arrivato..."

Loro: "La grazia è qualcosa che si può capire, secondo te?"

Io: "...non la grazia... in sè... il modo, la scala su cui mi sono arrampicato per arrivarci, credo di sapere come."

Loro: "Credi! Tu Credi! Ma quand'è che la smetterai di fare qualcosa con quella testa lì. Ecco il segreto, ecco come ci sei arrivato: non c'è nessun metodo, devi solo fermare qualsiasi movimento interiore, qualsiasi azione, qualsiasi tensione."

Io: "è un paradosso quindi, non posso cercare di smettere di fare...non posso adottare un metodo per smettere di fare..."

Loro: "C'è qualcuno che può spiegartelo meglio di noi, apri il libro alla tua sinistra, aprilo a caso"

(Il libro è William Samuel, guida alla consapevolezza e alla quiete profonda)

"La metafisica nel mondo
Tutte le scuole di metafisica, a un certo punto del loro percorso di istruzione, esortano la persona in difficoltà a individuare il “pensiero” specifico che l’ha resa malata e infelice. Poi, in generale, insegnano che l’opposto di quel pensiero è l’unica “Verità” da «tenere a mente» per risanare la situazione. Innegabilmente, questo approccio karmico “funziona” al livello del problema apparente, l'identificazione con la personalità (ed è questa l’arena in cui quasi tutti iniziamo la ricerca della Realtà), ma non è qui la risposta definitiva.Questi procedimenti metafisici hanno fatto i loro giorni. La loro influenza si è già sentita in giro per il mondo; i loro risultati sono attualmente visibili sotto forma di un’esperienza del mondo scissa in una dualità autoreferenziale: positivo-negativo, reale-irreale, bianco-nero, Oriente-Occidente, ricchezza-povertà, bene-male, spirituale-materiale, credenti-atei, progressisti-conservatori, capitalismo-comunismo, insomma un mondo completamente diviso e suddiviso contro se stesso, dentro e fuori. Benché sappiamo, nostro malgrado, ciò che sembrerà accadere in questo caos positivo-negativo, questo ha ben poca importanza, perché nessuna delle apparenti suddivisioni ha a che fare con l’Essenza Trascendente, il Regno non diviso e non giudicato che si trova proprio là dove sembra sussistere il frammentato giudizio personale con il suo spettro di angoscia!"

Loro: "alla fine ti dovrai arrendere all'evidenza che tutto questo andirvieni esiste solo in virtù del fatto che sei convinto della solidità incorruttibile di questo IO..." 

(risate loro)




mercoledì 19 luglio 2017

Sono con voi - Mere

“Sono con voi”, che cosa vuol dire esattamente?
Quando preghiamo e ci dibattiamo interiormente con un problema,
siamo realmente sempre ascoltati, malgrado la nostra insensibilità e le
nostre imperfezioni, ed anche malgrado la nostra cattiva volontà ed i
nostri errori? Sei tu che sei con noi?
Sei tu nella tua coscienza suprema, quale forza divina impersonale e
forza dello yoga, oppure tu, Madre, in un corpo fisico con la tua
coscienza fisica? È una presenza personale realmente al corrente di ogni
nostro pensiero e atto oppure una forza anonima? Puoi dirci in che
modo sei presente in noi? È detto che tu e Sri Aurobindo  formate una
sola e stessa coscienza, ma esistono due presenze personali, quella di Sri
Aurobindo e la tua. Sono due cose distinte svolgenti ciascuna la propria
particolare missione?

Sono con voi perché io sono voi e voi siete me.
Sono con voi vuol dire un’infinità di cose, perché sono con voi a tutti i
livelli, su tutti i piani, dalla coscienza suprema fino alla più fisica. Qui, a
Pondicherry, non potete respirare senza respirarmi. La mia presenza
impregna quasi materialmente il fisico sottile e si stende fino al lago, a
dieci chilometri da qui. Al di là, può farsi sentire nel vitale materiale, sul
piano mentale e ovunque sugli altri piani più elevati.
Quando sono venuta qui, la prima volta, ho avvertito l’atmosfera di
Sri Aurobindo, l’ho sentita materialmente, a dieci miglia dalla costa,
miglia marine, non chilometri. Fu all’improvviso e molto concretamente;
era un’atmosfera pura, luminosa, leggera, leggera che ti sollevava...
Molto tempo fa Sri Aurobindo fece affiggere dappertutto nell’Ashram
la nota che tutti conoscete. “Agisci come se la Madre ti osservasse,
poiché, in verità, Ella è sempre con te.”
Non è una semplice frase, non sono parole, ma un fatto. Sono con voi
in un modo assolutamente concreto, e coloro che hanno la visione
sottile mi possono vedere.
In modo generale, la mia Forza è qui, costantemente all’opera,
spostando continuamente gli elementi psicologici del vostro essere per
stabilire nuove relazioni e precisare i diversi aspetti della vostra natura
affinché possiate vedere quello che dev’essere cambiato, sviluppato o
soppresso.
Ma oltre ciò, esiste un legame particolare, personale fra voi e me, fra
me e tutti coloro che si sono volti verso l’insegnamento di Sri Aurobindo
e mio, ed allora le distanze non contano più, potete essere in Francia o
all’altro capo del mondo che questo legame rimane vero e vivo. Ed ogni
volta che mi giunge un richiamo, ogni volta che si rende necessario che
io venga edotta di qualcosa, per mandare una forza, un’ispirazione, una
protezione o qualsiasi altro aiuto, mi arriva come un messaggio,
improvvisamente, ed allora faccio il necessario. Queste comunicazioni
mi possono arrivare in qualsiasi momento; più d’una volta mi avete visto
fermarmi all’improvviso in mezzo ad una frase, in mezzo ad un lavoro. È
qualcosa che mi giunge, una comunicazione; allora mi concentro.
Con coloro che ho accettato come discepoli, a coloro a cui ho detto
“sì”, esiste qualcosa di più di un legame, esiste un’emanazione di me
stessa. Questa emanazione mi avverte sempre quando sia necessario,
per dirmi quello che sta succedendo. Infatti sono continuamente al
corrente, ma tutte queste comunicazioni non restano iscritte nella mia
memoria attiva, ne rimarrei sopraffatta, la coscienza fisica agisce come
un filtro; le cose vengono registrate su di un piano sottile, e rimangono
là allo stato latente, come una musica registrata senza essere suonata, e
quando ho bisogno di sapere con la mia coscienza fisica, mi collego con
questo piano sottile e il disco gira. Allora vedo come stanno le cose, il
loro sviluppo nel tempo, il risultato attuale.

E se per una ragione qualsiasi mi scrivete richiedendo il mio aiuto e io
vi rispondo “sono con voi”, ciò vuol dire che la comunicazione diviene
attiva, che v’inserite nella mia coscienza attiva, per un certo tempo, per il
tempo indispensabile.

E questo legame fra voi e me non è mai interrotto. Vi sono persone
che hanno lasciato l’Ashram molto tempo fa, in stato di ribellione, e
malgrado ciò continuo ad essere al corrente, ad occuparmi di loro. Non
siete mai abbandonati.

In verità, mi sento responsabile di tutti, anche della gente che ho
incontrato per qualche secondo nella mia vita. Adesso ricordatevi d’una
cosa: Sri Aurobindo ed io siamo sempre una sola e una stessa coscienza,
una sola e una stessa persona. Solamente, quando questa forza o questa
presenza, che è la stessa, passa attraverso la vostra coscienza individuale,
riveste una forma o un’apparenza differente secondo il vostro
temperamento, la vostra aspirazione, i vostri bisogni, il giro particolare
del vostro essere. La vostra coscienza individuale è come un filtro, un
orientatore, se la frase mi è permessa, essa fa una scelta e fissa una
possibilità nell’infinità delle possibilità divine. In fondo, il Divino, dà
esattamente ad ogni individuo quello che l’individuo si aspetta dal
Divino. Se credete in un Dio lontano e crudele, sarà per voi un Dio
lontano e crudele perché per il vostro supremo interesse sarà necessario
che sentiate la collera divina; sarà Kali per gli adoratori di Kali, e la
beatitudine del bhakta. Sarà la Conoscenza assoluta di coloro che
ricercano la Conoscenza, l’Impersonale trascendente degli Illusionisti22,
sarà ateo con l’ateo e l’amore di colui che ama. Sarà un amico fraterno e
vicino, un amico sempre fedele, sempre sicuro, per coloro che lo
sentono come guida interiore di ogni movimento, di ogni minuto. E se
credete che può tutto cancellare, cancellerà tutte le vostre colpe, tutti i
vostri errori, instancabilmente, e ad ogni istante potrete sentire la sua
Grazia infinita. In verità il Divino è quello che vi attendete da Lui nella
vostra profonda aspirazione. E quando si entra in quella coscienza, 
nell’infinita moltitudine dei rapporti col Divino e con gli uomini, 
tutte le cose sono viste di un solo sguardo, si vedrà come tutto è meraviglioso,
 in tutti i particolari.

Osservando la storia degli uomini si può vedere l’evoluzione che il
Divino ha compiuto in relazione a quello che essi hanno capito, voluto,
sperato, sognato, quanto Egli fosse materialista col materialista e quanto
ogni giorno cresca, si faccia più vicino, più luminoso, nella misura in cui
la coscienza umana viene ampliala. Ognuno è libero di scegliere. La
perfezione di questa varietà senza fine delle relazioni fra uomo e Dio
attraverso la storia del mondo è una meraviglia ineffabile.
E tutto ciò rappresenta un secondo nella manifestazione totale del
Divino.

Il Divino è con voi secondo le vostre aspirazioni. Questo non vuol
certamente dire che debba piegarsi ai capricci della vostra natura
esteriore – parlo della verità del vostro essere. E ancora, si modella
qualche volta sulle vostre aspirazioni esteriori e se, come il devoto,
vivete in quelle alternative di separazione e di amplesso, d’estasi e di
disperazione, il Divino si allontanerà da voi o si avvicinerà in accordo con
quanto crederete. L’atteggiamento è quindi molto importante, anche
l’atteggiamento esteriore. La gente non sa ancora bene sino a che punto
la fede è importante, quanto la fede sia miracolosa, creatrice di miracoli.
Perché se ad ogni momento vi aspettate d’essere elevati ed attirati verso
il Divino, il Divino verrà ad aiutarvi e sarà vicino a voi, sempre più vicino.

