giovedì 12 settembre 2019

Quando dici "è così", fra coerenza e congruenza

Quando ho imparato come fare a mantenere per un po' un piccolo campo di presenza mi fu detto che di lì a poco avrei cominciato a sentire le vibrazioni 'esterne', i pensieri e le emozioni degli altri come perturbazioni del campo stesso. E così è stato. Mi fu spiegato anche che alcune le avrei percepite addirittura come un dolore fisico nel mio corpo (e così è stato), come se fosse roba mia e che imparare a discriminare dove erano gli altri e dove ero io era un lavoro primario per arrivare poi, in un secondo momento, ad allentare questo confine fra esterno ed interno. Nel frattempo ho scoperto che ci sono poche cose che mi provocano dolore fisico come quando qualcuno afferma, o quando io stesso affermo, "questo è così e non si può cambiare". Trovo che questo atteggiamento sia quello che maggiormente impedisca all'energia di fluire liberamente e la costringa in una forma ben definita, risultando comunque sempre in un appesantimento del campo, a prescindere da quanto la forma scelta sia 'buona'. Ai tempi della scuola di counseling mi era stato insegnato a operare una netta distinzione fra coerenza e congruenza, laddove la coerenza rappresentava una adesione incondizionata a una legge o precetto o una convinzione mentale presa da chissà dove, mentre la congruenza era una percezione dinamica che coinvolgeva il proprio sentire momento per momento. E anche quando questi principii e leggi e regole non erano più efficaci nel promuovere un buon livello di benessere, di equilibrio o adattamento alla realtà, venivano mantenuti comunque in nome di un principio di coerenza. Tuttavia ho scoperto che spesso il proprio sentire soggettivo può essere in netto contrasto con i principii con cui cerchiamo di essere coerenti, e che la coerenza a tutti i costi può diventare una estrema rigidità molto simile a una dittatura interiore ed esteriore. Il proprio sentire organismico, nel corpo, spesso dice qualcosa che si discosta dai precetti e i principii cui cerchiamo disperatamente di aderire e spesso questo sentire è molto più autentico, molto più in contatto con le leggi di natura di quanto lo siano le astrazioni che chiamiamo 'principii spirituali'. Quindi quando diciamo che qualcosa 'è così' perché mentalmente stiamo aderendo a una definizione o a un principio, spesso e volentieri non siamo congruenti al nostro sentire che ci sta dicendo qualcos'altro. Quando una persona è convinta di qualcosa a livello mentale, o cerca disperatamente di raccontarsi una storia, quello che mi succede (quando riesco a stare in campo yin di presenza attivo) è che percepisco nettamente un cortocircuito in questo campo, come un appesantimento, una rigidità, tanto più grande quanto più distante è la convinzione di quella persona dalla realtà del suo sentire. E' così che ho scoperto che le incongruenze rispetto al sentire sono molto più importanti delle incoerenze rispetto a principii e precetti. Quando si inizia a sentire davvero si fanno un sacco di scoperte interessanti sulla 'verità'. Per esempio che la nostra esperienza è sempre valida. Se sono arrabbiato sono arrabbiato, anche se quella rabbia ha radici nevrotiche, è comunque un dato reale. Se sono triste sono triste anche se quella tristezza non ha nulla a che fare con qualcosa che è accaduto ora. Il sentire risulta sempre reale per chi sente. Quindi l'esperienza soggettiva come diceva un tempo Michael Brown è sempre valida. La prima cosa che i percorsi spirituali tracciati da 'altri' ci sottraggono è proprio il valore della nostra esperienza soggettiva, la quale, quando non aderisce agli standard filosofici, emotivi ed estetici promossi dal maestro, deve essere subito svalutata e riportata in quegli standard attraverso l'interiorizzazione e la pratica di quei principii, l'imitazione di quei modelli, e in generale attraverso la negazione della propria individualità.  Quando le persone finiscono per aderire ciecamente a un percorso spirituale si riempiono di una gran quantità di 'è così', uno per ogni principio che hanno appreso dal proprio percorso di riferimento, e non ha alcuna importanza se il loro sentire non è congruente con quanto gli viene impartito, né se la realtà disconferma costantemente quel principio. Lo stesso avviene con tanti principi psicologici, filosofici, culturali e tanto materiale che passa per il piano mentale iper-sviluppato degli esseri umani contemporanei, ma che non viene minimamente percepito dal 'sentire' e che ahimè non supera mai il test della realtà. Quando dici 'è così' e lo dici da un piano mentale è facile che tu ti stia raccontando una storia, ed è facilissimo che questo 'è così' non stia lasciando a qualcos'altro lo spazio e la possibilità di farsi 'sentire' e vedere. Quando dici 'è così' per rimanere coerente con quello che ti è stato insegnato, con quello che credi, è facile che tu possa arrivare a scoprire che la realtà confermerà soltanto quanto puoi permetterti secondo la tua convinzione, ma non potrai mai scoprire nient'altro. La vita e l'energia sono in continuo movimento, e dire "è così" è l'inizio delle polarizzazioni, delle stagnazioni, e in generale l'inizio delle proiezioni sulla realtà. Ho potuto constatare invece che quando si rinuncia a cercare di confermare le nostre convinzioni (atteggiamento yang) e si cerca invece di rimanere il più possibile in uno stato di ascolto e presenza (atteggiamento yin) si scopre che la realtà molto spesso, non solo disconferma ciò che ci è stato insegnato, ma ci insegna costantemente ciò che è buono e funzionale per noi, portandoci i mezzi, i messaggi, gli insegnanti e le tecniche che sono adatte a noi momento per momento. Se rinunciamo allo strapotere del mentale e rimaniamo nel sentire quindi riceveremo sempre il nostro pane quotidiano, sebbene in una forma difficile da comprendere all'inizio perché, come esseri umani, sul sentire abbiamo ancora tantissimo da apprendere.


