sabato 3 agosto 2019

Ma allora che cos'è la spiritualità?

Una cosa che mi ha colpito del post sul gruppo, arrivato ieri, è stata la frase "immagino che dire che cerco di 'stare meglio' non valga", come se la cosiddetta "spiritualità" mettesse chi cerca di migliorare la propria vita e generare benessere a tutti i livelli, a un rango molto basso. Come se la produzione di situazioni migliori per se stessi e per gli altri non dovesse essere un obiettivo di chi fa un lavoro su di sé, perché egoistico, poco spirituale, e perché questo metterebbe il ricercatore nella posizione del materialista alla quale la spiritualità spesso si contrappone proponendo, appunto, obiettivi più nobili quali 'risveglio', 'pace', 'stato del sé', 'illuminazione', 'satori', 'nirvana' e compagnia bella (tutta roba che essenzialmente abbiamo letto sui libri ma della quale pochi o nessuno hanno davvero mai fatto esperienza). Dopo anni di sbattimenti su questo tema e avendo cercato per un lungo periodo di sganciarmi dalla vita reale per fuggire in questi stati di pace assoluta, di luce e di beatitudine divina, fuso col tutto, dimenticandomi di avere un ego (ed essendoci pure riuscito per un po'), posso affermare in tutta sicurezza una cosa: non solo non è auspicabile rinunciare alla realtà e a cercare di migliorarla in favore della cosiddetta illuminazione, ma questo atteggiamento può rappresentare anche una pericolosa scissione psicologica che porta innumerevoli problemi (testato anche questo, fidatevi!). Questa fuga è quasi sempre frutto di un rifiuto della propria realtà, del presente. E dopo anni di analisi, riflessioni ed esperienze sono giunto a credere che l'atteggiamento 'il benessere è un obiettivo dell'ego, la felicità è un'illusione, bisogna cercare solo l'illuminazione' sia precisamente il lato ombra della ricerca spirituale, l'ennesima separazione fra bene e male, giusto o sbagliato, che è proprio una delle problematiche che dovremmo voler trascendere attraverso il 'lavoro'. Ed è precisamente l'espressione macroscopica di un senso di colpa inconscio, che ho indagato e approfondito attraverso il lavoro degli ultimi tre o quattro anni sulla psicologia del profondo, radicato in un indottrinamento culturale, religioso, sociale, e veicolato attraverso millenni di tradizioni spirituali ereditate dall'oriente nelle quali l'individuo in sé e per sé, i suoi bisogni, le sue peculiarità, vanno sacrificate, limate e omologate alle linee guida del buon discepolo di cui ogni tradizione dà una accurata e dettagliata descrizione. Quasi tutte le tradizioni hanno il loro modello di come dovrebbe o non dovrebbe essere un praticante di 'spiritualità' e tutto ciò che esce da questi binari è guardato con sospetto (a volte anche con odio) dagli spiritualisti. Laddove infatti una persona non riesca a trovare una relazione funzionale con la vita e il mondo ordinari nei quali primeggiano valori come l'estetica, i soldi, il sesso, il potere, le passioni e altre cose del genere, una delle reazioni possibili è quella di bollare tutto questo come 'sbagliato' e votarsi a un ideale di perfezione spirituale che rappresenterebbe la cura ai mali di questo mondo e in generale della propria vita. Ma, c'è un 'ma'. Se queste cose esistono hanno certamente un loro scopo come tutto ciò che esiste (altrimenti ahimè non esisterebbero). E negarne la sostanzialità, la validità, così come negare che se ne possa fare un uso costruttivo che promuova il benessere e l'equilibrio è secondo me un atteggiamento inutilmente repressivo, lo stesso che impieghiamo normalmente quando tentiamo di non vedere aspetti e lati spiacevoli di noi stessi, bollando anche qui tutto questo materiale interiore come 'sbagliato'. Quindi a un certo punto avviene nella testa del praticante spirituale, come avvenne a me tanti anni fa, magari mentre legge uno dei discorsi di Maharshi o Nisargadatta sorseggiando thè verde in mezzo alla natura (che è molto più spirituale del traffico della città o del posto d'ufficio) di scegliere di credere che il miglioramento di questa realtà con le sue promesse materiali non sia un obiettivo degno, che mettere a posto la propria vita relazionale sia stupido o infantile, che il mondo è illusorio e vada trasceso e così via in una sequela di aberrazioni che allontanano le persone da ciò che hanno di più prezioso per evolvere: la loro esistenza reale. A un certo punto insomma, a forza di ingurgitare materiale, arriviamo a credere che stare bene non sia un obiettivo degno di essere chiamato spirituale. Il che dà inizio alla saga, della quale sono tristemente a conoscenza, della negazione della vita reale, della fuga nel fantastico mondo dello spirito e delle imprese titaniche per negare che, da quegli aspetti della realtà da cui cerchiamo di fuggire, che vogliamo sostituire con la spiritualità, noi siamo in realtà profondamente attratti. Questa era senz'altro la mia posizione finché non iniziai a occuparmi di Sri Aurobindo e del suo yoga integrale (con annessi diari di Mère), e ricordo ancora con commozione quel giorno che lessi le sue parole:


"Una spiritualità che esiga l'abbandono del mondo non fa per me. Una salvezza solitaria che lasci il mondo al suo destino mi appare assai disgustosa. Verità e conoscenza sono un sogno vano se la conoscenza non dà il potere di cambiare il mondo".

Così negli anni sono andato via via definendo un modello di lavoro che cancellasse il termine spiritualità e lo sostituisse sempre di più con il termine realtà. Questo grazie anche a fortuiti recenti incontri con persone che della fusione dello spirito con la materia e dell'amore per la realtà hanno fatto uno stile di vita, che della produzione di benessere per sé e per gli altri non solo non si vergognano, ma vanno oltremodo fieri. Perché per me la spiritualità se proprio la si deve definire è questo: la ricerca di senso a ciò che accade, l'apprendimento di lezioni per crescere ed evolvere, azioni consapevoli che tendano al miglioramento delle proprie condizioni di vita. Un metodo sperimentale e verificabile per guarire la vita. Non cerco più quelle illusorie fughe nel Sé che diventano l'unico scopo della vita di tanti ricercatori, allontanandoli (irrimediabilmente a volte) dalla vita con le sue contraddizioni e imperfezioni. Non cerco più di stare a contatto con i mondi 'sottili', 'astrali', 'fuori dal corpo' se non per lo stretto tempo necessario che mi serve a fare una domanda e ricevere una risposta. Non sacrifico più la mia realtà per sostituirla con lo spirito. Lo spirito e la materia non sono e non possono più essere separati per me, e per aumentare il proprio livello di presunta spiritualità si dovrebbe imparare a portare lo spirito nel mondo, dentro alle cose reali, poiché solo da lì secondo me le possiamo cambiare. E questo è uno degli scopi per cui siamo qui.








STAY REAL. STAY PRESENT!

1 commento:

  1. Proprio così Andrea bellissimo articolo anch'io compresi che mi rifugiano nella spiritualità perché essenzialmente rifiutavo la vita, era come nascondermi in camera mia, stando li a lavorare su di me ho visto che dietro c'era la convinzione che non ero capace a vivere, che non ero buona a nulla, perché era questo che mi avevano fatto credere. La Vita che siamo contiene tutto e rifiutandola comunque si va a sbattere contro i muri dell'esistenza.

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