(parole dagli scritti di Mère e Aurobindo)

venerdì 14 luglio 2017

Non sappiamo niente

Ci siamo proclamati insegnanti, maestri, istruttori, terapeuti. Ci siamo messi addosso un vestito che giustificasse quello che facevamo: insegnare, dire agli altri come vivere e quali erano le frontiere dello spirito. La gente ci ha creduto e ha cominciato ad ascoltarci, rapita. Quello che vedevano in noi era la speranza che esistesse un modo di vivere privo di sofferenza, o che almeno questa sofferenza avesse un qualche senso. E noi eravamo i paladini di quel senso, ci siamo sentiti a lungo così. Siamo e siamo stati le nuove rock-star. Alcuni più tradizionali e prudenti, più pop, altri più alternativi, spregiudicati, senza peli sulla lingua, più grunge. E abbiamo iniziato a crederci anche noi. Abbiamo pubblicato libri, tenuto conferenze, abbiamo parlato di questa robaccia spirituale talmente tanto a lungo che alla fine ci abbiamo creduto ciecamente. E allora vedevamo principii dovunque, vedevamo regole, schemi, simboli, archetipi e non la realtà. Vedevamo non più persone, ma fiori di bach, tipi psicologici, genealogie da costellare. E ci siamo persi i fenomeni reali. Le persone, le loro storie, i loro problemi, la vita insomma. Ci siamo studiati qualche tradizione, qualche disciplina e vi abbiamo aderito ciecamente costruendoci su una professione di tutto rispetto. Che male c'è? Nessuno infatti. Se non che ci abbiamo creduto troppo a lungo. E non usciamo più di lì. Applichiamo a tutto i sutra, i veda, i vangeli, cercando di spiegare tutta la realtà attraverso le parole di qualche illuminato (o presunto tale). Prendiamo per buono tutto quello che hanno detto Osho, Aurobindo, Maharshi o Nisargadatta e tentiamo di valutare il reale in base a queste favole. A queste storie. Sono tutte storie che ci raccontiamo (o che si raccontano attraverso di noi, perché no) delle quali abbiamo poca o nessuna esperienza diretta. Però, dato che siamo insegnanti, istruttori o terapeuti, dobbiamo avere fede cieca in ciò che diciamo di professare. E professando le grandi verità spirituali, la ricerca è finita, il flusso si è fermato e le nostre esperienze dirette della verità, ammesso che esista, rimangono appannaggio di pochissimi attimi fuggenti. Poi la vita ci ha traditi. Ci ha delusi. In qualche modo la vita ci ha spiegato che non esistono gli schemi che stanno sui libroni, non esistono precise distinzioni tra i corpi sottili o regioni di energia puramente positiva, non esistono periodi tranquilli e in generale niente che si possa inscatolare. Che il pensiero non crea la realtà, o non sempre perlomeno. La realtà ha fatto qualcosa che non ci aspettavamo insomma. Lavoravamo sulla salute e siamo peggiorati, lavoravamo sui soldi e siamo rimasti senza una lira. E' il fattore 'x' quello che onestamente nessun maestro può rivelarvi perché altrimenti perderebbe immediatamente tutti i suoi adepti. Che cioè la vita è imprevedibile. La vita è mutevole. La vita è una forma che cambia di continuo. E allora, noi insegnanti, scrittori, divulgatori di verità presunte assolute che cosa sappiamo in realtà? Niente. Cosa insegniamo in realtà? Niente. Cosa possiamo garantire? Niente. L'unica cosa che impariamo e insegniamo forse, l'unica prospettiva reale è "Essere maestri del disordine". Elevarsi al di sopra di ciò che accade, trovare un centro di quiete, una prospettiva infinita che si trova al centro del nostro essere e oltre tutte le 'storie' della spiritualità più o meno tradizionale. E quel centro è percepibile, quella quiete oltre tutto ciò che è mutevole si può trovare. Quella quiete che non è più nemmeno pace ma semplicemente esistenza pura nella sua piena intensità. Del resto possiamo solo fornire schemi, mappe e indicazioni vaghe e imprecise. Di tutto il resto possiamo solo supporre. Il resto sono e saranno sempre e solo storie che raccontiamo.

lunedì 12 giugno 2017

Rumori di fondo

Sri Aurobindo metteva il silenzio mentale, la capacità di sganciarsi e di osservare in piena coscienza l'attività della mente, come primo passo del lavoro e, dopotutto, non posso che essere d'accordo con lui. Questo è il primo imprescindibile passaggio e anche forse uno dei più ostici. Di sicuro uno dei meno sottolineati. In un'epoca nella quale si cerca tanto l'effetto speciale, la dimostrazione, nella quale si condisce tutto con parole come "quantico" e "divino", in un momento storico in cui sta aumentando il rumore generato da promesse e chiacchiere, pochi si accorgono di quanto il silenzio interiore e la capacità di discriminare quali siano le forze che ci attraversano siano alla fine gli strumenti più importanti da coltivare. Siamo attraversati infatti da ogni genere di informazione a livello sottile, informazioni che provengono da tutto ciò cui siamo esposti giornalmente, ivi incluse le parole dei libri che leggiamo, dei nostri guru e insegnanti. Siamo esposti a ciò che accade nella società, in famiglia, nelle cerchie delle relazioni. Siamo esposti a forze collettive e quasi del tutto inconsce, a movimenti di energie che molti di noi possono solo immaginare. Tutto questo va a nutrire un rumore di fondo che fa da substrato a molta della nostra attività mentale. Un pensiero salta fuori da chissà dove, magari mosso da una di queste forze delle quali non sappiamo nulla, e diciamo 'io ho pensato questo'. Un impulso si fa vivo e inizia a spingere il corpo verso il suo compimento e diciamo 'io ho questo impulso'. Siamo davvero convinti che sia 'io' a star dietro a tutti questi fenomeni apparentemente fuori controllo, ma ad una osservazione più attenta prima o poi verrà fuori la triste verità. Questo 'io' che diciamo di essere ha pochissimo o quasi nessun potere sull'attività mentale, pochissima o nessuna influenza su certi impulsi irrazionali, men che meno sulle emozioni. Questo 'io' che diciamo di essere può al massimo arrivare a percepire questo rumore di fondo generato della sofferenza e dell'inconsapevolezza umana ma poi non sa che fare quando arriva a vedere a quella profondità, e spesso cade nel sonno, arrendendosi all'inconsapevolezza e all'impossibilità di sganciarsi da quel rumore così seduttivo. In realtà la maggior parte delle nostre azioni e dei nostri pensieri non sono nostri, ma emergono da quel marasma che continuamente ci attraversa. Il fatto che riteniamo ci sia un 'me' dietro quelle azioni e pensieri e il motivo per cui lo riteniamo si fanno chiari solo con la pratica del silenzio interiore, anche se possono volerci anni per accorgersi del subdolo meccanismo. Ogni volta che un pensiero o un impulso sorgono dal marasma, la nostra attenzione vi aderisce completamente e ci identifichiamo automaticamente con ciò che è sorto. Non mettiamo nemmeno in discussione la certezza che sono proprio 'io' ad aver avuto quel pensiero, 'io' ad avere quella spinta a fare qualcosa. In realtà ogni nostro pensiero e azione parlano sempre della nostra sfocatura e mai di quel presunto 'io' che vorremmo ingenuamente ritenere l'autore delle nostre azioni. In un primo tempo questo mi terrorizzava, perché mi accorgevo sempre di più che 'io' sembrava non avere una volontà propria, sembrava non avere davvero altra possibilità che non arrendersi all'inconsapevolezza ogni volta che qualcosa fuoriusciva dal rumore di fondo per presentarsi alla coscienza e reclamare attenzione. I primi tempi di pratica ricordo bene che il rumore aumentava a dismisura e si faceva insopportabile, come se, una volta guardato direttamente, chiedesse di essere visto con ancora più violenza. Nonostante tutto però, un potere questo 'io' lo aveva. Anzi due, mi accorsi. Il primo era che 'io' potevo sempre dirigere l'attenzione dove volevo e ritirarla da dove non volevo. Il secondo era che 'io' potevo mantenere una ferma intenzione anche laddove il rumore di fondo si faceva insostenibile. L'intenzione di non agganciarmi, di ricordarmi che 'io' non ero ciò che guardavo. Ed emergeva materiale, pensieri, emozioni, intuizioni, visioni, luci, colori, suoni, ricordi. E ad ogni strato che emergeva rinnovavo la mia intenzione di non agganciarmi e di non aderire alla storia che la mente sembrava raccontare, dando attenzione piuttosto che al pensiero e all'emozione del momento, a quello spazio gentile, accogliente e sempre presente sul cui sfondo sembrava agitarsi tutto questo mare di fenomeni. Con il tempo questo approccio iniziò a ridurre e dissolvere il rumore, portando a volte alla sua completa scomparsa. E il lavoro era più simile all'arare un campo piuttosto che al cercare di soddisfare ogni mia tendenza del momento, realizzare i miei desideri, o raggiungere illuminazione e risveglio. Soprattutto a un certo punto mi fu palese che il problema serio non era il raggiungimento del silenzio ma il riuscire a mantenerlo nella vita reale quando il rumore prodotto dalle circostanze si faceva assordante e tendeva a farmi cadere sempre di più in quello che era un lungo sogno dove la sensazione di 'io' si mescolava irrimediabilmente alle emozioni e ai pensieri che mi attraversavano. E un bel giorno di qualche anno fa mi si presentò agli occhi la cruda verità, che se non c'è in noi questa ferma determinazione di andare oltre questo rumore di fondo non siamo che pupazzi in mano all'inconsapevolezza. Ho dovuto vedere e toccare con mano il fatto che è un lavoro che va avanti tutta la vita, e che è solo da quei momenti di quiete che posso vedere quanti impulsi di origini differenti si agitano in quel marasma cercando di accampare diritti di proprietà e di spingere la vita in ogni direzione. Ed è solo in quella quiete che posso vedere davvero e con chiarezza da dove originano. E' un lavoro noioso, stancante, che non ha la pretesa di regalare salti quantici o miracoli improvvisi, ma è l'unico lavoro, a mio parere, in grado di regalare la facoltà di scelta sul proprio destino, sulla propria linea di vita. E' un lavoro che insegna a non aderire a ogni pensiero ed emozione, e che dopo anni mi ha fatto capire cosa intendesse Lester Levenson quando affermava che ogni pensiero e ogni emozione sono di fatto delle limitazioni, che ogni tendenza non è nient'altro che la nostra abitudine a rispondere a pensieri ed emozioni come se fossero nostri. E' il lavoro maestro che mi ha insegnato che fondamentalmente di 'mio', in me stesso, c'è davvero poco fin quando non imparo a dirigere l'attenzione e a rinnovare la purezza dell'intenzione di andare verso il silenzio. Non è stato un passaggio facile tuttavia. Ad ogni passetto in avanti che facevo c'era sempre più forte in me la voce della sfocatura che recalcitrava urlando "Questo non è giusto! Non è responsabile! Questi sono i tuoi pensieri, le tue storie, questo è tutto il tuo passato e quello dei tuoi antenati. Questo è ciò che tu sei! La sofferenza è normale! Questo è quello che fanno tutti, e chi sei tu per voler essere diverso? Che ne sarà di te senza tutto questo?". Ed era tutto vero. In quella massa di forze psichiche c'era tutto ciò in cui la gente credeva, e in cui io credevo fino a poco prima. C'erano tutte le soap opera, la violenza, l'ingiustizia, le credenze, i nemici, l'importanza personale, le condanne e le recriminazioni che ogni essere umano ascriveva alla vita, perchè 'così è la vita'. In quel guazzabuglio c'era la sommessa convinzione che nella vita non siamo che pupazzi in balia degli eventi e che questo non si può affatto cambiare. E qualche volta capita ancora che io ci creda, lo ammetto. Capita ancora che la sfocatura mi tenti a cadere nella convinzione che non abbiamo nessun potere. Ma un potere ce l'abbiamo, anzi ben due: il potere di dirigere l'attenzione e quello di rinnovare la nostra intenzione. Con il tempo e con la pratica quotidiana questi due potranno portarci fuori da ogni cosiddetto problema e magari, un giorno, scopriremo davvero cos'è quell''io' che credevamo di essere. 