martedì 3 settembre 2019

24 ore su 24

La storia che ti racconti a proposito di qualsiasi cosa accada rappresenta una parziale descrizione del fenomeno di realtà. Larga parte del lavoro su di sé è riconducibile a questo: individuare la storia che ci raccontiamo sui 'fatti' e discriminare il dato di realtà dalla colorazione che vi apponiamo. La realtà è inequivocabile, è una serie di cose che accadono e che sono accadute. La storia che ci raccontiamo a proposito del reale, invece, è sempre una opinione personale. Crescere e diventare consapevoli significa essenzialmente riuscire a individuare quei punti ciechi nei quali ci addormentiamo e lasciamo che una storia (inconscia il 90% delle volte) si svolga senza nessuno che la metta in discussione. Svegliarsi significa essenzialmente imparare a sospendere le 'storie' e incontrare la realtà dei fatti, nuda e cruda. Nel fare questo scopriamo due cose: che la storia informa e dirige la realtà a prescindere dalla nostra volontà, e che la storia può essere reinterpretata e riscritta, cambiando il copione interno e di seguito quello esterno. Scopriamo altresì che certe storie non sono nostre, ma fanno parte di un patrimonio comune, genealogico, collettivo, di racconti più o meno identici, nei quali sono cambiati gli attori, ma il cui svolgimento ed epilogo sono rimasti sempre gli stessi nei secoli dei secoli. Troviamo i nostri cosiddetti destini nei destini dei nostri genitori, ad esempio, e tendiamo a rifare le stesse cose, a manifestare gli stessi sintomi, anche e soprattutto se siamo stati in conflitto con loro. Com'è possibile questo? Come se ne esce? Ho cercato per anni una ricetta definitiva, una magia che spezzasse questo incantesimo e mi sono illuso come tanti di averlo trovato diverse volte, in certe riprogrammazioni subconsce, simboli sacri, parole di potere e\o processi di 'pulizia' più o meno esoterici che sembravano funzionare lì per lì, a volte anche con risultati spettacolari per poi rivelare che la 'storia' prima o poi sommessamente ridecollava, non vista, fra le pieghe dei miei addormentamenti. Poi qualcuno a cui sarò sempre molto grato mi spiegò questo concetto: "L'inerzia del subconscio è qualcosa con cui ci si confronta per tutta la vita. E si può bilanciare solo con una consapevolezza del presente ben sveglia e continuamente affinata, fino al punto di accorgersi del momento in cui la storia inizia a narrarsi dentro di noi. Si deve poi avere l'energia-volontà sufficiente ad interromperla e questo può richiedere anni di lavoro prima che accada davvero. I risultati eccezionali ed immediati di certi metodi non sono che condizioni momentanee date dalla liberazione di una energia conflittuale bloccata, ma se ricomincia la vecchia narrazione, i vecchi imbrogli, l'energia tornerà a bloccarsi e prima o poi il problema o il sintomo ricompariranno. Andare contro i binari del subconscio richiede un grande accumulo di energia-prana che va coltivata con una disciplina e una pratica costante e questo a molti non piace, poiché vorrebbero credere ancora a una ipotesi miracolistica che li salvi una volta per tutte. Questo lavoro non è per chiunque, purtroppo, sicuramente non per quelli che non reggono lo sforzo o una fatica che vada oltre il meditare un paio d'ore a settimana. Costoro credono che appunto basti un esercizio ogni tanto, che la concentrazione dello sforzo sia un lavoro da un'ora, due ore ogni tanto, due giorni a settimana. Ma ci sarà sempre uno sforzo da fare perché la realtà non la cambi se non lavori 24 ore su 24 (anche mentre dormi, si è possibile!), e quello sforzo sarà sempre doloroso. In quell'attrito che si crea, nello sforzo protratto nel tempo per andare contro gli automatismi della propria personalità reattiva, c'è tuttavia un grande potere di guarigione, che aumenterà con l'aumentare dell'intensità della tua consapevolezza. Non esiste scorciatoia, se non per qualche effetto speciale momentaneo".

giovedì 22 agosto 2019

Un mago errante parla solo di quello che sa

"Mi impegno a non parlare degli argomenti che non conosco, ma solo di quelli che conosco e che ho sperimentato.
Mi impegno a ricordarmi che parlare di magia non è fare magia. Così come parlare di spiritualità non è fare spiritualità."
(dal Giuramento del Mago Errante)

