domenica 11 novembre 2018

Non tutta la saggezza si trova in una sola scuola

C'era una volta uno con dei problemi esistenziali, uno con una ricerca di significato e di senso. E ad un certo punto trovò la 'spiritualità'. E trovò un maestro. Questo maestro prima lo convinse che questa non era realtà reale, che i suoi problemi erano di un tizio chiamato ego, e poi che questo ego non era reale, era un illusione come tutto il resto. Sebbene lui non fosse tanto convinto che questa fosse la risposta definitiva iniziò a dar retta a quello e ad altri maestri del passato perché ne aveva bisogno, e questi lo convincevano ogni giorno di più che niente era reale e che solo il Sè con la esse maiuscola era degno di essere considerato eterno, immutabile e dunque reale. E si mise a fare pratiche/non pratiche che lo portarono a riempirsi la bocca di parole come Self-inquiry, percorso diretto, illusione, maya, illuminazione, vuoto e a leggersi dieci volte i discorsi di Ramana Maharshi. Lo portarono anche a darsi delle arie: perché a tutti quelli che facevano qualcosa di diverso, a tutti coloro che ancora annaspavano nei problemucci della vita, i soldi, l'amore, il sesso, la sopravvivenza, dedicava sguardi sprezzanti di compatimento come per dirgli: ma di che ti preoccupi? Tutto questo non è reale, non esiste niente, è una pura illusione. Come sempre accade in questi casi però la vita cominciò a sfuggirgli di mano. Sebbene avesse esperienze meravigliose ed espansioni di coscienza che erano la prova che solo il Sè fosse reale, la sua vita 3d fatta di corpo, sensazioni ed emozioni, languiva sempre di più. Gli venne la depressione. Ma tanto non era reale. Le sue relazioni erano ambigue, inconcludenti e pesanti ma tanto non esisteva nessuno realmente, quindi chi se ne frega? Gli vennero dei disturbi fisici, ma tanto il Maharshi era morto di cancro quindi sticazzi. Si trovò spesso da solo in mezzo alla natura, con tutte le sue belle visioni, con delle Siddhi che tanto erano inutili perché il suo maestro gli diceva che l'unica realtà era il Sè infinito, immutabile e perfetto. Però gli venne un dubbio... e lui lasciò spazio a questo dubbio, quindi la coscienza si mise all'opera. E un giorno a causa di questo suo dubbio incontrò un altro maestro, che guardandolo lo apostrofò così: "se nulla di quello che esiste è reale, e se non ha nessun senso, allora perché tutto questo sembra esistere nel campo della tua attenzione?" E quella domanda divenne un'ossessione, gli frullò in testa per mesi... perché se il Sè era la realtà ultima e l'unico risultato degno di essere ottenuto (sebbene non ci fosse poi nulla da ottenere), era pur vero che in giro e nella sua vita c'era tanta miseria, tanta sofferenza, e tante situazioni che più cresceva il suo livello di coscienza e più sembravano chiedere la sua attenzione e il suo aiuto. Allora tornò dal primo maestro il quale perentoriamente gli disse: "L'altro maestro che hai incontrato è ancora nell'illusione e non ha realizzato il Sè, altrimenti non ti avrebbe detto una cosa del genere. Attieniti al percorso diretto e continua a chiederti 'chi sono io?' finché non saprai la risposta, questo è tutto quello che ti serve". Ma lui non era più convinto di tutto questo, e tutta questa storia del dissolversi nel Sè gli sembrava solo una gran presa per il culo, inadatta a tempi di accelerazione, di cambiamento, e sostanzialmente un egoistico atto di fuga dal mondo e dalle proprie responsabilità come essere umano. Crebbe la sua rabbia, la sua depressione e la sua tristezza, perché gli sembrava che se fosse stato tutto lì allora che cacchio di senso avrebbe avuto tutto questo? Perché darsi pena? Perché sbattersi? E ogni volta che gli venivano in mente le parole del suo primo maestro ora gli sorgeva in mente anche un altro dubbio: e se questo fosse solo un pezzetto di tutta la storia? E se trovare il Sè non fosse il punto di arrivo ma solo il punto di partenza? E se il mondo e la realtà invece avessero uno scopo? Così come sempre accade quando si pone una domanda vitale al centro della coscienza, arrivò un terzo maestro, un cinese, piccolo, magro e muscoloso che gli insegnò il Qigong. E il cinese era sempre contento, sempre felice, aiutava la gente a guarire dalle sue illusorie malattie e a mettere a posto le sue illusorie vite con i loro illusori disastri. E quindi si mise a studiare col cinese. E il cinese un giorno gli disse qualcosa che lo guarì per sempre: "Il Sè è senz'altro la meta definitiva. Ma tutto quello che vedi ti riguarda. Se hai capito che fra l'interno e l'esterno c'è un rapporto di reciproca influenza, avrai capito pure che c'è un solo modo per perfezionare se stessi, e cioè aiutare gli altri ad essere perfetti, nel corpo, nella mente, nello spirito. Senza questo lavori solo per te, e la società, il mondo, che sono una parte essenziale di ciò che sei, non ne avranno alcun beneficio. Questo impedirà il tuo sviluppo. Ricordati una cosa: l'Hunyuan Qi (l'energia universale) è omogenea, sempre presente e tende sempre all'evoluzione e al miglioramento. Se diventi come l'hunyuan qi, diventi infinito, eterno e utile agli altri che sono una parte di te, sono te". Il primo maestro si incazzò a morte, perché secondo lui erano discorsi insensati, perché anche il Qi era illusione e pura teoria. Ma adesso lui aveva imparato a giudicare una disciplina dai frutti e non solo dalle chiacchiere metafisiche. Se niente era importante e niente esisteva perché si stava incazzando così tanto? Tra un cinese felice che guariva le malattie e un maestro sempre serio e compassato che si incazzava per paura di aver preso un granchio con la sua pratica spirituale, decise che era tutto sommato meglio seguire il cinese. Sarebbe stato più utile, più reale e più divertente.


Da quel giorno guarì.
Da quel giorno diventò utile agli altri.
Da quel giorno capì che nessuno ha ragione, tutti hanno ragione, e non tutta la saggezza si trova in una sola scuola.