sabato 13 maggio 2017

Perchè lo fai?

Perché fai un percorso 'spirituale'? Perché cerchi quello che cerchi? Rispondi onestamente. La maggior parte di noi vedrà, se osserva con sincerità, che il pensiero primario dietro il cercare è solo e soltanto lo 'stare meglio' o il 'risolvere un problema'. Crediamo che la spiritualità debba risolvere i nostri problemi fisici, psicologici, emotivi ed economici e, in un certo senso, ne avrebbe anche la possibilità. C'è anche chi cerca l'illuminazione, il risveglio, la consapevolezza, senza avere la minima idea di cosa significhi o con un'immagine mentale da fumetto ricavata da qualche libro. E dunque quando si diventa cercatori, come anche io sono stato per moltissimi anni (più di 20) il 'cercare' diventa compulsivo e irrefrenabile, ci sembra di aver trovato il motivo della nostra esistenza, appunto il cercare. Ogni nuovo corso regala un'ondata di adrenalina, di emozioni positive, risuoniamo con l'autore del momento, il conferenziere del momento, e viviamo una specie di innamoramento che è tanto più forte quanto più proiettiamo su quella figura tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Tutti gli innamoramenti in fondo non sono che questo. Un ego a cui manca qualcosa e che cerca di completarsi attraverso un altro ego. E per un po' abbiamo anche quella chimica specifica dell'innamorarsi, quelle belle sensazioni. Lui è il mio guru, il mio maestro. Ho trovato ciò che cercavo. Ma in realtà non abbiamo 'trovato' proprio un bel niente, se non, forse, un altro piccolo tassello di qualcosa che era già integralmente e inevitabilmente dentro di noi. Poi arriva la progressiva disillusione, il guru ha dei difetti come tutti i normali esseri umani, la nostra aspettativa salvifica viene progressivamente delusa nella misura in cui scopriamo un normale umano, con qualche capacità e potere magari, ma pur sempre un umano. Le pratiche non le facciamo con costanza. Non ci piacciono le pratiche, sono faticose, ripetitive, noiose e non portano nessuna di quelle esperienze meravigliose di cui abbiamo letto sui libri, nessuno dei risultati che cercavamo. E allora a livello subconscio perdiamo interesse, e cambiamo percorso, cerchiamo un altro maestro, un altro libro, un’altra tecnica e ricominciamo tutto da capo. Di innamoramento in innamoramento, di delusione in delusione quello che facciamo è spostare la nostra attenzione su quello che verrà dopo e sulla forte sensazione di novità. Questo è ciò che facciamo con la spiritualità e, in linea di massima, con moltissime relazioni, ivi inclusa quindi quella con l'insegnante\guru\maestro. Questa è la via dell'ego che cerca per non trovare mai, cerca per avere 'belle sensazioni', effetti speciali, stati di rapimento mistico ed estatico. Ma, dopo tutti questi anni, ho dovuto arrendermi alla constatazione che tutti questi sono solo effetti collaterali di qualcosa di molto, molto più importante. Ed è qualcosa che non incontra molta popolarità, poiché stuzzica e irrita proprio il soggetto in questione. Lo dirò molto brevemente. Se non abbiamo accettato il totale sacrificio della nostra personalità, di quell'importanza personale che intossica ogni azione che facciamo, anche la più spirituale, non andremo molto lontano in quanto a crescita e a 'risultati'. Se non c'è un lavoro sul carattere e una progressiva disintegrazione delle forme pensiero di auto-referenzialità, egocentrismo, egoismo ed eccesso di 'me', se non si accetta di perdonare integralmente chi sembra averci ferito, se non si toglie importanza ai propri desideri, e se non si dà battaglia momento per momento alla sensazione di essere un io con il suo lato oscuro, non succederà mai assolutamente niente. Non sarà la nuova tecnica a guarirci, non sarà il nuovo guru, il nuovo risvegliato-neo-advaita o l'ultimo maestro di Qigong o meditazione a darci ciò che cerchiamo. Ciò che cerchiamo si trova solo distruggendo le pareti della cella in cui ci siamo più o meno consciamente confinati. Questa cella è la nostra personalità, e con essa la nostra importanza personale. Questa cella è il centro da dietro le cui sbarre osserviamo il mondo. Si chiama ego, la sensazione di essere qualcuno separato da tutto il resto. Coincide con la mente, con il pensare compulsivo, con l'analisi costante, la chiacchiera continua di 'cose spirituali' e ahimè coincide con il cercare. L'ego cerca per non trovare mai, appunto. In questo non vi è nulla di 'male'. Tuttavia questa non sembra a mio parere essere la via d'uscita. La via d'uscita è la resa totale e incondizionata delle proprie tendenze latenti e inconsce, un lavoro meticoloso, noioso, un lavoro assolutamente poco mistico e del tutto privo di fascino per l'ego che cerca innamoramenti e belle sensazioni. E dovremo andare anche oltre la ricerca di questi premi che pensiamo costituiscano il risultato della crescita interiore. Premi come la ricchezza, il lavoro dei tuoi sogni o l'anima gemella. Chi vi ha detto che questi sarebbero stati i risultati della ricerca vi ha mentito probabilmente, e se sono stato io a dirvelo vi chiedo scusa, anche io ero vittima di questo abbaglio. Poi ho capito, dopo molto lavoro, che i 'doni' che pure la coscienza elargisce, non sono altro che riflessi dell'espansione della nostra consapevolezza, che non sono lo scopo del percorso. E ho potuto appurare chiaramente che non c'è nulla da aspettarsi, nulla da cercare, c'è solo una parete da demolire per allargarsi, essere sempre più coscienti e percepire una fetta di realtà più vasta, con tutto quello che
ne consegue. E non fate l'errore che ho fatto io per anni di attaccarvi al maggior potere che deriva dalla vostra espansione di coscienza, non vi attaccate a quello che sembrate 'ricevere'. Non fate l'infantile errore di credere che Dio vi premi per gli sforzi che fate per essere buoni. A mio parere non c'è nessun Dio che ci premia perché siamo stati bravi a rinunciare all'ego, non c'è una ricompensa che qualcuno ci dona per aver neutralizzato il nostro karma negativo. Siamo noi che espandendoci permettiamo alla coscienza (che è ciò che siamo) di essere di più e che rinunciando ad attaccamenti, avversioni, opinioni e giudizi permettiamo all'infinito di penetrare dentro la nostra
esistenza. Ma abbiamo bisogno di rinunciare a tutto quello che crediamo sia un percorso spirituale e, cosa ancora più difficile e impopolare, abbiamo bisogno di iniziare ad amare la vita così come si presenta ai nostri occhi. So per esperienza diretta quanto questo possa sembrare difficile, so quanto possa dare fastidio e quanto nella nostra testa (la testa dell'ego) siano già partite tutta una serie di eccezioni giustissime per ciascuno di noi, che raccontano perché per noi è impossibile amare ciò che c'è in questo momento davanti a noi. Tuttavia la strada dell'equanimità è davvero l'unica che possa abbattere le mura di quella cella che ci siamo costruiti. Il nostro perché dovrebbe gradualmente essere trasformato da "lo faccio per ottenere un risultato" a "lo faccio perché sono stufo, esausto di essere 'io'". Io con tutti i miei desideri. Io con tutti i miei bene e male, con tutte le mie opinioni sulla realtà, sul mondo, sul risveglio e la spiritualità. Io con le mie dita puntate verso i miei persecutori e le mie braccia attorno ai miei innamoramenti, io spinto dai capricci della mia personalità. Per uscire dalla cella, questo 'io' deve avervi veramente stancato, nauseato, e questa nausea sarà nettamente percepibile solo ed esclusivamente quando avrete vissuto abbastanza delusioni e quando abbastanza innamoramenti saranno naufragati nel nulla di fatto. Forse quel giorno ne avrete piene le scatole, vi arrenderete del tutto alla vita così com'è e smetterete di investire la vostra 'ricerca' di aspettative infantili. E forse quel giorno le pareti della cella crolleranno con un fragoroso rumore lasciandovi attoniti di fronte a un nuovo stato di coscienza, un altro livello del videogioco, una dimensione più larga, sì, ma anche questa da lasciar andare.