Dopo più di ventidue anni passati nell'arena dei percorsi spirituali, energetici, mistici, iniziatici, esoterici ecc. ecc. un giorno mi sono svegliato a una sensazione che si faceva via via più forte dentro di me. Una sensazione che l'ebrezza del gruppo, del guru, dell'ultimo libro fico, sostenuti da parole altisonanti, concetti elevati e anche da qualche esperienza di picco (credevo fosse illuminazione ma, ahimè, è finita troppo presto) avevano represso e schiacciato. La sensazione che c'era qualcosa che non andava, che ci stavamo creando un piccolo recinto dentro al quale difenderci dalla vita. A fronte di tante meravigliose promesse (alcune verificate, altre no) mi sono dovuto accorgere sempre di più del meraviglioso e consolante scollamento dalla realtà che si genera adottando un paradigma 'spiritual' da applicare alla vita di tutti i giorni, entrando in un gruppo (anche virtuale), abbracciando una tradizione o un cammino di fede. In qualche modo la spiritualità diventa (per me sicuramente lo è stato) una via di fuga ai problemi del reale, alla monotonia della vita quotidiana, una ricetta passe-partout che risolve ogni dilemma e diventa prima o poi un dialogo interiore che va a sostituire quello della gente 'normale', alla quale finiamo per sentirci in qualche modo superiori. Comunque diversi. A un certo punto invece di raccontarmi storie, auto-esaltarmi citando i passi dei miei libri preferiti o evocare sensazioni di pace e amore a comando mi sono fatto una semplice e spietata domanda: quanti risultati ho davvero ottenuto rispetto a quelli che cercavo o dicevo di cercare? Quanto ho realmente dimostrato di tutti quei teoremi belli e pronti che mi sono bevuto in 20 anni di studi, letture e pratiche? Uno dei miei insegnanti mi disse un giorno che il livello di potere di un praticante spirituale è semplicemente ciò che è in grado di fare. Se puoi farlo è reale e si può chiamare potere. Se non puoi farlo è tutt'al più una teoria. E questo mi ha riportato col tempo a una brutale consapevolezza: che il vero potere invisibile e silenzioso non aumenta parlandone, citando libri, esaltando teorie e metodi che promettono questo o quello. Parlando di queste cose di continuo e facendone un dialogo interiore ed esteriore costante, si perde la capacità di interiorizzare ciò che viene appreso e c'è il rischio di scollarsi dalla realtà, dimenticandosi di applicare il tanto denigrato (dagli spiritualisti) modello scientifico. Teoria-metodo-sperimentazione-risultati. Parlare ad esempio di creazione della realtà e non poter poi dimostrarne la validità nel reale (cosa hai creato-attratto-materializzato alla fine? Cosa sei riuscito davvero a fare con la cosiddetta creazione della realtà?) è scollamento dalla realtà. Parlare di auto-guarigione e non essere guariti è scollamento dalla realtà. Parlare di pace perfetta ed essere dei guerrafondai in incognito è ancora uno scollamento dalla realtà. Ma la realtà è il solo e unico parametro per valutare l'efficacia di un insegnamento ricevuto e poi applicato. Così a un certo punto dato che anche io mi ero perso nei meandri dell'auto-suggestione ho dovuto sottoporre a verifica quasi ogni cosa che avevo creduto ciecamente, per vederne gli effetti nella realtà. Ho dovuto smettere di parlare di tante e tante cose, di perdere tempo ed energia in chiacchiere assurde che erano solo un tentativo di rassicurarmi e dimostrare a me stesso che esisteva qualcosa che però non avevo verificato nel reale. Parlare di ciò che non si è sperimentato e dare per scontato che sia un fatto reale provoca una potente perdita di energia, che andrebbe invece investita meglio in auto-osservazione, silenzio, presenza. Per un po' ho smesso di leggere, autosuggestionarmi e consolarmi con i principii spirituali ogni volta che le cose non andavano come volevo. E ho cominciato a osservare un fatto, banale, semplice e lineare. Che il vero insegnante è sempre la vita reale. Le piccole facezie dalle quali cercavo di liberarmi dicendo che siamo creatori o co-creatori. Gli incontri casuali, le file alla posta, i problemi familiari ed economici, le crisi relazionali, le depressioni, gli incidenti, le nascite e le morti dei propri cari, e tutta quella costellazione di eventi che chiamiamo vita reale sono il solo substrato su cui lo spirito può agire e lavorare. Sono la struttura attraverso la quale si dispiegano i risultati della nostra vita, della nostra forza interiore, delle nostre intenzioni e delle nostre emissioni energetiche e psichiche; la realtà è il solo campo d'azione nel quale possiamo scoprire leggi, assiomi e principii e vederne i risultati. Sui libri poi magari troviamo una conferma a quanto abbiamo sperimentato e vissuto. Quindi per riprendervi in mano la vita, emanciparvi dall'ipnosi del dialogo interiore (anche se molto spiritual), uscire dal carcere di una setta o di un gruppo e ricominciare a esistere pienamente, fatevi questa domanda: quanto di tutto ciò che dico di credere ho verificato (e come) nella realtà? Quando entrate in un gruppo, seguite un maestro, adottate un paradigma spirituale, chiedetevi: come sono diventati coloro che hanno seguito questo paradigma, gruppo, maestro, libro o insegnamento? Quanto sono in contatto con la realtà? Quanta distanza c'è fra i bei discorsi, le parole, e i fatti dimostrati?

