lunedì 18 febbraio 2019

A monte dei disastri che la sfocatura crea nella vita delle persone sto individuando sempre più chiaramente alcuni temi comuni alle centinaia di persone che mi capita di incontrare per lavoro. Di sicuro quelli che mi hanno colpito di più ultimamente sono stati i temi del narcisismo, della vanità personale, del valutare gli altri in base a un'ideale mentale (e non a un sentire) e dell'incapacità di empatizzare col dolore altrui. Ma senza colpevolizzare i narcisisti patologici con tutta la loro gamma di distorsioni, quello che mi ha colpito è come le storie di chi ha avuto a che fare con un narcisista siano sempre copioni esatti che si replicano in ciascuna relazione, come tornino sempre gli stessi temi, gli stessi tempi, le stesse dinamiche. E' proprio come se le storie della sfocatura fossero indipendenti dal personaggio che le interpreta, o come dice Zeland il copione procede di per sè. La chiave di ogni guarigione, come quella dello sganciamento dal narcisista è quella suggerita da Michael Brown (staccare il messaggio dal messaggero, e non prendersela coi messaggeri, congedare il messaggero una volta colto il messaggio). Un'altra storia interessante che accomuna molti personaggi di mia conoscenza è quella del bambino che non cresce mai, e il fatto che una parte di noi continua a sbattere i piedi per terra perchè vuole qualcosa che la vita non gli dà. Il bambino capriccioso che spesso cade in deliri di grandiosità inventandosi un personaggio e pretendendo che tutti gli credano riconoscendogli la sua grandezza, senza voler fare tutto il lavoro (sulla sua ombra personale) che gli permetterebbe di raggiungerla poi quella grandezza, quel bambino che pretende che tutti lo ascoltino, lo curino, lo coccolino. A monte di tantissimi disastri delle persone c'è un inconscio programmato in questo e in altri interessantissimi modi, che in ogni caso hanno sempre a che fare con la sensazione di grande importanza personale che ci diamo, o con la sensazione di essere un 'me' separato da tutto il resto e non come realmente è, un processo della coscienza che a tutto il resto è connesso, che ha impatto ed è impattato da tutto il resto dell'esistenza. E' molto dura ammettere a se stessi che la storia irreale che costituisce il senso di essere un io separato è informata di dinamiche, di archetipi, di modelli e schemi che tutto sono fuorchè autentici. Non c'è quasi niente di autentico in quello che abbiamo vissuto fin'ora. E questi modelli vanno visti, vanno conosciuti e vanno integrati. Nel migliore dei casi questi modelli vanno ringraziati poichè ci mostrano quanta meccanicità abita dentro di noi, quanta inerzia ancora motiva le nostre scelte, i nostri pensieri e le nostre emozioni. Poco importa se a farcelo vedere sarà la vita, o un terapeuta. Importa invece che siamo abbastanza aperti e abbastanza umili da riconoscere che quello che arriva da fuori compresi gli attacchi, la violenza, le critiche (anche quelle costruttive che non lo sono mai) ci riguarda sempre per quanto possa spesso e volentieri sembrarci di essere vittime di un mondo cattivo. Tutto quello che ci riguarda prende vita dalla proiezione di una delle nostre parti psichiche che non possiamo vedere in nessun altro modo, e questo più che essere tradotto in un delirio di onnipotenza nel quale tutto dipende da me (come vorrebbe il bambino-narciso-delirante o la terribile 'legge di attrazione'), dovrebbe darci una semplice quanto palese consapevolezza:

Tutto ciò che mi accade mi riguarda perchè l'interno e l'esterno sono interdipendenti.