 

mercoledì 12 aprile 2017

il grosso problema della non-dualità

Questo è il periodo della non dualità. Molti di noi ci sono cascati a piè pari. Siamo scesi nella profonda caverna del 'non esiste nulla', 'è tutto illusione', e ci condiamo la bocca con frasi come 'la realtà e la vita non hanno nessun senso perciò non preoccuparti di nulla', scimmiottando i vari 'guru' indiani o i testi sacri che si fanno portatori di questo messaggio che è contemporaneamente molto profondo e molto pericoloso. E' la moda più recente della spiritualità, e la sua deriva più insidiosa. Ad esempio vengono ritenute superflue ed illusorie tutte le pratiche, con la spiegazione che ogni metodo è comunque figlio dell'illusione e non farà che perpetrarla. I grandi dell'approccio non duale infatti vogliono far passare l'idea che quello stato è un accadimento spontaneo che avviene quando le catene dell'identificazione con l'ego si sono finalmente dissolte. Non è qualcosa che si può provocare. Non è qualcosa che si può 'cercare'. Eppure gli stessi continuano a tenere Satsang e corsi con migliaia di persone assetate dei loro discorsi, o anche soltanto della loro energia, dove basilarmente i partecipanti continuano a sentirsi dire sempre le stesse cose in attesa che questo risveglio spontaneo arrivi.... ciò ha portato molti 'adepti' e molta gente di mia conoscenza a una pericolosissima stasi e a una ancor più pericolosa fissazione. E io che mi ero avvicinato con interesse a questa prospettiva, mirabilmente descritta dal Vasistha Yoga e da Ramana Maharshi (che sono stati fra le mie letture più assidue per tantissimo tempo) ho iniziato ad un certo punto ad avere bisogno di fermarmi un attimo e di ascoltare quello strano cortocircuito che il mio essere avvertiva quando sentiva certe frasi. Pur se il fatto che tutta questa esistenza possa essere una mera illusione può essere vero in ultima analisi, il tutto non si può certo liquidare con quattro frasi messe in croce, negando di continuo la realtà delle cose e la gravità del dolore umano, o con ragionamenti furbi intorno al 'concetto' di illusione e dualità. Se siamo sinceri dobbiamo poi ammettere che questo stato oltre il duale, lo abbiamo finora solo 'letto' da qualche parte o 'ascoltato' da qualche guru, ma nessuno di noi lo ha davvero sperimentato. Esiste davvero quello stato? Come facciamo a saperlo? In tutta onestà non possiamo ancora affermare che esista davvero e non possiamo essere nemmeno tanto certi che non sia uno stato illusorio (o allucinatorio) anch'esso, o che non ci sia qualcos'altro dopo. Quindi in buona sostanza a parte le chiacchiere, che ne sappiamo davvero? Vedo e leggo di gente che non fa che indicare, con una logica stringente per carità, quanto tutto quello che esiste non abbia alcun senso, nessuna sostanza, e quindi nessun valore. E per me, al momento, questo è un atteggiamento molto, molto pericoloso, molto vicino al nichilismo. Inoltre credo che, ammesso che esista, il punto d'arrivo (una coscienza non duale) sia praticamente impossibile per la maggior parte di noi se non viene compiuto un lavoro, uno sforzo per uscire da quella identificazione con l'ego che sembra essere l'ostacolo principale. E a quelli che hanno avuto il coraggio di dirmi che non è così ho sempre chiesto: tu sei nella non dualità? Senza ottenere mai una risposta positiva. Ascolto e leggo persone che sbandierano a tutti in lungo e in largo sul web che l'ego non esiste ed è anch'esso una illusione, che tutto il lavoro per uscirne sarebbe dunque anch'esso illusorio. E dentro di me si va formando sempre di più la profonda sensazione che tutto questo sia solo un mero parlare frutto proprio di un ego ipertrofico che ha trovato un nuovo modo per sembrare 'migliore'. Per il resto credo proprio che un percorso sia necessario per la stragrande maggioranza di noi, che una serie di 'passi' o almeno di punti di riferimento siano imprescindibili per non perdersi in un mare di autosuggestioni su cosa sia o non sia la realtà.

"Non si porrà mai fine alla grande battaglia contro la dualità dichiarandone l’impossibilità, o negando le varie apparenze a essa attribuite e definendole irreali. È ancora più inutile ridicolizzare ogni affermazione scritta o pronunciata che parli di dualità, o che sembri fare uso di espressioni dualistiche per spiegare qualcosa. Negare la realtà della dualità non è abbastanza. Non percepiamo la dissoluzione dell’apparenza finché non scopriamo con precisione cos’è l’apparenza e cosa non è, cos'è quella “causa” alla radice dell’apparenza, e quindi finchè non poniamo fine alle nostre attività che sembrano produrre questa apparenza. "

(William Samuel)

giovedì 6 aprile 2017

Il problema del subconscio e la ricerca delle cause

Uno dei rischi più grandi della 'ricerca interiore' è quello di trovare una presunta 'verità' e aderirvi completamente, ciecamente. Una di queste grandi verità inoppugnabili è rappresentata dall'idea che l'unico modo di lavorare sul subconscio sia che si debba scavare alla ricerca delle cause delle malattie e dei problemi e solo a quel punto, dopo una presa di coscienza, i problemi si possano risolvere. Ho difeso anche io per anni questo paradigma che mi sembrava la soluzione ad ogni problema, pur se per certi versi faceva acqua: moltissime persone che sembravano aver trovato la 'causa' poi non risolvevano un bel niente. Moltissime altre che per anni avevano indagato nell'inconscio con i più diversi sistemi avevano trovato e risolto anch'esse ben poco. Di per contro conoscevo persone che in un mese o due di lavoro avevano risolto tutti i loro problemi. "Sembrerebbe esserci una variabile che non vedo", pensavo anni fa quando le 'terapie' sortivano un effetto molto diverso da persona a persona. La variabile si chiamava 'coscienza', come ho appreso qualche tempo fa. E rimane una delle cose più difficili da spiegare a chi sia ancora incastrato nella ricerca delle cause in qualche punto del proprio passato. Come mi spiegò una delle mie insegnanti, quando si tenta di risolvere un problema nelle nostre vite, non c'è niente da capire, non ci sono cause da processare a livello razionale, c'è solo da essere sempre più coscienti del materiale rimosso, che ha creato cariche non viste. Essere coscienti significa essere lì con l'attenzione e l'intenzione a voler sentire e penetrare questi cristalli solidi in gran parte depositati nel corpo stesso. Si deve avere la ferma risoluzione di essere presenti, intensi, e indossare questo momento di vita come fa la mano con un guanto. Questo, diceva lei, se portato a livelli alti e col tempo, può virtualmente curare ogni disturbo, malattia e scompenso perchè la coscienza ha un potete di guarigione superiore. Ma io non ci credevo e per un po' ho continuato la mia ricerca delle cause nell'inconscio... poi arrivò Hew Len (l'insegnante di Self Identity Through Ho'oponopono) che mi disse una frase che non scorderò mai: "la mente razionale può elaborare 5 bit di dati, contro i 5.000.000 che passano per il subconscio... quindi che cosa vuoi capirne?" Dopo quel giorno e quel corso, smisi totalmente di cercare le 'cause' nel 'subconscio' e iniziai a fare una cosa molto più semplice: mi misi a rilasciare tutte le emozioni e i pensieri riguardo a ciò che accadeva, e cercai di stare sempre più dentro ciò che c'era. Mi spiegò Hew Len che bastava osservare la realtà che abbiamo intorno per vedere Unihipili (subconscio) all'opera, e che un atto di consapevolezza pura (o pulizia come la chiamano loro) poteva risolvere molti più problemi di qualsiasi terapia o indagine (e detto da uno psicologo fa abbastanza impressione). E aggiunse un'altra cosa. La ricerca delle cause è proprio una delle memorie che dovresti rilasciare, è mal diretta e serve uno scopo che non è la vera guarigione. Il che mi fece trasalire. Nonostante tutto qualche barlume di dubbio lo avevo ancora ma iniziai a ragionare in modo differente ed ecco che il mondo divenne molto interessante e i miei problemi iniziarono a dissolversi molto lentamente, pur se non ne comprendevo a fondo le cause. Perchè 'capire' non è 'essere coscienti'. Un altro salto lo feci quando iniziai a insegnare il metodo Yin: molte persone durante il lavoro in gruppo o da soli, processando un sintomo o un'emozione, accedevano spontaneamente al ricordo (se c'era) che aveva dato inizio alla catena di sintomi, e questo unicamente mantenendo la coscienza sul 'qualcosa che faceva male' senza nessun intervento della mente, senza nessuna comprensione 'razionale'. Il contenuto inconscio emergeva da sé (se necessario) quando facevano una cosa molto semplice: diventavano acutamente consapevoli (cioè presenti). Successivamente anche Marina Borruso spiegava che la ricerca delle cause 'passate' è uno dei modi che l'ego ha di spostare sempre in un altro punto dello spazio e del tempo il lavoro (e quindi di non fartelo fare). E' un modo di dare sempre la colpa a qualcun altro. E disse un'altra frase che fu decisiva per me: "nel presente le cause passate e gli effetti futuri coincidono, ed è solo qui, nel presente che puoi fare un vero cambiamento. E' qui che hai potere".  Le prove decisive le ho avute con Zhineng Qigong ovviamente. Laddove in una settimana di lavoro quattro differenti persone mi hanno riportato che durante la pratica giornaliera (del primo livello) ciò che era in fondo, non visto, cominciava ad emergere sotto forma di emozioni forti, stati alterati, vecchi dolori che si risvegliano, ricordi. A me succedeva dal primo giorno di pratica, ma ero convinto che fosse un mio problema, invece le testimonianze che arrivano vanno tutte nella stessa direzione. Il che non invalida certo il lavoro sulle cause 'karmiche', sulle regressioni a vite passate o altri metodi simili che possono essere utili e per qualcuno anche decisivi.  Tutto sommato però dopo 22 anni di attività mi sembra di aver notato quanto un lavoro integrale su tutta la coscienza (conscio, inconscio, livelli superiori e tutte le forze che questi veicolano) non abbia a che fare con il capire, quanto con l'essere intensamente presenti, e non possa limitarsi a una botta e via, una seduta a settimana o un seminario ogni tanto. Il Zhineng Qigong, il Metodo Yin, la presenza, sono pratiche per allargare la coscienza e scuse per fare qualcosa che dovrebbe essere fatto di continuo. La 'pratica' di consapevolezza è un fuoco che dovrebbe bruciare 24 ore su 24, un'attenzione che dovrebbe essere vigile e viva mentre si mangia, mentre si dorme, mentre si fa qualunque altra cosa. Le pratiche sono solo un alimentare questo fuoco con un po' di legna e un ricordarsi la prospettiva.  