Stay Real! Stay present!

giovedì 15 agosto 2019

Uno dei fatti più difficili da riconoscere operativamente nel proprio percorso evolutivo è l'esistenza e l'influenza dell'inconscio e della sua continua azione nella realtà. Laddove molti percorsi strutturati si propongono di vincere le difficoltà attraverso sforzi di volontà, attraverso l'analisi razionale, logica, e laddove ci si propone di cambiare situazioni, persone, luoghi di residenza, di lavoro, partner e colleghi quando le cose diventano ingestibili, agendo solo sulle situazioni esteriori ma non sulla situazione interiore, laddove si suggerisce la repressione di aspetti di sé indesiderati attraverso discipline ferree e di rinuncia, e laddove non si colga il senso profondo di ciò che ci accade, ci potrà essere sempre un risultato che è solo parziale, poiché è mancata una lettura dei processi inconsci che hanno creato quelle situazioni. Questo è maggiormente vero nei casi degli schemi che si ripetono, quelle situazioni di vita nelle quali cambiano le facce ma rimane intatta la pasta di cui sono fatti, la narrazione sottostante. L'inconscio lo puoi rilevare innanzitutto attraverso una profonda disciplina di auto-osservazione, attraverso la coltivazione della capacità della coscienza di rivolgersi all'interno e osservare sé stessa e i propri processi. E questa che molti chiamano presenza è la prima capacità e forse la più importante da coltivare e approfondire per conoscere il proprio inconscio e vederlo all'opera, quella fondamentale per poter modificare l'azione inerziale dell'inconscio stesso. Ma la sola presenza rivolta a se stessi non basta, come vorrebbero ottimisticamente pensare alcuni. L'inconscio va riconosciuto non solo nei nostri pensieri ed emozioni e il lavoro di trasformazione non finisce guardandosi l'ombelico dalla mattina alla sera ricordandosi di sé, magari negando il valore della realtà. Questo tutt'al più ci darà un certo distacco o calma, ma a che serve una presenza esercitata solo per guardare con diafano distacco il succedersi sempre uguale delle miserie di una vita bollata come pura illusione? Per vedere e riconoscere l'inconscio, la presenza deve essere estesa al mondo esterno, alla vita collettiva, alle relazioni e agli accadimenti che ci riguardano anche se solo marginalmente. Il mondo e la realtà pullulano di segnali che è essenziale saper leggere, poiché la vita è ricca, olografica e in continua costante comunicazione con noi (con buona pace di chi ancora vuole bollare tutto questo come illusorio, privo di significato e sbattervi nel vuoto del sé come unica meta degna di senso). L'inconscio si servirà di attori 'esterni' per farci vedere cose di noi che non vediamo, per recapitarci messaggi, si servirà di coincidenze significative per guidarci attraverso la soluzione di un problema, e ci mostrerà costantemente purtroppo anche quali sono le nostre ferite attraverso altre persone e incontri con persone che ce le verranno a risvegliare. Per essere in grado di vedere tutto questo e comprenderlo però, avete bisogno comunque di fare un passo indietro rispetto a ciò che vi accade, o come comunemente si dice dovete essere in grado di disidentificarvi o di togliere importanza alla situazione o evento contingente, quindi a ridurne il carico emotivo. Questa è ancora una proprietà della presenza e del sentire profondamente, quindi non è un lavoro mentale. Dopodiché avete bisogno di educarvi ad una 'seconda vista', una capacità intuitiva che può inizialmente essere sostituita dalla lettura di 'testi' sull'argomento (Jung sopra tutti) ma che a me risulta essere interamente proprietà della coscienza stessa. Essere coscienti a lungo e persistentemente alla fine rivelerà l'inconscio e i suoi schemi, sia che conosciate i principali archetipi del'inconscio o i vari modelli relazionali sia che non li conosciate. Essere attenti, ricettivi, svegli e non identificati attiva questo modo speciale di vedere la realtà nel quale ciò che accade non è subito passivamente ma visto sempre come parte di una storia che ci riguarda e che può essere riscritta. Se poi avete bisogno di qualche testo sull'argomento o di un terapeuta che vi indichi la strada e vi aiuti in una certa direzione, e se siete abbastanza umili da accettare l'aiuto, questo fenomeno si produrrà nella vostra realtà, e se siete abbastanza presenti da cogliere il suggerimento lo coglierete. In tutto ciò trovo essenziale che si sviluppi molto più la qualità del sentire che quella dell'argomentare con mente logica ciò che accade nella vita, trovo molto più efficace l'approccio yin dell'ascolto profondo e dello sviluppo di un campo di energia cosciente che non l'acquisizione di tonnellate di informazioni su cosa sia e come si muova il nostro inconscio. Le nozioni, le letture e gli studi, l'analisi dei processi sono un valido aiuto, un enzima che accelera enormemente i nostri processi che per natura sono lenti, ma in ultima analisi la qualità dell'inconscio si deve sentire profondamente a livello emotivo, percettivo, poiché quest'aspetto della coscienza è attualmente quello che la nostra società ha sviluppato meno rispetto a quello ormai ipertrofico della conoscenza intellettuale. Nel sentire profondo si possono avere quelle profonde intuizioni che col tempo insegneranno la forma e la narrazione dei processi subconsci, il loro significato e la loro meccanicità. Nel sentire profondamente la qualità di una esperienza inizierà quel processo di trasformazione che non appartiene alla volontà ma testimonia la diretta azione della coscienza sulla realtà.


