sabato 13 maggio 2017

Perchè lo fai?

Perché fai un percorso 'spirituale'? Perché cerchi quello che cerchi? Rispondi onestamente. La maggior parte di noi vedrà, se osserva con sincerità, che il pensiero primario dietro il cercare è solo e soltanto lo 'stare meglio' o il 'risolvere un problema'. Crediamo che la spiritualità debba risolvere i nostri problemi fisici, psicologici, emotivi ed economici e, in un certo senso, ne avrebbe anche la possibilità. C'è anche chi cerca l'illuminazione, il risveglio, la consapevolezza, senza avere la minima idea di cosa significhi o con un'immagine mentale da fumetto ricavata da qualche libro. E dunque quando si diventa cercatori, come anche io sono stato per moltissimi anni (più di 20) il 'cercare' diventa compulsivo e irrefrenabile, ci sembra di aver trovato il motivo della nostra esistenza, appunto il cercare. Ogni nuovo corso regala un'ondata di adrenalina, di emozioni positive, risuoniamo con l'autore del momento, il conferenziere del momento, e viviamo una specie di innamoramento che è tanto più forte quanto più proiettiamo su quella figura tutte le nostre mancanze e i nostri vuoti. Tutti gli innamoramenti in fondo non sono che questo. Un ego a cui manca qualcosa e che cerca di completarsi attraverso un altro ego. E per un po' abbiamo anche quella chimica specifica dell'innamorarsi, quelle belle sensazioni. Lui è il mio guru, il mio maestro. Ho trovato ciò che cercavo. Ma in realtà non abbiamo 'trovato' proprio un bel niente, se non, forse, un altro piccolo tassello di qualcosa che era già integralmente e inevitabilmente dentro di noi. Poi arriva la progressiva disillusione, il guru ha dei difetti come tutti i normali esseri umani, la nostra aspettativa salvifica viene progressivamente delusa nella misura in cui scopriamo un normale umano, con qualche capacità e potere magari, ma pur sempre un umano. Le pratiche non le facciamo con costanza. Non ci piacciono le pratiche, sono faticose, ripetitive, noiose e non portano nessuna di quelle esperienze meravigliose di cui abbiamo letto sui libri, nessuno dei risultati che cercavamo. E allora a livello subconscio perdiamo interesse, e cambiamo percorso, cerchiamo un altro maestro, un altro libro, un’altra tecnica e ricominciamo tutto da capo. Di innamoramento in innamoramento, di delusione in delusione quello che facciamo è spostare la nostra attenzione su quello che verrà dopo e sulla forte sensazione di novità. Questo è ciò che facciamo con la spiritualità e, in linea di massima, con moltissime relazioni, ivi inclusa quindi quella con l'insegnante\guru\maestro. Questa è la via dell'ego che cerca per non trovare mai, cerca per avere 'belle sensazioni', effetti speciali, stati di rapimento mistico ed estatico. Ma, dopo tutti questi anni, ho dovuto arrendermi alla constatazione che tutti questi sono solo effetti collaterali di qualcosa di molto, molto più importante. Ed è qualcosa che non incontra molta popolarità, poiché stuzzica e irrita proprio il soggetto in questione. Lo dirò molto brevemente. Se non abbiamo accettato il totale sacrificio della nostra personalità, di quell'importanza personale che intossica ogni azione che facciamo, anche la più spirituale, non andremo molto lontano in quanto a crescita e a 'risultati'. Se non c'è un lavoro sul carattere e una progressiva disintegrazione delle forme pensiero di auto-referenzialità, egocentrismo, egoismo ed eccesso di 'me', se non si accetta di perdonare integralmente chi sembra averci ferito, se non si toglie importanza ai propri desideri, e se non si dà battaglia momento per momento alla sensazione di essere un io con il suo lato oscuro, non succederà mai assolutamente niente. Non sarà la nuova tecnica a guarirci, non sarà il nuovo guru, il nuovo risvegliato-neo-advaita o l'ultimo maestro di Qigong o meditazione a darci ciò che cerchiamo. Ciò che cerchiamo si trova solo distruggendo le pareti della cella in cui ci siamo più o meno consciamente confinati. Questa cella è la nostra