Segue una testimonianza molto interessante di Ming Tong Gu che racconta come la pratica del Zhineng Qigong lo abbia portato a guarire malattie croniche e, nel caso dell'asma, a rievocare il trauma originario alla base del suo problema (il video è in inglese).


mercoledì 29 marzo 2017

Le cause 'esterne'


Crediamo a tutto, tranne che al nostro potere. Crediamo al fatto che qualsiasi cosa possa condizionarci, pianeti, influssi astrali, il cambio di stagione, l'ora legale, le energie 'negative', le 'entità'. Poco o nulla ci viene detto sul fatto che forse, e sottolineo forse, queste cause esterne possano agire in noi soltanto perché hanno trovato una 'debolezza' nella nostra coscienza. Ultimamente ho avuto uno scambio di vedute con un praticante dello yoga integrale di Sri Aurobindo e, sorprendendomi di quanto la teoria e la pratica dei metodi fossero vicine a quanto descritto nel Piccolo libro della centratura e praticato con il metodo Yin, ho azzardato
una domanda: "Secondo te l'esterno ci influenza davvero? È a causa di un problema nell'inconscio che avviene questa influenza?" La lunghissima discussione che ne è seguita ci ha portato a poche semplici conclusioni. Tutto ciò che non è gradualmente reso consapevole e che striscia non visto nelle regioni del subcosciente può virtualmente dare forma a zone di minore resistenza nel nostro campo di attenzione (la coscienza appunto) nel quale certe forze possono dunque infilarsi e agire indisturbate. Ma, diceva il mio amico, noi possiamo rifiutare la nostra adesione a queste forze, proprio nel momento in cui osserviamo il loro tentativo di agire su di noi. Possiamo smettere di credere che siano inevitabili. Possiamo usare la volontà, la purezza dell'intento e l'aspirazione costante come puntello per sganciarci da queste energie (e da qualsiasi altra 'sostanza psichica') e decidere di negare attivamente la loro influenza. All'inizio potrebbe stentare a funzionare e forse ci sentiremo ancora per un po’ come immersi in un groviglio di sensazioni e stati fisici che ci spostano di qua e di là, quasi come fossimo una boa in un mare in tempesta. Ma continuando a negare la nostra adesione la coscienza imparerà a sganciarsi gradualmente dall'azione di queste forze e inizieremo a vedere con i nostri occhi interiori dov'è quel buco nel subcosciente che permette alle forze 'esterne' di influenzarci. Quel vedere sarà l'inizio del nostro renderci progressivamente indipendenti da tutte quelle forze che fino a poco prima ritenevamo assolutamente inevitabili e vedremo come molto probabilmente tutto quello che ci influenza lo fa con il nostro - anche se inconsapevole - consenso.




 

giovedì 16 marzo 2017

Stampelle spirituali

Spesso usiamo la 'spiritualità' come una stampella a cui appoggiarci. Ci aggrappiamo con le unghie e con i denti a definizioni e concetti come Dio, karma, reincarnazione, spirito e anima, ma in realtà di questi concetti non abbiamo alcuna diretta esperienza. Sono al 90% le favole in cui crediamo. Sono i concetti che abbiamo ereditato dalla tradizione, dai testi, dai nostri guru, da chi ci ha preceduto. Questa era la loro interpretazione della realtà, questo era il loro livello di comprensione. Il nostro livello di comprensione potrebbe non avvicinarsi al loro e allora, piuttosto che tentare di sperimentare dei fenomeni, decidiamo di parlane e di trasformarli nei nostri baluardi. Ho visto centinaia di persone perdersi e stagnare dentro queste definizioni, prendendole per buone e limitando la propria vita perché il 'guru' aveva detto questo o quello. Io stesso per anni mi sono nutrito di questi concetti per il semplice fatto di appartenere a una scuola di pensiero o all'altra. Prima o poi però dobbiamo deciderci a lasciare queste stampelle e camminare con le nostre gambe, o non sperimenteremo mai l'intensità e non avremo mai un’esperienza genuina. Lasciare andare questi 'concetti' può essere difficile e molto doloroso ma non sarà mai tanto doloroso quanto il continuare a nascondere il proprio essere dietro di essi, mettendoli in bella mostra per far vedere al mondo quanto siamo spiritualmente evoluti. La conoscenza spirituale non è che un mero accumulo di informazioni, di favole da raccontare. È nella realtà che si vede poi dove siamo realmente. Nella capacità di essere pace con tutto. Nell'equanimità. Nell'armonia e nell'equilibrio che portiamo a noi stessi e agli altri intorno a noi. Nella bellezza e nell'ispirazione delle nostre azioni nel mondo. È nella capacità di rinunciare al conflitto, alla violenza, alla rabbia, all'egoismo, nei desideri, nelle parole, nelle azioni e nei commenti su facebook che vediamo dove siamo a livello evolutivo (ammesso che poi esista ‘sto livello evolutivo). Ma noi preferiamo le storie, di certo io le ho preferite per moltissimi anni. Le storie che la spiritualità ci ha raccontato possono essere state un bell'intrattenersi quando eravamo in relax, con gli amici o in quegli attimi di confusione nei quali la vita sembrava sfuggirci di mano. Ma l'essere che siamo non sa davvero che farsene di tutto quel parlare di karma e reincarnazione, di presunti inconsci e mirabili corpi sottili, quando si tratta di metterci di fronte ad una verità. L'essere è 100% pragmatico, mai teorico e tutto ciò che possiamo dirne è e sarà sempre un'approssimazione molto grossolana. "I only know what I can do" diceva Lester Levenson quando parlava ai suoi studenti, per spiegare che parlare di ciò che non si conosce è unicamente uno sfoggio dell'ego. La domanda che ho iniziato a farmi ad un certo punto è stata "che ne sarebbe della mia ricerca se mettessi da parte tutto quello che so o credo di sapere e tenessi solo quello che ho visto e sperimentato direttamente? A quante di queste storie potrei ancora credere ciecamente?". E ancora: "cosa posso davvero sperimentare direttamente? Come?". Da queste domande nasce una ricerca onesta e integrale. Partendo da queste domande possiamo smetterla di raccontarci storie e cominciare a ricercare esperienze dirette e sperimentare intensità. Forse gettando queste stampelle potremo iniziare a camminare con le nostre gambe.

martedì 7 marzo 2017

Hunyuan ling tong, l'equanimità e le critiche


È sempre così. Quando cominci a fare qualcosa che rompe le scatole all'ego prima o poi l'ego si vendicherà recapitandoti uno o più critici in carne ed ossa. Nella fattispecie, da quando ho iniziato a ritenere opportuno parlare di equanimità, sono sorte le più grandi incomprensioni con numerose persone che da anni seguivano il mio lavoro. La critica più o meno velata che arriva sempre recita circa così: "Ma non lo vedi che l'equanimità è impossibile nel mondo moderno? Che i messaggi di quei vecchi fossili andavano bene per quella cultura ma non per la nostra? Noi abbiamo bisogno di giudizio e azione in questo nostro tempo". Il che significa che non stiamo parlando la stessa lingua. Se ancora pensate che equanimità significhi 'non agire' siete fuori strada, completamente. E lo siete per un motivo ben preciso: l'ego si oppone e tenterà sempre di distorcere qualunque frase o affermazione possa metterlo in pericolo. Ma voi non ci credete. Credete che ad opporsi al concetto di equanimità sia un 'vostro' normale ragionamento logico, il normale buon senso. Non vi rendete conto che anche la logica è sotto il controllo dell'ego, che anche il 'buon senso' non è buono per niente. Siamo per lo più programmi automatici che reagiscono a stimoli esterni senza alcun controllo su queste reazioni, e potete vederlo in migliaia di momenti della vostra vita. Coltivare l'equanimità serve a sganciarsi da questi automatismi e a renderci indipendenti, e non, come molti erroneamente credono, a cancellare la personalità. Non si cancella niente diventando equanimi, lo si rende solo più vasto. La miglior 'tecnica' che conosco è quella suggerita da Gao Weiming durante un seminario a Roma tempo fa, nel quale ci spiegò la teoria chiamata Hunyuan Ling Tong. Senza scendere nel dettaglio del senso delle parole, la frase indica l'atteggiamento che i praticanti di Qigong dovrebbero mantenere di fronte a tutti gli eventi della vita, belli e brutti. Significa allenarsi a pensare che tutto va per il meglio anche quando non sembra farlo o sembra andare in direzioni opposte al meglio, e farlo di continuo fino al punto in cui il nostro primo pensiero (il famoso pensiero primario) diventi Hunyuan Ling Tong invece che uno dei soliti giudizi sulla realtà. Ogni volta che accade qualcosa che genera forti emozioni positive o negative al praticante viene chiesto di ripetere silenziosamente nella sua mente Hunyuan Ling Tong per molte volte fino a che la mente e le emozioni non si siano calmate e non si sia tornati in uno stato di centratura. L'equanimità è questo, iniziare a ritirare i giudizi su ciò che sembra positivo e ciò che sembra negativo e vivere qualsiasi cosa si presenti alla coscienza con la stessa intensità. L'ultima volta che ho espresso questo concetto in un incontro qualcuno si è alzato e ha detto ad alta voce che senza le emozioni non vale però la pena di vivere. Beh, questo è senz'altro un modo di vedere la cosa, e fintanto che abbiamo la convinzione che le emozioni forti siano l'unico motivo per vivere, dovremmo lasciar perdere ogni tipo di lavoro su noi stessi e continuare a ricercare le emozioni forti finché questa esperienza non abbia mostrato la sua vacuità e non ci abbia dato tutto ciò che doveva darci. Se invece siete fra quelli che hanno già intravisto la trappola delle emozioni riconoscendole come quel qualcosa che vincola alla cultura del dramma e sottrae energia, capirete anche perché giorni fa, un altro maestro di Qigong (Tao Qingyiu) etichettava le emozioni come un 'difetto della coscienza', intendendo con questo dire che ogni volta che abbiamo un eccesso emotivo e andiamo fuori controllo è come avere un buco in un palloncino dal quale la nostra energia (qi) comincia a fuoriuscire. La coltivazione dell'equanimità serve a rimediare a questo oltre che al perseguimento di molti altri scopi ben più importanti di questo. Dall'equanimità tutte le emozioni saranno comunque accolte e vissute ma senza attaccamento e senza storie mentali, di modo che possiamo sperimentarne l'intensità senza esserne devastati. Dall'equanimità possiamo agire in maniera molto più decisa, diretta, efficace e ispirata, e anche laddove ci sarà richiesto di combattere, combatteremo, ma da un punto di quiete che resterà saldo per tutto il tempo. E a chi ancora crede che essere equanime significhi rinunciare alle sfide dell'esistenza posso solo consigliare di osservare chi è (o cos'è) che sta facendo questa osservazione e cosa ha paura di perdere rinunciando ai suoi giudizi su giusto o sbagliato. 