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sabato 3 agosto 2019

Ma allora che cos'è la spiritualità?

Una cosa che mi ha colpito del post sul gruppo, arrivato ieri, è stata la frase "immagino che dire che cerco di 'stare meglio' non valga", come se la cosiddetta "spiritualità" mettesse chi cerca di migliorare la propria vita e generare benessere a tutti i livelli, a un rango molto basso. Come se la produzione di situazioni migliori per se stessi e per gli altri non dovesse essere un obiettivo di chi fa un lavoro su di sé, perché egoistico, poco spirituale, e perché questo metterebbe il ricercatore nella posizione del materialista alla quale la spiritualità spesso si contrappone proponendo, appunto, obiettivi più nobili quali 'risveglio', 'pace', 'stato del sé', 'illuminazione', 'satori', 'nirvana' e compagnia bella (tutta roba che essenzialmente abbiamo letto sui libri ma della quale pochi o nessuno hanno davvero mai fatto esperienza). Dopo anni di sbattimenti su questo tema e avendo cercato per un lungo periodo di sganciarmi dalla vita reale per fuggire in questi stati di pace assoluta, di luce e di beatitudine divina, fuso col tutto, dimenticandomi di avere un ego (ed essendoci pure riuscito per un po'), posso affermare in tutta sicurezza una cosa: non solo non è auspicabile rinunciare alla realtà e a cercare di migliorarla in favore della cosiddetta illuminazione, ma questo atteggiamento può rappresentare anche una pericolosa scissione psicologica che porta innumerevoli problemi (testato anche questo, fidatevi!). Questa fuga è quasi sempre frutto di un rifiuto della propria realtà, del presente. E dopo anni di analisi, riflessioni ed esperienze sono giunto a credere che l'atteggiamento 'il benessere è un obiettivo dell'ego, la felicità è un'illusione, bisogna cercare solo l'illuminazione' sia precisamente il lato ombra della ricerca spirituale, l'ennesima separazione fra bene e male, giusto o sbagliato, che è proprio una delle problematiche che dovremmo voler trascendere attraverso il 'lavoro'. Ed è precisamente l'espressione macroscopica di un senso di colpa inconscio, che ho indagato e approfondito attraverso il lavoro degli ultimi tre o quattro anni sulla psicologia del profondo, radicato in un indottrinamento culturale, religioso, sociale, e veicolato attraverso millenni di tradizioni spirituali ereditate dall'oriente nelle quali l'individuo in sé e per sé, i suoi bisogni, le sue peculiarità, vanno sacrificate, limate e omologate alle linee guida del buon discepolo di cui ogni tradizione dà una accurata e dettagliata descrizione. Quasi tutte le tradizioni hanno il loro modello di come dovrebbe o non dovrebbe essere un praticante di 'spiritualità' e tutto ciò che esce da questi binari è guardato con sospetto (a volte anche con odio) dagli spiritualisti. Laddove infatti una persona non riesca a trovare una relazione funzionale con la vita e il mondo ordinari nei quali primeggiano valori come l'estetica, i soldi, il sesso, il potere, le passioni e altre cose del genere, una delle reazioni possibili è quella di bollare tutto questo come 'sbagliato' e votarsi a un ideale di perfezione spirituale che rappresenterebbe la cura ai mali di questo mondo e in generale della propria vita. Ma, c'è un 'ma'. Se queste cose esistono hanno certamente un loro scopo come tutto ciò che esiste (altrimenti ahimè non esisterebbero). E negarne la sostanzialità, la validità, così come negare che se ne possa fare un uso costruttivo che promuova il benessere e l'equilibrio è secondo me un atteggiamento inutilmente repressivo, lo stesso che impieghiamo normalmente quando tentiamo di non vedere aspetti e lati spiacevoli di noi stessi, bollando anche qui tutto questo materiale interiore come 'sbagliato'. Quindi a un certo punto avviene nella testa del praticante spirituale, come avvenne a me tanti anni fa, magari mentre legge uno dei discorsi di Maharshi o Nisargadatta sorseggiando thè verde in mezzo alla natura (che è molto più spirituale del traffico della città o del posto d'ufficio) di scegliere di credere che il miglioramento di questa realtà con le sue promesse materiali non sia un obiettivo degno, che mettere a posto la propria vita relazionale sia stupido o infantile, che il mondo è illusorio e vada trasceso e così via in una sequela di aberrazioni che allontanano le persone da ciò che hanno di più prezioso per evolvere: la loro esistenza reale. A un certo punto insomma, a forza di ingurgitare materiale, arriviamo a credere che stare bene non sia un obiettivo degno di essere chiamato spirituale. Il che dà inizio alla saga, della quale sono tristemente a conoscenza, della negazione della vita reale, della fuga nel fantastico mondo dello spirito e delle imprese titaniche per negare che, da quegli aspetti della realtà da cui cerchiamo di fuggire, che vogliamo sostituire con la spiritualità, noi siamo in realtà profondamente attratti. Questa era senz'altro la mia posizione finché non iniziai a occuparmi di Sri Aurobindo e del suo yoga integrale (con annessi diari di Mère), e ricordo ancora con commozione quel giorno che lessi le sue parole:


"Una spiritualità che esiga l'abbandono del mondo non fa per me. Una salvezza solitaria che lasci il mondo al suo destino mi appare assai disgustosa. Verità e conoscenza sono un sogno vano se la conoscenza non dà il potere di cambiare il mondo".

Così negli anni sono andato via via definendo un modello di lavoro che cancellasse il termine spiritualità e lo sostituisse sempre di più con il termine realtà. Questo grazie anche a fortuiti recenti incontri con persone che della fusione dello spirito con la materia e dell'amore per la realtà hanno fatto uno stile di vita, che della produzione di benessere per sé e per gli altri non solo non si vergognano, ma vanno oltremodo fieri. Perché per me la spiritualità se proprio la si deve definire è questo: la ricerca di senso a ciò che accade, l'apprendimento di lezioni per crescere ed evolvere, azioni consapevoli che tendano al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Un metodo sperimentale e verificabile per guarire la vita. Non cerco più quelle illusorie fughe nel Sé che diventano l'unico scopo della vita di tanti ricercatori, allontanandoli (irrimediabilmente a volte) dalla vita con le sue contraddizioni e imperfezioni. Non cerco più di stare a contatto con i mondi 'sottili', 'astrali', 'fuori dal corpo' se non per lo stretto tempo necessario che mi serve a fare una domanda e ricevere una risposta. Non sacrifico più la mia realtà per sostituirla con lo spirito. Lo spirito e la materia non sono e non possono più essere separati per me, e per aumentare il proprio livello di presunta spiritualità si dovrebbe imparare a portare lo spirito nel mondo, dentro alle cose reali, poiché solo da lì secondo me le possiamo cambiare. E questo è uno degli scopi per cui siamo qui.








STAY REAL. STAY PRESENT!