personalità, e con essa la nostra importanza personale. Questa cella è il centro da dietro le cui sbarre osserviamo il mondo. Si chiama ego, la sensazione di essere qualcuno separato da tutto il resto. Coincide con la mente, con il pensare compulsivo, con l'analisi costante, la chiacchiera continua di 'cose spirituali' e ahimè coincide con il cercare. L'ego cerca per non trovare mai, appunto. In questo non vi è nulla di 'male'. Tuttavia questa non sembra a mio parere essere la via d'uscita. La via d'uscita è la resa totale e incondizionata delle proprie tendenze latenti e inconsce, un lavoro meticoloso, noioso, un lavoro assolutamente poco mistico e del tutto privo di fascino per l'ego che cerca innamoramenti e belle sensazioni. E dovremo andare anche oltre la ricerca di questi premi che pensiamo costituiscano il risultato della crescita interiore. Premi come la ricchezza, il lavoro dei tuoi sogni o l'anima gemella. Chi vi ha detto che questi sarebbero stati i risultati della ricerca vi ha mentito probabilmente, e se sono stato io a dirvelo vi chiedo scusa, anche io ero vittima di questo abbaglio. Poi ho capito, dopo molto lavoro, che i 'doni' che pure la coscienza elargisce, non sono altro che riflessi dell'espansione della nostra consapevolezza, che non sono lo scopo del percorso. E ho potuto appurare chiaramente che non c'è nulla da aspettarsi, nulla da cercare, c'è solo una parete da demolire per allargarsi, essere sempre più coscienti e percepire una fetta di realtà più vasta, con tutto quello che
ne consegue. E non fate l'errore che ho fatto io per anni di attaccarvi al maggior potere che deriva dalla vostra espansione di coscienza, non vi attaccate a quello che sembrate 'ricevere'. Non fate l'infantile errore di credere che Dio vi premi per gli sforzi che fate per essere buoni. A mio parere non c'è nessun Dio che ci premia perché siamo stati bravi a rinunciare all'ego, non c'è una ricompensa che qualcuno ci dona per aver neutralizzato il nostro karma negativo. Siamo noi che espandendoci permettiamo alla coscienza (che è ciò che siamo) di essere di più e che rinunciando ad attaccamenti, avversioni, opinioni e giudizi permettiamo all'infinito di penetrare dentro la nostra
esistenza. Ma abbiamo bisogno di rinunciare a tutto quello che crediamo sia un percorso spirituale e, cosa ancora più difficile e impopolare, abbiamo bisogno di iniziare ad amare la vita così come si presenta ai nostri occhi. So per esperienza diretta quanto questo possa sembrare difficile, so quanto possa dare fastidio e quanto nella nostra testa (la testa dell'ego) siano già partite tutta una serie di eccezioni giustissime per ciascuno di noi, che raccontano perché per noi è impossibile amare ciò che c'è in questo momento davanti a noi. Tuttavia la strada dell'equanimità è davvero l'unica che possa abbattere le mura di quella cella che ci siamo costruiti. Il nostro perché dovrebbe gradualmente essere trasformato da "lo faccio per ottenere un risultato" a "lo faccio perché sono stufo, esausto di essere 'io'". Io con tutti i miei desideri. Io con tutti i miei bene e male, con tutte le mie opinioni sulla realtà, sul mondo, sul risveglio e la spiritualità. Io con le mie dita puntate verso i miei persecutori e le mie braccia attorno ai miei innamoramenti, io spinto dai capricci della mia personalità. Per uscire dalla cella, questo 'io' deve avervi veramente stancato, nauseato, e questa nausea sarà nettamente percepibile solo ed esclusivamente quando avrete vissuto abbastanza delusioni e quando abbastanza innamoramenti saranno naufragati nel nulla di fatto. Forse quel giorno ne avrete piene le scatole, vi arrenderete del tutto alla vita così com'è e smetterete di investire la vostra 'ricerca' di aspettative infantili. E forse quel giorno le pareti della cella crolleranno con un fragoroso rumore lasciandovi attoniti di fronte a un nuovo stato di coscienza, un altro livello del videogioco, una dimensione più larga, sì, ma anche questa da lasciar andare.