Equanimità significa non lasciarsi turbare qualunque cosa accada, conservare una mente immobile e ferma che osservi il gioco delle forze senza perdere la sua tranquillità. 
(Sri Aurobindo)

lunedì 20 febbraio 2017

Epochè



La discussione e il confronto arricchiscono. Ho sentito ripetere questo concetto diverse volte ultimamente e, come un alieno che non capisce il linguaggio dei terrestri, sono rimasto disorientato tentando di processare questo dato. Non perchè io sia contrario a priori alle discussioni e ai confronti, ma perchè nella mia vita non ho mai, e dico mai, visto qualcosa di 'costruttivo' nascere da discussioni o confronti così come vengono comunemente interpretati. Due ego che, messi di fronte, tentano di spiegare l'uno all'altro la propria opinione, valutando le risposte dell'altro attraverso il filtro del proprio punto di vista. Mi sono pertanto sempre domandato dove sia la crescita e la costruttività nell'ascoltare un punto di vista altrui mantenendo comunque intatto il proprio. A un certo punto della mia vita però una serie di eventi mi ha portato a conoscere quella pratica molto avversata e assolutamente mal compresa conosciuta come counseling. La mia fortuna è stata che il counseling mi fu insegnato da una persona che fu capace di tirarmi fuori dallo stato di 'punto di vista soggettivo' e mettermi in uno stato che chiamava (prendendola da Husserl) 'epochè fenomenologica' ovvero una sospensione totale del giudizio, di ogni giudizio riguardo a ciò che veniva esperito, ascoltato, osservato. Fare epochè significa prendere il fenomeno reale così come arriva alla coscienza, senza altre interferenze. E fu un concetto che mi colpì moltissimo. Perchè solo in quello stato secondo me si è capaci di vero ascolto e solo in quello stato, forse, il punto di vista dell'altro può davvero essere percepito. Ma qui sorgono anche i primi problemi pratici. Mantenere uno stato del genere per più di 5 minuti può essere una sfida insormontabile se non c'è allenamento e una forte determinazione. Un'altra cosa che mi colpì di quel modo di fare counseling era che, preso alla maniera di una disciplina interiore di educazione all'ascolto, diventava inevitabilmente una pratica integrale di vita quotidiana e non soltanto un week end al mese per prendere un diploma. Diventava un altro modo di vedere la totalità della vita, una modalità yin di attenzione focalizzata, che fu per me determinante per vedere  agire la mia sfocatura. Ci veniva appunto veicolato un concetto fondamentale che è il centro di tutto il discorso del confronto e dei punti di vista: non puoi sospendere il giudizio senza uno strenuo allenamento così come qualsiasi altro tipo di prestazione atletica, e non puoi farlo senza averne davvero voglia. Così quando ci allenavamo a fare i counselor coi nostri clienti, ci dovevamo allenare a vedere tutte le stupidaggini che avremmo voluto dire e fare per influenzarli, tutti i saggi consigli terapeutici che ci venivano in mente per sentire che stavamo facendo un buon lavoro, tutte le interpretazioni più o meno psicoanalitiche, energetiche o spirituali dei loro problemi. E tutte queste stupidaggini andavano sospese e messe al bando per tutto il tempo della seduta, per rimanere con la persona e non con le nostre interpretazioni e sfocature su quella persona. E forse con qualche anno di pratica intelligente questa capacità può essere appresa e può diventare parte integrante del proprio bagaglio di strumenti della coscienza. A quel punto però ogni genere di confronto o discussione perde il suo fascino. C'è stato un momento durante la mia attività di counseling nel quale le persone erano così intensamente interessanti che mi sembrava davvero un peccato mortale aggiungere o togliere qualcosa dalla loro esperienza di vita solo perchè pensavano che io fossi un bravo terapeuta. E quindi ho imparato a stare zitto e ho perso sempre più interesse al confronto, ai punti di vista, ai dibattiti.  Ho imparato a 'sentire' l'altro e la vita. Ho cercato per quanto potevo (e ancora ho un bel pezzo di strada da fare) di sospendere i miei giudizi su 'giusto' e 'sbagliato', 'bene' e 'male'. E ho imparato per quanto potevo a rispettare i processi di coloro che non erano d'accordo con il mio punto di vista, anche di quelli che remavano contro il mio (o attivamente contro di me), senza cercare di spiegare, senza dover dimostrare nulla a nessuno perchè, onestamente, non mi interessava più. Dallo stato di epokè ho potuto essere davvero d'accordo con Aurobindo quando asseriva che la mente non è che uno strumento per macinare informazioni, e che può credere tutto e il contrario di tutto:

"Il bisogno di sapere dell’intelletto non è altro che bisogno di macinare. Se poi per caso si ferma un attimo perchè è riuscito a sapere quel che cercava, immediatamente si riscuote e trova nuova roba da mettersi sotto i denti, per il puro piacere di tritare ancora.  Il momento decisivo del mio sviluppo intellettuale fu quando potei chiaramente vedere che quanto diceva l’intelletto poteva essere sia giusto che sbagliato; quel che l’intelletto giustificava era vero, ma anche il suo opposto lo era. Non ammettevo più nessuna verità nella mente senza ammetterne contemporaneamente anche il suo contrario. Risultato: il prestigio dell’intelletto svanì."
(Sri Aurobindo)

Dunque come posso davvero ancora credere che un confronto porti arricchimento e serva a crescere se non so fare epochè dentro di me? Come posso non vedere che il 99% delle volte un confronto o una discussione non sono che due ego che lottano per la supremazia (foss'anche la supremazia ottenuta solo attraverso il fatto che l'altro 'capisca' il mio punto di vista)? Come posso non accorgermi che tutto questo non è che l'ennesimo gioco delle separazioni e dell'avere ragione nel quale l'ego è maestro assoluto? Come posso non vedere che tutte le mie opinioni su ciò che è reale e ciò che non lo è sono solo mie opinioni e non verità assolute, e come posso non vedere tutte le macchinazioni che l'intelletto mette in moto per preservare e difendere queste opinioni a favore dell'ego?

Imparare a fare epochè significa rinunciare alle proprie opinioni per restare con il fenomeno così com'è, senza suggestioni, superstizioni o interpretazioni d'altro tipo. E' questa nuda sincerità a costituire secondo me, la vera sostanza dall'ascolto di sè e degli altri, e quest'atto interiore è l'unico che può, alla fine, rivelare la natura della coscienza svincolata dalla mente e dai sensi. E la coscienza, la capacità di esserci, è in definitiva ciò che davvero ascolta, e ciò che davvero viene ascoltato.

domenica 19 febbraio 2017

Zhineng Qigong, a Milano

In poche semplici parole, il Zhineng Qigong è la migliore, la più completa, onesta e strutturata disciplina di lavoro con l'energia e la coscienza che conosca. Nessun altro metodo o tecnica a mio parere regge il confronto in termini di velocità, risultati, integrità dei principi e accessibilità degli insegnamenti. Se state cercando una strada sicura e affidabile per tornare in salute, fare un vero lavoro su voi stessi (non solo a chiacchiere) e accedere a funzioni superiori della coscienza, la scienza del Zhineng Qigong potrebbe fare al caso vostro. Sabato e domenica a Milano due giornate piene di studio e pratica aperte a tutti:

domenica 5 febbraio 2017

Della prosperità e del cambiare sè stessi

Avete presente quegli infiniti corsi e libri sulla prosperità che sono usciti negli anni? Quei libri che vi promettevano miraggi come "tu puoi avere tutto quello che desideri", facendovi poi sentire frustrati perché niente o molto poco si muoveva? Ebbene molti di quei libri in realtà contenevano le briciole di un qualcosa che è tanto semplice quanto difficile da mettere in pratica integralmente. Qualcuno a un certo punto si è accorto che "attiri ciò che pensi" non funzionava più e allora ha cercato un escamotage. Ora si legge "attiri ciò che sei". Che a me è sempre suonato molto egocentrico almeno finché non si definisce cos'è ciò che sei. Onestamente anche io inizialmente credevo a tutto quello che leggevo sui libri e siti web, in un periodo nel quale questa informazione dilagava e usciva un libro a settimana che parlava di abbondanza, soldi, materializzazione. Molti di questi corsi, libri e insegnanti ancora promettono di rivelare il segreto, il segreto del segreto, l'anello mancante del segreto, il lucchetto che chiudeva a chiave la catena che ti impediva di aprire il segreto e così via. E molti di questi corsi, libri e insegnanti dicono sempre la stessa cosa da anni con poche varianti. In tutto questo tuttavia c'è qualcosa di reale a giudicare dalla mia esperienza. Bisogna solo definire quel "Ciò che sei" perché "Ciò che sei" in qualche modo è correlato a ciò che ti accade. E' impossibile e anche, lasciatemelo dire, stupido scollegare la 'prosperità' da tutto il resto che accade nelle nostre vite, dal nostro carattere, dalle nostre azioni quotidiane. L'errore di molti di questi insegnamenti a mio avviso è stato duplice: ci hanno insegnato che potevamo avere tutto (falso) solo visualizzando (falsissimo) e 'sentendoci come se', e hanno reso sempre più ipertrofico proprio quell'ego che è la causa di tutte le nostre miserie, fallendo quindi nell'obiettivo di generare più prosperità. Perchè la prosperità di una persona non è un valore assoluto che possa essere scorporato dal suo carattere generale, dalla sua condizione totale. La prosperità non è una variabile indipendente come non lo sono tutte le altre variabili che costituiscono l'ambiente psichico, fisico ed esistenziale della persona. E quindi visualizzare e sentirci bene non ci servirà a un bel niente se non cambiamo integralmente noi stessi e tutto il nostro carattere fino alle radici. Lo stesso dicasi della cosiddetta "guarigione fisica" altro miraggio a cui molti di noi hanno teso con fede cieca quando hanno letto alcune testimonianze sui libri. Eppure anche lì l'unico fatto davvero certo della guarigione fisica è che si verifica quando cambiano le condizioni interiori, le spinte inconsce che creavano "sintomi" come segnali d'allarme. Poi ci sono altre milioni di variabili che non troverete su alcun libro perchè, ripeto, la prosperità e la guarigione come tutto il resto sono variabili che dipendono da infinite altre variabili di cui, onestamente, nessuno sa molto. Ecco perchè ognuno è tenuto a mettersi in cammino e iniziare la propria ricerca personale, trovando le 'sue' cause e le 'sue' soluzioni. Potreste scoprire cose che sui libri non ci sono, ma che appartengono solo a voi, cause che sono solo vostre. Chi inizia a fare un percorso per lavorare su salute e prosperità dovrebbe avere ben chiari alcuni fatti. Primo: l'unico modo sano, secondo me, di procedere non è tanto quello di cercare di arrivare ad un obiettivo, ma quello di raggiungere l'espansione della propria coscienza verso qualcosa di superiore, che ancora non conosciamo forse, ma che sappiamo esserci. Secondo: si devono necessariamente trasformare il carattere, le abitudini e le tendenze da cima a fondo o non ci sarà alcun risultato in termini di guarigione e prosperità. Questo non è un lavoro secondario. Questo è il lavoro. E se vi trovate ancora dopo anni a dire 'sono fatto così, non posso cambiare' allora o non avete capito il lavoro, o non lo avete fatto proprio.

"Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. "

L'esortazione di questo vangelo è a mio avviso, la 'tecnica' definitiva. L'ho voluta chiamare 'fede integrale'. Ma non correte troppo a pensare che soltanto ripetervi questa frase risolverà tutti i problemi immediatamente, senza difficoltà e nel modo in cui volete voi. La 'tecnica' a mio parere è più profonda e difficile da realizzare. Dovete imparare a mettere in mano al Sè ogni vostro desiderio, ogni vostra aspirazione, ogni vostra emozione negativa, e ogni movimento interiore se volete iniziare a ricevere la luce del Sè, senza lamentarvi se sembra non arrivare tutto quello che avete chiesto dopo due giorni, dimorando nella fiducia. E questo richiede un grandissimo allenamento interiore a rimanere stabili, equanimi, di fronte a qualunque accadimento la vita ci porti. Non c'è altra via sana secondo me. Ogni altra via sarà maldiretta dall'ego e non dallo spirito. Ogni altra via non porterà che situazioni 'parziali'. E' mia esperienza infatti che quel Sè, il divino, o comunque lo vogliate chiamare, ci metta costantemente dentro ciò che è più giusto per noi affinché possiamo affrontarlo, risolverlo, uscirne e crescere. I nostri disastri ci riguardano e non sono sfighe capitate lì a caso. La nostra intera vita ci riguarda, e naturalmente ci mostrerà sempre i punti su cui dobbiamo ancora lavorare. Scopriremo allora che "ciò che siamo" non è solo i pensieri, le emozioni. Non è solo il conscio e il subconscio. Ma molto altro. Strati e strati di energia e densità costituiscono noi, i nostri corpi sottili, la nostra energia essenziale, le aure e tutto il resto, ma di tutta questa roba non abbiamo la minima conoscenza fintantoché non ci mettiamo a lavoro. E solo affidando tutto nelle mani del Sè questa complessità può essere gradualmente sciolta e illuminata da qualcosa di più saggio delle nostre piccole menti. Solo così, a mio parere, può arrivare un vero cambiamento e la vera prosperità, qualunque cosa essa sia per voi.

https://www.youtube.com/watch?v=1keyeHCaZ5A&t=38s

mercoledì 1 febbraio 2017

L'esilio

I momenti in cui sono cresciuto di più sono stati quelli in cui ho dovuto tagliare i ponti con tutto ciò che era sicuro, comodo e conosciuto. Ci sono stati giorni in cui ho fatto le valigie e sono partito non avendo la minima idea di dove sarei andato. Ho avuto paura ovviamente. Ma adesso ringrazio quei giorni con tutto il cuore. E' esattamente in quei momenti infatti, quando non hai più nessuno a sostenerti (in tutti i sensi, economico, emotivo, fisico) che sei costretto a fare affidamento su quel qualcosa che non si vede ma che sai esserci, ed è solo così, rinunciando ad aggrapparti a qualsiasi altra cosa, che lo fai agire per te. In quei periodi nei quali hai deciso di percorrere la tua di strada e non quella che qualcun altro o una genealogia, avevano tracciato per te, hai a che fare con quel senso di scomodità, di carenza, di paura di non farcela che, a mio parere, è una miracolosa medicina per la piccolezza e per la mancanza di scopo nella vita, perché ti costringe a costruire la fede. E' la paura di stare in esilio, lontani da amici, famiglia, ruoli, comodità e sicurezze che ci tiene fermi sul sentiero della nostra grandezza. E' la paura che il nostro piccolo 'io' cui tanto teniamo vada in frantumi se decidiamo di partire davvero e di farlo da soli, è il suo panico di fronte alle destinazioni ignote a tenerci incollati nella solita vecchia melma di sempre. Tuttavia quel piccolo 'io' che proteggiamo è esattamente il motivo per cui non siamo e non possiamo essere i veicoli del nostro Sé. Quel piccolo, misero io, sostenuto da tutti i contratti cui ci siamo vincolati, accampa sempre mille e una scusa al fatto che, a volte, un esilio forzato è l'unica soluzione. Mi pare però che è solo così che si può crescere. Facendocela da soli, trovando nella solitudine una forza e una ispirazione che chi resta sempre al sicuro senza rischiare mai non può e non potrà mai conoscere.