domenica 28 luglio 2019

Ritirare il giudizio, il primo pensiero, l'intenzione

Ieri durante una bellissima lezione col maestro Ooi Kean Hin (che vi invito a seguire se siete seri nella vostra pratica di Zhineng Qigong) è stato chiarito definitivamente il perché sia così importante praticare il ritiro dei giudizi sulla realtà e la gestione del conseguente movimento emotivo a favore o a sfavore del momento presente. Può non essere così intuitiva la risposta perché contravviene a quasi tutto quello che la morale, l'etica e in generale il comportamento collettivo ci insegnano e veicolano come 'normale'. Normalmente si cerca ciò che giudichiamo positivo e si cerca di evitare ciò che giudichiamo negativo, senza mai chiedersi però da dove sorgano quei giudizi. Se si guarda bene in quello che io chiamo sfocatura, e che nel zhineng qigong viene chiamato struttura di riferimento, o se semplicemente si fa un onesto lavoro di presenza e auto-osservazione, prima o poi ci si deve rendere conto che i nostri giudizi sono processi meccanici ed ereditari, i nostri valori sono perlopiù quelli appresi dall'interazione con le persone e l'ambiente circostanti. Nell'incontrare e interagire con la realtà, siamo portati meccanicamente ad agire spinti da impulsi che sono motivati proprio da questi meccanismi ereditari. Tutti gli sconvolgimenti emotivi e le conseguenti perdite di energia (quindi anche i disastri che combiniamo di conseguenza) sono motivati da questi meccanismi, né più, né meno. Quindi il primo motivo per imparare a ritirare il giudizio sta proprio in questo: poter assumere il controllo del nostro stato interiore, apprendere a non lasciarsi influenzare da quello che accade. Il che è comune a quasi tutto quello che di valido ho studiato negli ultimi 20 anni. La pratica di Lester Levenson, i discorsi di William Samuel, il Transurfing, il metodo Yin, il lavoro con la presenza, l'intensità e l'energia, l'arte del sentire. Ma i paralleli non si fermano qui. Essendo cosciente che è di leggi naturali che parliamo è normale che questi punti in comune debbano trovarsi in tante discipline diverse, e mi sono sorpreso come anche qui il zhineng qigong arrivi a conclusioni del tutto analoghe a quelle delle altre filosofie e discipline alle quali mi sono affezionato. Mentre impariamo a ritirare i giudizi su qualunque cosa accada, mentre impariamo ad agire senza reagire, cambiando le definizioni e la storia che ci raccontiamo sulla realtà, quello che diventa chiaro è che il primo pensiero che abbiamo su qualsiasi evento ha il potere di influenzare quell'evento in maniera molto incisiva. Un pensiero potente, un'intenzione, è un movimento della coscienza che dirige l'energia in maniera definitiva a patto che non incontri contraddizioni, che non ci sia cioè nella sfocatura qualcosa che rema contro. Nel Transurfing viene espresso più o meno così: se l'anima (l'inconscio) e la ragione (conscio) sono d'accordo su un contenuto di coscienza, quel contenuto tende a diventare realtà, molto velocemente. Si chiama intenzione esterna. Ma per poter fare questo è necessario allenarsi duramente ed attraversare alcuni processi interni molto, molto ostici data la natura meccanica e abitudinaria degli stessi. Primo: imparare ad accettare la realtà così com'è (ritirare il giudizio negativo e positivo su ciò che accade). Secondo: non esprimere mai scontento o lamentela (il che è ancora una rinuncia al giudizio). Terzo: trovare un vantaggio nella situazione reale, trovare o sforzarsi di trovare qualcosa di positivo (il che significa emettere una informazione positiva a prescindere da quello che la realtà sembra fare, sempre). Quarto: esprimere una intenzione e mantenerla  nel proprio campo per tutto il tempo anche se non sembra accadere nulla. Tutto questo processo fa capo sempre e comunque alla capacità di pensare e vibrare in modo differente da quello che abbiamo sempre fatto, di smetterla di classificare tutto come positivo o negativo, e soprattutto tutto questo processo ci permette di avere un certo controllo del cosiddetto destino, perché c'è immutabilità, apparente caso, ciclicità e incontrollabilità solo ed esclusivamente là dove c'è inconsapevolezza. Quindi nel ritiro del giudizio non c'è inerzia, non c'è sonno o stupidità, non c'è altro se non un approccio pratico al superare la passività del nostro inconscio che tende a riproporre sempre le stesse storie. Curiosa è stata poi la domanda di un partecipante, una domanda che arriva sempre prima o poi: "ma allora come facciamo se vediamo qualcosa di 'sbagliato' nel mondo? Non dovremmo agire per correggerlo?" E' chiaro che se vedi un criminale che picchia un bambino farai qualcosa per fermarlo, se hai una malattia cercherai di guarirla, se hai un problema di soldi cercherai di risolverlo. La sfida è agire senza giudicare il fenomeno, da un punto di vista differente. Pur senza giudizio agisci, perché sarebbe stupido non farlo (ops questo è un giudizio, ahimè). Non diventiamo 'pezzi di mobilio' diceva simpaticamente Ooi Kean Hin per rispondere a questa persona. Non si tratta di non agire ragazzi, e chiunque vi dica questo vi sta dicendo una fandonia. Un conto è agire trascinati, identificati, sofferenti e perdendo energia. Un conto è essere nell'emotività, nell'impulso, nel giudizio (cosa che alla lunga consumerà la vostra energia vitale). Un conto è agire da uno stato di quiete e centratura, stato nel quale le azioni e i pensieri diventano infinitamente più potenti. E' questo che cerchiamo. Non l'inerzia, o la dissoluzione in una finta beatitudine che non serve a nulla se non ad allontanarci sempre di più dalla vita. Al di sotto dei giudizi e dei primi pensieri che abbiamo su qualunque cosa, giace poi lo stato del cosiddetto Sé. Che non è nemmeno uno stato, non è una sensazione, ma un preciso livello dell'essere che a mio parere è virtualmente impossibile raggiungere per noi comuni  mortali se non mettiamo in discussione tutte le opinioni (e quindi i giudizi) che abbiamo sulla vita e sulla realtà. Questo stato è sperimentabile, molto direttamente e anche oserei dire, molto semplicemente, una volta che sia innescata l'abitudine a non giudicare.

Piccolo inciso: senza una pratica (soprattutto energetica e di presenza) il lavoro di ritiro del giudizio rischia di rimanere e perlopiù rimane sul mentale, mentre lavorando con l'energia è molto semplice avvicinarsi e modificare la 'sostanza' di cui le nostre convinzioni e giudizi sono costituiti. Potreste non avere infatti energia sufficiente a sganciarvi dalle vostre abitudini mentali e dai processi interni, questo è il vero valore e il senso di una disciplina energetica.


Come diciamo nel zhineng qigong: non c'è un corpo indipendente, non c'è un Qi indipendente e non c'è una mente indipendente. Esistono e si influenzano tutti e tre nello stesso istante.



Stay present, always. 
Hunyuan Ling Tong

giovedì 18 luglio 2019

E vissero tutti felici e contenti (?)