 

1 commento:

  1. Ciao Andrea,
    Un personaggio che trovo interessante è UG Krishnamurti (non Jiddu).
    Lui parlava dello "stato naturale" come la condizione di defualt di ogni organismo, condizione in cui la coscienza (vita?) si esprime liberamente e nel migliore dei modi, cioè sotto forma di ineccepibile intelligenza.
    Ciò che altri chiamano illuminazione (concetto da lui aspramente rifiutato) per lui era una "calamità". Una trasformazione biologica imprevedibile ed estremamente sgradevole, ma soprattutto un'esperienza assolutamente involontaria, un colpo di scena che ti colpisce all'improvviso - non perché hai accumulato meriti in seguito ad opere straordinarie. E' come una folgorazione, vieni fulminato senza un perché, il sistema nervoso si resetta e tutta la vecchia conoscenza (identità costruita negli anni) si dissipa in un nanosecondo, lasciandoti per alcuni istanti (anche giorni) in stato catatonico. Nulla a che fare con aggrazianti visioni luminose o incontri angelici. In seguito a questa calamità il suo cervello ha semplicemente smesso di porsi qualsiasi forma di domanda esistenziale. La mente formulava solo richieste basilari (dove sono le chiavi?) e per il resto della giornata era quieta/silenziosa. Si era spento la necessità di diventare qualcuno di speciale, non andava in cerca di esperienze intense, anzi non sapeva neppure chi era. Non gli interessava più "sapere" alcunché, cioè accumulare nozioni.
    Non voleva più aiutare nessuno perché lo riteneva impossibile, anzi presuntuoso. Era totalmente indifferente alle pseudo-sofferenze psicologiche degli altri, cioè alle loro afflizioni immaginarie, agli atteggiamenti autocommiseranti. Se uno gli diceva di sentirsi trsite, deluso o disperato per la tal questione, lui gli voltava semplicemente le spalle, non voleva ascoltare i loro interminabili piagnistei.
    In conclusione, dal suo punto di vista non ci sono livelli, nuovi/alterati/espansi stati di coscienza, niente da trascendere o trasalire. Per lui la maggioranza di questi concetti (soprattutto karma) sono frutto di un meccanismo di autosabotaggio mentale, propugnato da millenni non solo in ambito spirituale.
    Ad es. se faccio credere alla tua mente che sei in "Debito" con me ti sentirai in bisogno di "riparare, rimediare, ripagare" tale debito. In tal senso debito karmico o finanziario sono la stessa cosa; concetti per manipolare la psiche altrui.
    Oltre a ciò asseriva che non possiamo conoscere l'esperienza e neppure esserne testimoni. Al massimo possiamo tradurre (concettualizzare) qualche nuova sensazione in qualcosa di "familiare" ma questo qualcosa di concettualizzato non corrisponderà mai alla pura esperienza, in tal senso è inutile continuare a voler "comunicare" l'esperienza personale a qualcun altro. Non si possono comunicare esperienze banali come il sapore del pepe figuriamoci le epserienze più profonde. Lo strumento che utilizziamo - il pensiero o alfabeto - è inappropriato per ovvie ragioni. Questo strumento va bene per raggiungere un obiettivo terra a terra, come andare da A a B, ma per il resto (indagare "Chi sono io?" o trasmettere il sapore del pepe) non potrà mai tornare utile.
    Al contrario di altri personaggio che sembra volessero convincere gli altri - o loro stessi - che quella fosse la verità, per lui non c'è bisogno di comunicare la verità (quale verità?) e nemmeno di aiutare altri a trovarla. E' arrogante il solo tentativo di metterti in testa il concetto di verità. Per lui Buddha, Cristo, Osho hanno fallito miseramente o forse hanno peggiorato le cose creando ultetiori illusioni, una su tutte l'idea di una pace perfetta, eterna (a cui inevitabilmente l'umano di turno tenderà).
    Insomma UG butta nel WC ogni conoscenza, senza distinzioni tra mistico e profano. La coscienza/vita non non ne ha mai avuto bisogno.
    PS.
    Bellissimi contenuti, continua così!

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