martedì 31 gennaio 2017

L'abitudine di rispondere

"La prima cosa che il ricercatore distinguerà nell'esplorare il proprio vitale sarà una frazione di mente che sembra avere la sola funzione di dare forma (e giustificazione) ai suoi impulsi, ai suoi sentimenti, ai suoi desideri: quella che da ora in poi chiameremo MENTE VITALE. Ma, avendo già visto la necessità di far silenzio nella mente, il ricercatore estenderà tale disciplina anche a questo strato mentale inferiore. Di lì in poi comincerà a vederci chiaro: prive dei loro abbellimenti mentali, le diverse vibrazioni dell'essere gli si riveleranno nel loro aspetto vero e al loro vero livello. Soprattutto, le vedrà arrivare. In questa distesa di silenzio ch'egli ormai rappresenta, i minimi movimenti di sostanza mentale - oppure vitale o di altri piani - saranno per lui altrettanti segnali; e se qualcosa tenterà d'infiltrarsi nella sua atmosfera se ne accorgerà subito. Spontaneamente si renderà conto allora della quantità di vibrazioni che tutti emanano di continuo senza neanche accorgersene, saprà chi è e da dove viene la persona che ha di fronte (un aspetto impeccabile non ha il più delle volte niente a che vedere con la piccola realtà vibrante che sta dietro). Allora i suoi rapporti col mondo diventeranno chiari, capirà perché prova certe simpatie e certe antipatie, certi timori o malesseri, e potrà così mettere ordine nelle proprie reazioni, rettificarle: accettare le vibrazioni che sono di aiuto, rifiutare quelle che intorbidano, neutralizzare quelle che vengono per nuocere. E si renderà conto di un fenomeno molto interessante: il silenzio interiore ha un potere. Se invece di rispondere alla vibrazione in arrivo resterà nella più assoluta immobilità interiore, vedrà quell'immobilità DISSOLVERE le vibrazioni; come se fosse circondato da una distesa di neve dove urti e colpi sprofondano. Prendiamo il semplice esempio della collera: se invece di metterci a vibrare all'unisono con chi è in collera riusciremo a restare interiormente immobili, a poco a poco vedremo la collera di chi ci sta di fronte dissolversi come fumo. Mère faceva notare che l'immobilità interiore, il potere di non rispondere, può anche fermare il braccio dell'assassino o lo scatto del serpente. Solo che non si tratta di mettersi una maschera di impassibilità mentre dentro tutto ribolle: con le vibrazioni non si bara, come lo sentono benissimo gli animali; non si tratta di inalberare una 'padronanza di sè' che è solo padronanza delle apparenze, ma di un vero dominio interiore. E' un silenzio che può annullare qualsiasi vibrazione: per la semplice ragione che tutte le vibrazioni, di qualunque tipo, sono CONTAGIOSE (sia le vibrazioni più basse che le più alte, si badi bene: ecco come mai il guru può trasmettere al discepolo le proprie esperienze spirituali o i propri poteri). Dipende da noi o meno accettare il contagio: se abbiamo paura, vuol dire che abbiamo già accettato il contagio e quindi abbiamo già accettato il morso del serpente o il colpo dell'assassino [...]
Lo stesso accade per le sofferenze fisiche: come si può farsi contagiare da vibrazioni dolorose, così si può circoscriverne il punto e magari, a seconda del grado di padronanza raggiunto, annullare la sofferenza, cioè disinnescare la coscienza dal punto del malato. La chiave della padronanza è sempre il silenzio, a tutti i livelli; nel silenzio infatti è possibile distinguere le vibrazioni; e distinguere vuol dire averne il dominio. Numerosissime sono le applicazioni pratiche e numerosissime le occasioni di progresso. Quella vita di tutti i giorni che viviamo tanto incoscientemente può diventare così un immenso campo di esperienza e di uso consapevole delle vibrazioni. Ecco perchè si insiste che il luogo dello yoga sia la vita stessa: stando soli è facilissimo illudersi di aver raggiunto il dominio di sè. 
Ma il potere del silenzio, o dell'immobilità interiore, ha applicazioni molto più importanti, sopratutto nella vita psicologica. Il vitale, lo sappiamo, è sede di svariati disordini e miserie, ma è anche una fonte di grande forza; si tratta quindi - un poco come nella leggenda indiana del cigno che separa l'acqua dal latte - di estrarne la forza di vita evitando le complicazioni che la vita porta con sé, e al tempo stesso senza recluderci dalla vita. Bisogna dire che le vere complicazioni non vengono tanto dal vitale in sé, quanto dall'uso che ne facciamo noi: tutte le circostanze esteriori sono infatti l'immagine speculare di quello che siamo. Ma la più grande difficoltà viene dal fatto che, erroneamente, noi ci identifichiamo col vitale e con tutto ciò che ne proviene. Il vitale dice: le 'mie' pene, la 'mia' depressione, il 'mio' temperamento, i 'miei' desideri, credendo di essere tutti quei piccoli io che in realtà non sono affatto lui. Certo, se noi continuiamo ad essere convinti che tutte quelle piccole storie siano la nostra storia, allora ovviamente non c'è altro da fare che sopportare la bella famigliola vitale con tutte le sue crisi. Ma se siamo in grado di far silenzio dentro, ci appare subito chiaro che tutte quelle vicende non sono affatto le nostre: tutto viene da fuori, lo sappiamo. Solo che noi, sintonizzandoci sempre sulla stessa lunghezza d'onda, ci lasciamo invadere da tutti i contagi. Ad esempio, ci troviamo in compagnia di Tizio o di Caio, in noi c'è silenzio e immobilità (il che non ci impedisce di parlare e di agire normalmente), e di colpo ecco che in questa trasparenza sentiamo qualcosa che ci tira o che cerca di entrarci dentro, come una pressione o una vibrazione intorno a noi che può anche tradursi in un indefinibile malessere. Se la vibrazione ce la fa ad entrare, in pochi minuti ci ritroviamo a lottare con una depressione o un desiderio, con un'agitazione o una febbre: siamo stati contagiati. A volte non sono soltanto semplici vibrazioni che ci piombano addosso, ma vere ondate. Non occorre necessariamente stare assieme a qualcuno perché succeda: possiamo isolarci in cima all'Himalaya e ricevere lo stesso le vibrazioni del mondo. Da dove viene allora la NOSTRA agitazione, il NOSTRO desiderio, se non dall'abitudine di farci agganciare di continuo dagli stessi impulsi? Ma il ricercatore che ha coltivato il silenzio non si lascia più intrappolare da questa FALSA IDENTIFICAZIONE e finisce per sentire intorno a sé quello che chiameremo il circumcosciente, ovvero COSCIENZA CIRCOSTANTE, una distesa di neve che ci circonda e che può esser incredibilmente luminosa, forte e sicura, o che invece può oscurarsi, corrompersi (o anche disintegrarsi totalmente) a seconda del nostro stato interiore. E' una specie di atmosfera individuale o di GUAINA PROTETTIVA abbastanza sensibile da farci sentire ad esempio che si sta avvicinando qualcuno, o da farci evitare un incidente nell'istante in cui sta per piombarci addosso; ed è proprio in questa coscienza circostante che potremo sentire e fermare le vibrazioni psicologiche PRIMA che ci entrino dentro.
Di solito sono così abituate ad entrare dentro di noi come a casa propria, per affinità, che non le sentiamo neanche più arrivare: il meccanismo attraverso cui ce ne appropriamo e ci indentifichiamo con loro scatta immediatamente. Ma il silenzio interiore produce una trasparenza sufficiente a vederle arrivare, sicchè allora uno può fermarle e respingerle.
A volte le vibrazioni respinte restano a vagare nel circumcosciente, aspettando la prima occasione per precipitarsi dentro di noi, al punto che potremo sentire con estrema chiarezza la collera, il desiderio, la depressione girarci attorno; ma, a forza di essere respinte, perderanno vigore, finchè ci lasceranno in pace. Il collegamento è stato finalmente interrotto. E con sorpresa un bel giorno constateremo che certe vibrazioni che ci sembravano ineluttabili non ci toccano più. Ci passeranno davanti come uno schermo cinematografico, svuotate di qualsiasi potere; e potremo osservare con curiosità le piccole malintenzionate ritentare il loro gioco. Oppure ci accorgeremo che certi stati psicologici ci assalgono a ore fisse, o si ripetono ciclicamente: sono quelli che chiameremo FORMAZIONI, cioè amalgami di vibrazioni che per reiterata abitudine finiscono per acquisire una sorta di personalità indipendente. Vedremo come queste formazioni, una volta che ci hanno agganciati non ci mollano finchè non hanno svuotato il sacco fino in fondo, ossessive come un disco che gira e gira su un grammofono. Sta a noi decidere se 'lasciarlo suonare' oppure no. Le esperienze possibili sono migliaia, è tutto un mondo di osservazioni; ma la scoperta essenziale che avremo fatto è che in tutta la faccenda, di NOI c'è ben poco, tranne L'ABITUDINE DI RISPONDERE. [...]
A dispetto di tutte le nostre 'sagge' massime, la natura umana PUO' essere cambiata. Non c'è niente nella coscienza o nella natura di fissato una volta per sempre, tutto è soltanto un gioco di energie e vibrazioni che a forza di ripetersi regolarmente ci dà l'illusione di una necessità 'naturale'. Proprio perciò lo yoga presuppone la possibilità di un capovolgimento totale delle regole che comunemente governano le reazioni della coscienza.
Scoperto il meccanismo, avremo contemporaneamente trovato il giusto metodo per dominare il vitale, un metodo non di tipo chirurgico ma pacificatore. Non diminuiremo di sicuro le difficoltà vitali combattendole vitalmente: la lotta esaurirà le nostre energie, ma non certo la loro esistenza universale. E' da un'altra posizione che avremo partita vinta: neutralizzandole in una pace silenziosa. Se siamo in pace, ripulire il vitale diventa facile. Se invece stiamo lì solo a pulire e pulire senza fare nient'altro il progresso sarà molto lento, perché il vitale si sporcherà di nuovo e bisognerà rimettersi a pulirlo centinaia di volte. La pace è qualcosa di pulito di per sé, perciò essere in pace è un modo di positivo di assicurarsi il risultato. Cercare soltanto lo sporco e ostinarsi a pulirlo è un metodo negativo."



domenica 22 gennaio 2017

Diventerai ciò di cui ti nutri

 
Spiacente per gli amici vegetariani o vegani, ma il nutrimento di cui parlo qui, oggi, ha poco a che fare con ciò che mangiamo, per quanto io trovi che a un certo punto anche le nostre abitudini alimentari cambieranno a seguito di un onesto lavoro su noi stessi. Il nutrimento cui sarebbe importante prestare attenzione è quello sottile, vibrazionale, emotivo cui ci sottoponiamo in quei momenti in cui non ci siamo, quegli spazi che ci prendiamo per noi stessi e nei quali ci abbandoniamo a quelli che consideriamo momenti di rilassamento. Sono quelli i momenti di maggior permeabilità delle sfere inconsce e quelli, spesso, i momenti in cui ci mettiamo davanti a tv, cinema, film, libri e musica varia. Fin qui niente da eccepire. Quello che dovremmo cominciare a vedere con consapevolezza è innanzitutto il contenuto emotivo di quello a cui ci esponiamo, il messaggio profondo che ciò cui ci esponiamo veicola. Sebbene questo contenuto possa essere usato per rilasciare, molto più spesso di quanto non pensiamo il materiale che ci attraversa viene preso e accettato inconsciamente senza censure e da lì passa direttamente a stimolare qualcosa nel subconscio. Dall'horror alla soap-opera il messaggio 'esterno' solletica continuamente, a livello emotivo, le nostre corde interne richiamando contenuti non risolti, conti in sospeso, vecchi ricordi, aspettative e anche, purtroppo, memorie genealogiche (e probabilmente la nostra genealogia non ha mai brillato per consapevolezza e centratura). Da quello stimolo esterno accettato passivamente scaturiscono bisogni, desideri ma anche inquietudini, paure e proiezioni negative d'ogni genere. Da quegli stimoli esterni possono scaturire comportamenti e azioni del tutto irrazionali. Quello che leggiamo, la musica che ascoltiamo, i film che guardiamo e in generale la cultura alla quale partecipiamo, lascia solchi nel nostro subconscio, solchi tanto più profondi quanto più continuativa e ripetuta è stata l'esposizione. E questo influenza inevitabilmente la nostra vita e la nostra realtà, che noi lo vogliamo o meno. Ciò dà una direzione alla nostra emissione senza che ce ne accorgiamo. Non c'è niente di male in questo perché chi più chi meno ne siamo tutti partecipi. La domanda che dobbiamo farci è: ciò di cui mi nutro lo voglio davvero nel mio campo di esperienza? Ciò di cui tutti si stanno nutrendo (perché così fan tutti, perché è giusto, perché va di moda o semplicemente perché non sembra esserci nulla di meglio in giro) è ciò di cui io voglio nutrirmi? Vi invito a rifletterci su. Vi invito a guardare quegli strati della sfocatura che affermano 'si fa così' solo perché hanno mutuato un modello dalla narrativa, dalla fantascienza, dai fumetti o da qualche cantautore. Se guardate bene ne troverete un bel po'. Troverete strati di sfocatura nutriti da tradizioni, abitudini e tendenze millenarie che distruggono l'individualità delle persone e che nessuno ha il coraggio di cambiare perché dentro qualcosa dice che si è sempre fatto così. E il 'si è sempre fatto così' a mio parere, oggi, è il motivo di tanta mancanza di inventiva, di genio e di creatività. Il 'lo fanno loro, devo farlo anch'io' è penetrato a fondo nella coscienza, così a fondo che oggi non si osa più pensare di potersi nutrire di qualcosa di differente da ciò che ci viene proposto dai canali 'ufficiali' e quindi di poter agire, pensare e creare in maniere differenti da quelle proposte dalla 'cultura' - anche purtroppo quella della cosiddetta spiritualità. Allora a un certo livello di coscienza ci deve risultare chiaro che niente di quello cui ci esponiamo può più essere preso sotto gamba. A un certo livello di coscienza tutto ciò che incontreremo ci mostrerà il suo vero scopo, non lo scopo di facciata, non la patina, ma il suo vero motivo di esistere e il suo vero messaggio. E magari un giorno sceglieremo di smettere di prestare attenzione a qualcosa che fino a poco tempo prima ci appassionava, ci avvinceva e ci teneva incollati alla tv o alle pagine di un libro, perché ne vedremo il vero senso (e molto spesso questo senso non ci piacerà). Magari a un certo punto sceglieremo di nutrirci di qualcos'altro, qualcosa che avremo veramente scelto.