C'era una volta l'ideale di felicità, quello che prima o dopo ci è penetrato dentro attraverso le favole e i modelli proposti da tanto entertainment e così via. C'era una volta questa idea, a volte davvero virulenta, che prima o poi la nostra vita sarebbe andata a posto, che le cose si sarebbero messe in un certo modo. C'erano le tappe decise a  sedici, diciotto, vent'anni, per i fortunati che credevano di avere le idee chiare a quell'epoca (io non ero fra questi). Poi c'è stato chi c'è riuscito e chi no, e quelli che no si sono messi a fare un percorso di ricerca interiore per capire cosa era andato storto. E allora arrivò il sogno del paradiso perfetto, del tu sarai il re del tuo mondo quando avrai finito il lavoro interiore, quella certezza illusoria del controllo su tutta la realtà e del totale asservimento delle leggi cosmiche alla nostra coscienza, il 'tu crei la tua realtà' che era un ceppo modificato dello stesso letale virus che ci colpì in tenera età guardando i film americani dove lui e lei alla fine trovano il grande amore. Ed è sempre la stessa illusione, la più radicale e difficile da rimuovere anche e soprattutto durante un processo di risveglio. L'ideale di felicità. Quello che, quando le cose si mettono male, o comunque non come vorresti, ti fa sognare di essere altrove, allontanandoti dal presente e mettendo in fuga ogni tentativo di centratura. Quello che ti fa rifiutare ogni emozione negativa perché non dovrebbe esserci. Quello che quando non sei in una situazione perfetta ti spinge a praticare non per il gusto di praticare, ma per arrivare da qualche altra parte, per cambiare ciò che c'è perché ti sembra sbagliato. Ed ecco che a un certo punto della mia pratica personale mi si è chiarito un dilemma: che ogni volta che stai nel presente con un fine, ogni volta che pratichi la consapevolezza con il sottile desiderio che questo realizzi qualche tua segreta e infantile idealizzazione, questo atteggiamento non solo ti allontanerà dal presente stesso, dalla vita che pulsa di cose di cui essere grato proprio ora, ma ti impedirà proprio quella resa interiore che se portata alle sue estreme conseguenze ti potrà regalare la sensazione di esistere a prescindere, che è il vero e unico segreto della cosiddetta felicità. So benissimo quello che pensate, perché l'ho pensato anche io. Che quando le cose si mettono male, specie dopo un lavoro su di sé o dopo aver abbracciato una vita non ordinaria ai comandi dello spirito e non dell'ego, la vostra frase ricorrente è "tutti lì fuori stanno meglio di me". Il che non è solo una bugia (basta parlare con le persone per accorgersi che chiunque ha una sindrome dell'altrove in un campo o nell'altro e che quasi nessuno è davvero soddisfatto di dove sta), è anche un pericolosissimo tentativo di auto-sabotaggio rispetto alla presenza. Quindi adesso, e dopo esserci passato per lunghissimi mesi, lasciate che vi dica una cosa di cui forse non siete ancora ben consapevoli.


Il vostro momento presente così com'è ha tutto il senso dell'universo, perché è perfetto per voi a prescindere che lo vediate oppure no. Nel vostro momento presente, a prescindere da come appare, confluiscono tutti i vostri pensieri, le emozioni, tutta la vostra situazione interiore che può essere così analizzata per proiezione. Guardando quello che è la vostra vita in questo momento potete guardare ciò che vi viene proiettato dai vostri stati interiori. Ed è su quelli che dovete mettere mano, non sull'esterno. E badate bene che non vi sto dicendo che non ci sia nulla da cambiare, migliorare o da mettere a posto, o che tutto è perfetto così com'è, perché chi vi dice questo sta promuovendo la passività, una pulsione di stasi e morte che nulla ha a che fare col vero anelito della vita, che è sempre dinamica, sempre in mutamento. Quello che vi sto dicendo è che se provocate uno strappo alla vostra linea di vita, scappando da una situazione disagevole e dolorosa per mettervi in un'altra, senza aver fatto tutto il lavoro di trasformazione che un vero cambiamento richiederebbe, se inseguite un ideale di felicità, perfezione, leggerezza yang che sembra essere l'unico scopo per cui iniziate a lavorare su voi stessi, farete un grosso, gigantesco, tremendo errore. E quello strappo lo pagherete caro. L'energia non processata, le vostre ferite, i vostri dolori, la vostra mancanza di maturità e di consapevolezza vi verranno a trovare poco dopo e a volume più alto, con conseguenze disastrose. Se invece vi immergerete nella vita dicendo di sì a ciò che arriva, qualsiasi cosa sia, il flusso si aprirà a nuove e spesso inattese possibilità di crescita e cambiamento.



Quindi i prossimi passi se volete veramente crescere, uscire dall'illusione e iniziare a sperimentare un autentico potere sulla vostra vita dovrebbero essere più o meno questi:



- Rinunciate al vostro ideale di felicità, buttatelo dalla finestra e non pensateci più.

- Imparate ad accettare il vostro presente in maniera integrale, con tutto ciò che esso contiene, bello o brutto che sia.
- Emettete l'intenzione di cambiare linea di vita, passando per la trasformazione degli stati interiori che hanno generato questo momento, ma non lo evitate. Non fate strappi. Gli strappi si pagano (posso garantirvelo) con aumento del volume della lezione in corso.
- Imparate a non legare la vostra felicità a cose, persone e situazioni esterne, a non rattristarvi se gli altri stanno meglio di voi (è finzione il più delle volte), e soprattutto imparate a generare autonomamente una vibrazione se non felice almeno serena (chi si ricorda di quell'esercizio del metodo Yin?)
- Siate sempre grati per quello che avete in questo momento anche se non è perfetto.

Stay present!