giovedì 22 agosto 2019

Un mago errante parla solo di quello che sa

"Mi impegno a non parlare degli argomenti che non conosco, ma solo di quelli che conosco e che ho sperimentato.
Mi impegno a ricordarmi che parlare di magia non è fare magia. Così come parlare di spiritualità non è fare spiritualità."
(dal Giuramento del Mago Errante)

Dopo più di ventidue anni passati nell'arena dei percorsi spirituali, energetici, mistici, iniziatici, esoterici ecc. ecc. un giorno mi sono svegliato a una sensazione che si faceva via via più forte dentro di me. Una sensazione che l'ebrezza del gruppo, del guru, dell'ultimo libro fico, sostenuti da parole altisonanti, concetti elevati e anche da qualche esperienza di picco (credevo fosse illuminazione ma, ahimè, è finita troppo presto) avevano represso e schiacciato. La sensazione che c'era qualcosa che non andava, che ci stavamo creando un piccolo recinto dentro al quale difenderci dalla vita. A fronte di tante meravigliose promesse (alcune verificate, altre no) mi sono dovuto accorgere sempre di più del meraviglioso e consolante scollamento dalla realtà che si genera adottando un paradigma 'spiritual' da applicare alla vita di tutti i giorni, entrando in un gruppo (anche virtuale), abbracciando una tradizione o un cammino di fede. In qualche modo la spiritualità diventa (per me sicuramente lo è stato) una via di fuga ai problemi del reale, alla monotonia della vita quotidiana, una ricetta passe-partout che risolve ogni dilemma e diventa prima o poi un dialogo interiore che va a sostituire quello della gente 'normale', alla quale finiamo per sentirci in qualche modo superiori. Comunque diversi. A un certo punto invece di raccontarmi storie, auto-esaltarmi citando i passi dei miei libri preferiti o evocare sensazioni di pace e amore a comando mi sono fatto una semplice e spietata domanda: quanti risultati ho davvero ottenuto rispetto a quelli che cercavo o dicevo di cercare? Quanto ho realmente dimostrato di tutti quei teoremi belli e pronti che mi sono bevuto in 20 anni di studi, letture e pratiche? Uno dei miei insegnanti mi disse un giorno che il livello di potere di un praticante spirituale è semplicemente ciò che è in grado di fare. Se puoi farlo è reale e si può chiamare potere. Se non puoi farlo è tutt'al più una teoria. E questo mi ha riportato col tempo a una brutale consapevolezza: che il vero potere invisibile e silenzioso non aumenta parlandone, citando libri, esaltando teorie e metodi che promettono questo o quello. Parlando di queste cose di continuo e facendone un dialogo interiore ed esteriore costante, si perde la capacità di interiorizzare ciò che viene appreso e c'è il rischio di scollarsi dalla realtà, dimenticandosi di applicare il tanto denigrato (dagli spiritualisti) modello scientifico. Teoria-metodo-sperimentazione-risultati. Parlare ad esempio di creazione della realtà e non poter poi dimostrarne la validità nel reale (cosa hai creato-attratto-materializzato alla fine? Cosa sei riuscito davvero a fare con la cosiddetta creazione della realtà?) è scollamento dalla realtà. Parlare di auto-guarigione e non essere guariti è scollamento dalla realtà. Parlare di pace perfetta ed essere dei guerrafondai in incognito è ancora uno scollamento dalla realtà. Ma la realtà è il solo e unico parametro per valutare l'efficacia di un insegnamento ricevuto e poi applicato. Così a un certo punto dato che anche io mi ero perso nei meandri dell'auto-suggestione ho dovuto sottoporre a verifica quasi ogni cosa che avevo creduto ciecamente, per vederne gli effetti nella realtà. Ho dovuto smettere di parlare di tante e tante cose, di perdere tempo ed energia in chiacchiere assurde che erano solo un tentativo di rassicurarmi e dimostrare a me stesso che esisteva qualcosa che però non avevo verificato nel reale. Parlare di ciò che non si è sperimentato e dare per scontato che sia un fatto reale provoca una potente perdita di energia, che andrebbe invece investita meglio in auto-osservazione, silenzio, presenza. Per un po' ho smesso di leggere, autosuggestionarmi e consolarmi con i principii spirituali ogni volta che le cose non andavano come volevo. E ho cominciato a osservare un fatto, banale, semplice e lineare. Che il vero insegnante è sempre la vita reale. Le piccole facezie dalle quali cercavo di liberarmi dicendo che siamo creatori o co-creatori. Gli incontri casuali, le file alla posta, i problemi familiari ed economici, le crisi relazionali, le depressioni, gli incidenti, le nascite e le morti dei propri cari, e tutta quella costellazione di eventi che chiamiamo vita reale sono il solo substrato su cui lo spirito può agire e lavorare. Sono la struttura attraverso la quale si dispiegano i risultati della nostra vita, della nostra forza interiore, delle nostre intenzioni e delle nostre emissioni energetiche e psichiche; la realtà è il solo campo d'azione nel quale possiamo scoprire leggi, assiomi e principii e vederne i risultati. Sui libri poi magari troviamo una conferma a quanto abbiamo sperimentato e vissuto. Quindi per riprendervi in mano la vita, emanciparvi dall'ipnosi del dialogo interiore (anche se molto spiritual), uscire dal carcere di una setta o di un gruppo e ricominciare a esistere pienamente, fatevi questa domanda: quanto di tutto ciò che dico di credere ho verificato (e come) nella realtà? Quando entrate in un gruppo, seguite un maestro, adottate un paradigma spirituale, chiedetevi: come sono diventati coloro che hanno seguito questo paradigma, gruppo, maestro, libro o insegnamento? Quanto sono in contatto con la realtà? Quanta distanza c'è fra i bei discorsi, le parole, e i fatti dimostrati?

Stay Real! Stay present!

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