mercoledì 13 febbraio 2019

Quando la presenza non basta

La cosiddetta presenza di cui si parla moltissimo di questi tempi, l'atto di pura consapevolezza, la facoltà di osservare pensieri, di testimoniare le esperienze da un punto di vista neutrale, di distanziarsi dalle emozioni senza identificarcisi sono i paradigmi principali su cui si basa il cosiddetto lavoro su di sé. In molte scuole e in moltissimi gruppi si inneggia a questa capacità della coscienza come quella definitiva, risolutiva, ed essenzialmente come l'unica davvero necessaria e sufficiente a portare a compimento un lavoro su di sé. E anche se questo mi trova essenzialmente d'accordo, ho potuto constatare che molte più volte di quanto io non abbia voluto, questo non è stato sufficiente né per me né per tutti coloro con cui lavoravo. Di sicuro non è sufficiente fino a che la 'quantità' (perché è di una quantità cumulativa che si tratta) di presenza non è abbastanza da permetterci di funzionare senza sforzo in ogni situazione a partire dalla presenza stessa. Altri tre ingredienti sono secondo me però necessari a realizzare una vera e propria alchimia interna, una trasformazione significativa e definitiva. Un lavoro col corpo, che faccia scendere la presenza in ogni singola cellula dell'apparato fisico oltre che irrorare i processi emotivi e di pensiero. Un lavoro con l'energia, poiché senza una comprensione e una gestione dell'energia tutto il lavoro risulterà molto più lento e difficoltoso. Ma soprattutto una comprensione dei meccanismi alla base dei nostri problemi, di come funziona la sfocatura, di quali e quante sono le proiezioni che facciamo sul reale, e serve un vedere (perché di questo si tratta, di vederlo direttamente e senza dubbi) che la realtà risponde ai nostri movimenti interni in maniera diretta. Quest'ultimo per quanto possa dar fastidio ai non dualisti e ai cultori della teoria secondo la quale 'il pensiero è un disturbo da cui liberarsi', è stato un passaggio fondamentale per quanto mi riguarda. "Ci sono volte in cui non vuoi essere pace anche se sai che potresti" scrivevo sull'arte del sentire. Ed è proprio così. Sai che potresti spazzare via le tue storie mentali disidentificandoti, ma non lo fai. Sai che potresti rilasciare, ma non lo fai. E il fatto è che c'è qualcosa in te che non te lo lascerà fare, non ti farà essere presente e ti scollegherà di continuo dal lavoro nonostante tutti i tuoi sforzi, finché non capirà, cioè finché TU NON GLI SPIEGHERAI il perché è necessario fare quel tipo di lavoro. E questa spiegazione gli potrà arrivare solo con una comprensione delle dinamiche e dei processi nei quali si è trovato, in una digestione di tutti i perché a cui non sono state date risposte. Perché dentro abbiamo un bambino capriccioso fatto di passato non compreso che vuole tutto e subito e lo vuole come dice lui. Un bambino che vuole avere ragione. Con questo 'bambino' pieno di ferite ma anche pieno di deliri di onnipotenza e sogni illusori di grandiosità, usare tattiche consolatorie o metodi repressivi servirà davvero a poco. Imporgli una disciplina che non venga dall'amore per quello che si fa sarà utile solo per un breve tempo. A questo bambino dire che deve amare tutti, che deve essere presente, che deve fare Qigong, che deve perdonare i propri genitori e che è tutto illusione non servirà a nulla. A questo bambino va spiegato anche che l'illuminazione non sarà la fine della sofferenza o il paradiso in terra, che una volta raggiunto farà andare tutto bene e realizzerà tutti i suoi desideri. A questo bambino vanno date delle metafore, dei simboli, delle storie e delle interpretazioni. Va data una comprensione logica che purtroppo passa anche per il corpo mentale così umiliato e bistrattato dalla spiritualità diafana che ignora il valore di una vita vissuta nel mondo reale. A questo bambino va spiegato che il mondo non è il suo giocattolo e che la realtà non si piegherà mai a dei capricci ma solo a un intento forte e risoluto che sorge dall'aver compreso a fondo le meccaniche del reale stesso. Solo allora questo qualcuno dentro di noi accetterà di buon grado di fare un lavoro che abbia a che fare con la noiosissima presenza, e solo quando il presente sarà visto come un interessante e continuo esercizio si sarà disposti a stare con ciò che c'è per quanto doloroso e poco interessante possa sembrare. E solo allora si vedranno davvero i propri meccanismi interiori con la risoluzione e la precisione necessarie a effettuare un vero cambiamento duraturo e definitivo.